Mille mondi celati
in una scatola

In principio Castle Rock dava il nome alla montagna di pietra dove i giovanissimi protagonisti di Il signore delle mosche (William Golding, 1954) ritenevano che abitasse una creatura mostruosa. Poco meno di trent’anni più tardi, nel 1979, la sua funzione di sintesi iconica e multiforme del potere nero dell’immaginazione riprese fiato fra le pagine del quinto romanzo di Stephen King, La zona morta, in cui per la prima volta si faceva menzione di una piccola città del Maine che nessuna carta geografica reale aveva mai rappresentato. Da quell’anno in avanti le strade immaginarie di Castle Rock tornarono a ricorrere come sfondo di alcune fra le storie più celebri dell’autore statunitense, da Cujo (1981) a La metà oscura (1989), da Il corpo (1982) a Cose preziose (1991), fino alle recenti apparizioni in Doctor Sleep (2013), Revival (2014) e all’ultima − benché non in ordine di importanza − La scatola dei bottoni di Gwendy (2017, ora anche in edizione italiana), novella firmata da King assieme a Richard Chizmar per le edizioni Cemetery Dance.

Il cerchio si apre e chiude a Castle Rock
Questo breve ritorno a Castle Rock è anche e prima di tutto una conferma della vocazione ipertestuale di King, per il quale il sistema di riferimenti intermediali e crossmediali ha da considerarsi un tutt’uno con il materiale narrativo sviluppato nelle sue storie, fino ai casi più eclatanti, come quello della vicenda di Gwendy, in cui sono i rimandi stessi a dare all’insieme un senso veramente compiuto.

Non sbaglia infatti chi ravvisa in La scatola dei bottoni di Gwendy echi del Richard Matheson di The Box, racconto apparso per la prima volta nel 1970 con il titolo di Button, Button (in Italia Il pulsante) che ha per protagonisti due coniugi alle prese con un marchingegno misterioso, azionando il quale riceveranno un’ingente somma di denaro causando però nel contempo la morte di una persona ignota. Anche al centro della novella scritta a quattro mani da King e Chizmar un contenitore dall’oscuro funzionamento si pone ad estensione dei dilemmi etici e, per così dire, di coscienza del personaggio principale: la dodicenne Gwendy Peterson.
Bullizzata da un compagno perché sovrappeso, la ragazzina percorre ogni giorno la “Scala del Suicidio” di Castle Rock con la ferma volontà di dimagrire e sfuggire una volta per tutte alle ostili attenzioni del suo persecutore. È proprio nel corso di uno di questi “allenamenti” estivi che la piccola si imbatte in Mr. Farris, anziano e “singolare” individuo vestito di nero, desideroso di premiare la sua caparbietà regalandole un’antica scatola piena di bottoni colorati.

“L’oggetto è lungo una quarantina di centimetri, largo una trentina e alto circa la metà. Lei lo vuole subito e non soltanto perché è magnifico. Lo vuole perché è suo. Come se fosse qualcosa di molto prezioso, molto amato, perduto da così tanto tempo al punto da essersene dimenticata, ma ormai ritrovato. Come se le fosse appartenuto in un’altra vita, quando era una principessa o roba del genere.
«Che cos’è?» chiede con un filo di voce.
«Una scatola dei bottoni. La tua scatola. Guarda.»
L’uomo la inclina per mostrarle i piccoli bottoni sopra, sei in gruppi di due e uno alle estremità. Otto in totale. Quelli appaiati sono verde chiaro e verde scuro, giallo e arancione, blu e viola. Gli altri sono uno rosso e uno nero. C’è anche una levetta per lato e una specie di feritoia nel mezzo.
«I bottoni sono molto duri da schiacciare», continua Farris. «Dovrai usare il pollice e fare forza. Una vera fortuna, dammi retta. Meglio non confondersi, oh no. Soprattutto non con quello nero»”.

