La paura
non fa più Novanta

In una delle sue Lettere luterane (1976) Pier Paolo Pasolini definisce giovani infelici quelli sulle cui spalle, sin dal tempo dei tragici, grava il peso delle “colpe dei padri”. Padri simili alle sagome ombrose che popolano le case di Derry, la cittadina immaginaria dove Stephen King, nel cuore degli anni Ottanta, decide di ambientare la sua “epopea del terrore” IT (1986). La spaventosa avventura dei losers, sparuto ma colorito gruppo di ragazzini perdenti minacciati dai bulli e da un’entità ancora più pericolosa che semina panico e morte nascondendosi nelle fogne della piccola città, torna a prendere vita quattro anni dopo con un film televisivo diretto da Tommy Lee Wallace e interpretato da Tim Curry, la star di The Rocky Horror Picture Show (1975). Nonostante le ovvie limitazioni dell’impianto seriale dell’epoca, il Pennywise dell’attore britannico incide con forza l’immaginario del tempo dentro e fuori i confini del genere come della produzione dell’autore che ne ha rinnovato le leggi a partire dagli anni Settanta del Novecento.

Al medium nel medium dell’agglomerato urbano di provincia, ampiamente esplorato da King sia qui che in altre fra le sue storie più iconiche, va qui il ruolo di sfondo inorganico di un racconto dell’orrore nel senso più classico e insieme limitante del termine che, nella transizione dalla relativa linearità del linguaggio letterario all’immediatezza sincronica dell’audiovisivo, sembra volere o aver dovuto rinunciare alla rappresentazione della complessità dei rapporti famigliari e sociali oggetto di buonissima parte delle descrizioni del romanzo. Quest’ultima si trova invece al centro della nuova trasposizione cinematografica realizzata da Chase Palmer, Cary Fukunaga e Gary Dauberman nel 2017 per la regia di Andy Muschietti e la produzione della New Line Cinema. C’è sempre IT, nome e corpo provvisori dati alla natura cangiante della paura, come c’è Derry, il luogo del Male sociale e ideale per eccellenza, ma l’adattamento degli anni Zero preferisce spostarsi in un’altra zona del processo interpretativo e inquadrare il peso dei figli rimasto finora parzialmente fuori campo.

 Bambini in bicicletta
A supporto dell’operazione va il trend del rimpasto nostalgico dei prodotti culturali d’antan sulla cui scia si muove il grande successo di lavori quali Super 8 (2011) e Stranger Things (2016), parte di una folta serie di rielaborazioni che coinvolge gli elementi comuni tanto all’immaginario sorto dai film spielberghiani quanto a quello legato ai coevi libri kinghiani. A costituirne i protagonisti e insieme i tropi fondamentali sono i bambini “fermi nell’acqua al tramonto” (King, 2017) dinanzi alle sfide poste dai riti di passaggio e dalle difficoltà della vita quotidiana che, legandosi gli uni agli altri con il filo sottile e luccicante dell’amicizia, salgono a bordo delle loro bici per passare da un’età a quella successiva. In loro e con loro si riabilita, per l’ennesima volta nella produzione di King, l’ideale divisione fra magia bianca e magia nera, che vede la purezza del sentire infantile in aperta contrapposizione rispetto al lerciume accumulato fra le pieghe del pensiero e della vita da adulti.
La prima parte del nuovo IT, enorme impresa di ricucitura delle digressioni mnemoniche attraverso le quali i personaggi del libro ricostruiscono il proprio background narrativo, sceglie di concentrarsi esclusivamente su questo aspetto: l’infanzia, i giovani infelici – o per meglio dire i bambini – e le “colpe dei padri” che ne hanno irrimediabilmente segnato l’universo psichico. Assenze, errori o veri e propri crimini vengono individuati e mostrati all’origine delle ferite – e dunque dei vuoti – a cui il comune sentimento del terrore attecchisce nelle svariate declinazioni che lo caratterizzano. Che sia una donna di Modigliani fuoriuscita dal suo quadro o un’orrenda figura urlante coperta di piaghe, non v’è paura nel film di Muschietti che non sia esplicitamente collegata all’horror vacui domestico che l’ha prodotta. Dalle falle negli equilibri famigliari alle voragini sotterranee nelle quali il clown ballerino riposa prima di tornare a colpire vi è un solo grado di separazione, dove tuttavia gli incubi e l’infelicità dei giovani hanno eguali possibilità di dissolversi.

Se per il Pasolini delle Lettere sui figli pesava la doppia responsabilità dell’aver subito gli sbagli paterni e non essere riusciti ad affrancarsene, per i Perdenti il legame affettivo posto all’esterno delle strutture formali e istituzionali della società offre il quid irrazionale necessario a saltare emotivamente da una condizione all’altra. Nel vincolo arcaico che li unisce, insieme gioco e patto di sangue, i piccoli affranti conquistano il coraggio di liberarsi della propria infelicità, almeno per il tempo metaforico di un tramonto in cui a eclissarsi è anche la paura. È anche IT.

Letture
  • Stephen King, IT, Sperling & Kupfer, Milano, 2017.
  • Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Garzanti, Milano, 2015.
Visioni
  • Duffer Brothers, Stranger Things, Netflix, 2016 (streaming).
  • Tommy Lee Wallace, Stephen King’s IT, Warner Bros Entertainment Italia Spa, 2010 (Home Video).