L’ultimo tango
delle señoritas Bovary

Il primo amore non si scorda mai. Vero o falso?
Saperlo è semplice: basta che lui/lei muoia, e si vede (di nascosto) l’effetto che fa.
Capitasse oggi, Nélida Fernández, detta Nenè, sentimentalissima protagonista di Una frase, un rigo appena, romanzo del 1969 di Manuel Puig, ripubblicato da Sur, non ci penserebbe due volte, e posterebbe tutto su Facebook (e/o chatterebbe vorace su WhatsApp): il messaggio di condoglianze, la richiesta di dettagli sul funerale, le foto d’antan, i ritagli di giornale, le lettere, i ricordi indelebili di dieci anni prima. E vedrebbe subito chi le risponde e chi no.
Ma siamo nel 1947, a Buenos Aires, e non può far altro che prendere carta e penna e scrivere rattristata a doña Leonor, la madre (vedova) del suo primo amore a Coronel Vallejos, paesotto della pampa a 465 km dalla capitale argentina. In memoria del bel Juan Carlos, noto sciupafemmine, passato a miglior vita a 29 anni, causa tbc.
Sono passati dieci anni da quella prima fioritura di amorosi sensi: la trentunenne Nélida ormai è sposata, ha due figli, e davanti a sé non vede altro che un monotono avvenire di casalinghitudine nella grande città.
Come un geyser, dal necrologio di Juan Carlos schizza bollente il rimpianto di quanto poteva succedere e non è stato, e ustiona il cuore insoddisfatto dell’improvvida Nené. Dopo il primo messaggio di cordoglio, riannoda così i rapporti con la suocera virtuale (a suo tempo bruscamente interrotti) e inizia una corrispondenza epistolare fermoposta, per sfuggire agli artigli rapaci di Celina, sorella di Juan Carlos e sua astiosa e ostinata nemica.

Nel gorgo del tempo
La fine è nota, quindi. O, almeno, così sembrerebbe.
Dalla morte di Juan Carlos parte il lettore, proseguendo a ritroso nel tempo per tornare, infine, all’inizio: o meglio, al punto di partenza. Cioè alla fine, che pareva nota: ma che riserva sorprese e rimescola un po’ le carte, rimesse a posto (stavolta per sempre) nel malinconico epilogo.
Perché il tempo si svita e si riavvita. Un movimento a spirale, che sprofonda nei dieci anni addietro, arriva al fatidico 1937 (e anche oltre) e risale gradatamente verso il 1947. A tappe scandite con ineccepibile precisione: anni, mesi, giorni, ore, minuti. Scoprendo, così, che anche in un sonnolento paese sperduto nella pampa anni Trenta, sotto le coltri soffocanti della noia, del perbenismo e dell’ipocrisia si smuove un po’ di tutto: fidanzamenti contrastati e adulteri clandestini, abusi di minorenni e sesso prematrimoniale, truffe, processi e dissesti finanziari, matrimoni d’interesse e delitti passionali. Senza che nulla (o quasi) sfugga al grande occhio della collettività e alla bocca enorme della maldicenza.


Nelle foto: momenti dell’adattamento teatrale del romanzo a opera dell’argentino Juan Pablo Miranda e la compagnia Chroma Teatre di Barcellona.

Chi riporta gli eventi, però, non è un io narrante onnisciente e ricostruttivo, pronto a regolare il flusso del racconto negli argini della verosimiglianza e della credibilità. E neppure un coro paesano che raduna e convoglia le mille dicerie e le ripropone a voce spiegata, con le coloriture popolari del caso. A rivangare il recente passato è un cronista anonimo e impersonale, ossessivo e metodico, che riporta alla luce (solo un poco impolverati, e qui e là ingialliti) album fotografici, diari e agendine, bozze sgrammaticate di lettere, missive alla posta del cuore di una rivista femminile, preghiere alla Vergine, verbali di polizia, citazioni giudiziarie, relazioni mediche, confessioni in chiesa, telefonate, epigrafi su lapidi, conversazioni (e retropensieri), fino ai monologhi interiori e ai flussi di coscienza dei personaggi centrali della vicenda: Nené, Juan Carlos, Mabel Sáenz (amica di Nené, femme fatale ed erede della famiglia più in vista di Coronel Vallejos), Antonia Ramirez, detta la Scoda (ex compagna di classe di Nené e Mabel e serva tuttofare delle migliori famiglie del paese) e Francisco Páez, detto Pancho (amico di Juan Carlos).
Ben distinte per ceto sociale, appeal e temperamento, Nené, Mabel, Celina e la Scoda sono cresciute insieme, oscillando tra rivalità e solidarietà sotto il tiro incrociato delle romanticherie fabbricate da cinema, radio e riviste e coltivate nei circoli sportivi e nelle sagre di paese. E si ritrovano, neppure ventenni, sotto scacco dei machismi e dei conformismi che le circondano e di cui loro stesse, per prime, sono le vestali, le complici e le vittime.