Tornare bambini per essere grandi
Attraverso un consapevole recupero dello sguardo dei “bambini fermi nell’acqua al tramonto” (King, 1986) cui ha dedicato gran parte delle sue opere, il Re collega i meccanismi de La scatola dei bottoni di Gwendy a quelli della curiosità e dell’istintività tipiche dell’età infantile; li svela e li descrive allo stesso modo con cui la dodicenne avanza nella scoperta delle inquietanti conseguenze legate all’uso della pulsantiera della scatola, che dal ricordo di un’estate intensa ed angosciante si estende fino a diventare rumore di fondo di un’esistenza intera, come la memoria di un incubo particolarmente vivido che torna ad affacciarsi ciclicamente e prepotentemente nei momenti di quiete.

“«Nel mondo sono nascosti enormi arsenali con armamenti capaci di distruggere qualsiasi forma di vita del nostro pianeta per milioni di anni.» Farris abbassa lo sguardo su di lei. «Gli uomini e le donne che se ne occupano si pongono ogni giorno lo stesso interrogativo. Ti ho dato la scatola perché eri la scelta migliore in questo preciso momento. Prenditene cura. Ti consiglio di evitare che qualcuno la trovi, e non solo i tuoi genitori, visto che la gente è curiosa. Quando vede una levetta, vuole abbassarla. E quando vede un bottone, vuole schiacciarlo». «Se lo facesse, che cosa capiterebbe? E se lo facessi io?» L’uomo si limita a sorridere scuotendo la testa e si avvia verso il dirupo, dove un cartello recita: ATTENZIONE! ACCESSO VIETATO AI BAMBINI SOTTO I DIECI ANNI NON ACCOMPAGNATI DA UN ADULTO”.

Con l’aiuto dello scrittore di genere Chizmar e il supporto delle illustrazioni di Keith Minnion, King aggiunge una nuova tappa al percorso esplorativo del suo multiverso; un viaggio dalle direzioni palindrome, organizzato appositamente per favorire rientri, ritorni e rivisitazioni, lungo le tracce lasciate dal gioco di citazioni più o meno implicito, ampio e polimorfo processo di remediation (Bolter, Grusin 2013), legato alle forme narrative di cui l’autore si è nutrito e ha finito col nutrire costantemente i suoi lettori.

 

Alcune delle illustrazioni di Ben Baldwin e Keith Minnion.

Nel puzzle di La scatola dei bottoni di Gwendy, tanto rapido da ricomporre quanto pronto a lasciare degli spazi vuoti sul tavolo delle risposte, ci sono Golding, Matheson, il cinema e la musica che Stephen King ha amato, ma c’è anche e soprattutto King stesso, nascosto nella figura di Mr. Farris e nel suo fare à la Leland Gaunt di Cose preziose senza esserlo fino in fondo; nella lotta, impari e mai completamente vinta, fra Bene e Male; nell’afflato nostalgico che circonda le immagini delle estati passate e i fantasmi dei bambini che le hanno vissute, come i dodicenni di Il corpo e Stand By Me (1986).
Il vero revival è avvenuto a Pleasant Road, dentro Castle Rock, in un tempo breve quanto quelle stagioni che per noi resteranno sempre diverse dalle altre.

Letture
  • Jay-David Bolter, Richard Grusin, Remediation. Competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi, Guerini e Associati, Milano 2003.
  • William Golding, Il signore delle mosche, Mondadori, Milano 2001.
  • Stephen King, IT, Sperling & Kupfer, Milano 2017.
  • Stephen King, La zona morta, Sperling & Kupfer, Milano, 1994.
  • Stephen King, Stagioni diverse, Sperling & Kupfer, Milano, 2010.
  • Richard Matheson, The Box e altri racconti, Fanucci, Roma, 2010.
Visioni
  • Rob Reiner, Stand By Me – Ricordo di un’estate, Universal Pictures, 2013 (home video).