Un docufilm nella pampa
Né con loro, né contro di loro: così Puig si pone di fronte ai suoi personaggi.
Ma come rievocare, allora, con la debita distanza, il trepido bovarismo delle tre protagoniste, senza seppellirle sotto i facili giudizi del senno di poi? E come ritessere in prosa tutta quella materia languida e impalpabile di cui sono fatti i tanghi e le milonghe, i romance e i melò hollywoodiani degli anni Trenta e Quaranta, o certi radiodrammi, dimenticati e imprescindibili audioprogenitori di telenovele e soap opera?
Per raggiungere il suo scopo, Puig si traveste da rigattiere crepuscolare, e dopo aver frugato nelle soffitte di Coronel Vallejos, ne recupera gli objets trouvés, li ricompone, li espone come di fronte a visitatori cortesi e curiosi di un mercatino delle pulci: senza grandi nostalgie, senza troppi patetismi, senza acida superiorità né crudeltà eccessiva. Offrendo un cocktail romanzesco di amori e di morti dove si mescolano in parti uguali, e convivono in equilibrio, tenerezza, ironia e melò.
Perciò Puig, cinefilo hollywoodiano per educazione e sceneggiatore per formazione (al Centro Sperimentale di Roma), opta per un’applicazione chiara e puntuale del montaggio di sequenze cronachistiche, blocchi descrittivi, dialoghi e monologhi, documenti ufficiali in grado di spazzare via il più possibile l’ombra, il fantasma di un demiurgo narrante. Più che la prima bozza di una sceneggiatura in progress, sotto gli occhi del lettore prende forma lo script di un documentario. O, meglio ancora, di un docufilm.
E il libro s’incunea così, sua sponte, in quella lunga e profonda faglia apertasi da tempo immemorabile (da Adamo ed Eva, forse?) nell’immaginario collettivo tra gli eden traboccanti di emozioni degli amori sognati e i grigi purgatori di quelli vissuti. Una frattura su cui i fabbricanti degli immaginari collettivi – globali o paesani che siano – da secoli campano e lavorano indefessi, da Tristano e Isotta ai romance del Settecento fino a Hollywood e alle serie tv passando per i radiodrammi e la musica leggera, creando di continuo modelli, aspettative e illusioni, e manipolando coscienze e sentimenti, in primis delle donne, ma non solo. Basti pensare al lento, sotterraneo e inarrestabile processo di diffusione dell’eros omosessuale panestetizzante da Winckelmann fino all’esplosione del camp nel secondo dopoguerra: un leit motiv dell’opera di Puig che troverà la sua più compiuta espressione e disamina ne Il bacio della donna ragno (1976).

A quasi cinquant’anni anni dall’uscita, e a settanta-ottanta dal periodo dell’ambientazione, Una frase, un rigo appena resiste imperterrito nella sua divertente malinconia: nitido, solido e compatto, pressoché inattaccabile dalla ruggine del tempo e dalle oscillazioni del gusto.
Un livre de chevet congeniale e terapeutico per quei milioni di madame Bovary (di qualsiasi genere, di qualunque sesso) che oggi, domani e per sempre coltivano sogni, desideri e aspirazioni nei giardini narcisi e bric-à-brac di Facebook e Instagram.
Perché le signore Emma di tutto il mondo sono avvisate: verrà la morte e non avrà gli occhi – né la purezza illusa, e illusoria – del primo amore.

Letture
  • Gustave Flaubert, La signora Bovary, Einaudi, Milano, 2014.
  • Manuel Puig, Il bacio della donna ragno, Sur, Roma, 2017.