Oggetti e suoni elettronici:
note di una storia visionaria


Un suono cupo e profondo accompagna le riprese all’interno di un edificio dagli arredi a metà strada tra space age ed edilizia socialista. Viene inquadrato un nastro trasportatore sul quale viaggiano delle cuffie, una stampante, la tastiera di un computer. Al termine del percorso tutti precipitano, andando a raggiungere oggetti analoghi accatastati gli uni sugli altri. I suoni causati dal loro scorrimento e dalla conseguente caduta iniziano a formare una strana colonna sonora, decisamente aliena. Una giovane donna osserva la lenta processione. La sua voce fuori campo, puro medium, presenta i protagonisti di questa surreale sfilata; sono audio didascalie impersonali, paiono pronunciate da una intelligenza artificiale o qualcosa di analogo.
Alla base del precipizio, intanto, ha preso volume una montagna informe, composta da dispositivi elettronici d’ogni tipo, obsoleti, evidentemente giunti al termine del loro ciclo di vita e di conseguenza da rottamare. La stampante, ora inquadrata in primo piano, è artatamente in funzione ed espelle un foglio sul quale compare stampato un titolo: The Sound Is Innocent.
La marcia funebre degli oggetti prosegue, l’inquadratura cambia e riprende lo spazio sottostante, parzialmente invaso dal loro inesorabile precipitare. Un altoparlante, una radio, diversi tipi di radio, una ricetrasmittente, un vecchio modello a valvole, un lettore di compact disc: cadono, colpiscono, spostano gli altri sui quali rovinano. Il suono si modifica, a mo’ di variazione musicale.

La voce femminile prosegue nella descrizione e infine, ci invita alla visione del documentario intitolato giustappunto The Sound Is Innocent di cui ne è l’autrice. Lei è la regista ceca Johana Ožvold e il film è in concorso nella rassegna Visti da vicino alla trentanovesima edizione del Bergamo Film Festival. Quella descritta è la sequenza inziale di un viaggio affascinante dentro la storia e il presente della musica elettronica, ricco di appunti sui suoni del futuro. È la stessa regista a chiarire l’intento della sua opera:

“Per quanto riguarda le arti e la musica, mi hanno sempre interessato le problematiche di carattere più filosofico. Quand’è che il suono diventa musica? Che cosa viene considerato rumore? Con The Sound Is Innocent volevo creare un documentario di carattere musicale che mi consentisse di operare sia dal punto di vista uditivo sia da quello visivo. Ritengo che il cinema offra la possibilità di creare un mondo nuovo e unico, in grado di trascendere la realtà, e di conseguenza ho iniziato a collegare mondi musicali fisicamente disconnessi per poi riunirli in un solo ambito: un film”.

Non un piccolo trattato intorno alle ricerche elettroacustiche, quindi, ma piuttosto una serie di divagazioni in parte coadiuvate da cenni storici. Originale nella costruzione narrativa, The Sound Is Innocent, dimostra una volta di più il grado di sofisticazione raggiunto dal genere documentario, come documentato da anni anche dalla sezione della manifestazione orobica.

Un lavoro anche coraggioso, avendo scelto di privilegiare gli aspetti meno noti all’interno del vasto ed eterogeneo universo del suono elettronico, rinunciando ad avvalersi dei nomi noti del genere, degli autori che in chiave pop hanno reso globali i suoni elettronici, come i Pink Floyd, i Kraftwerk o in tempi più recenti Autechre e Aphex Twin.  Complice del progetto è il marito della regista, Martin Ožvold, compositore di musica elettronica, autore delle musiche originali che si mescolano con quelle di repertorio e consulente, a partire dalla scelta degli artisti da coinvolgere. Il film è stato girato in buona parte a Bratislava all’interno dell’edificio della Radio Slovacca, una struttura dalla forma di piramide rovesciata che già dall’esterno (mai ripreso nel corso del documentario) appare come una nave interstellare.
I suoi interni, i lunghi corridoi che Ožvold percorre, gli archivi, le stanze costellate da monitor d’ogni taglia per sviluppare una narrazione assai originale, a loro volta conducono in uno spazio ai confini della realtà dentro il quale si fanno protagonisti, volta per volta, suoni, voci, i volti degli intervistati che narrano dai monitor, filmati e immagini di repertorio e la stessa Ožvold che si aggira in una sorta di oscuro labirinto, come se fosse un ologramma proiettato in ciascuna delle narrazioni. Siamo sulla Terra, ma potremmo essere in una stazione orbitante, o anche in una navicella spaziale con a bordo un equipaggio virtuale.

A esser sbrigativi, si potrebbe dire che si tratta di un documentario composto da cinque interviste, ma sarebbe a dir poco riduttivo. I cinque capitoli del viaggio, ciascuno introdotto da un foglio sul quale è stampato il nome del narratore di turno, una sorta di locandina a bassissimo costo realizzato dalla medesima stampante vista in apertura, sono affidati ad altrettanti (in realtà sei, perché quello finale è una coppia di artisti), protagonisti della scena elettroacustica internazionale. Il risultato finale potrebbe definirsi cinéma pour l’oreille, prendendo a prestito proprio il nome di una collana di musica elettroacustica realizzata dall’etichetta Metamkine tra il 1992 e il 2002. Una deliziosa raccolta di mini cd, minuscoli anche nelle dimensioni, perché in formato 3”, ovvero 80 cm di diametro invece dei 120 standard, dedicata proprio all’esplorazione del suono come paesaggio mentale. “Chiudete gli occhi… e ascoltate”, esorta a un certo punto Ožvold, facendovi seguire circa mezzo minuto di schermo al nero e un bordone elettronico che alfine prende la forma inaspettata dell’allarme lanciato da una sirena. Nessuno al cinema inviterebbe a non guardare, a meno che non si stia facendo del cinema per l’orecchio, appunto.

Serendipità dietro una rivoluzione sonora
La storia inizia in Francia, cosicché il primo dei testimoni chiamati da Ožvold a comporre il suo mosaico audiovisivo è François Bonnet, noto come musicista con il nome di Kassel Jaeger l’attuale direttore dell’INA-GRM (ovvero: Institut National de l’Audiovisuel – Groupe de Recherches Musicales), autentico tempio della ricerca sul suono e sugli strumenti tecnologici in grado di registrarlo, di crearlo, di manipolarlo, di renderlo processo in perenne elaborazione, spazio mentale e fattore di interazione diretto con il corpo dell’ascoltatore. È qui che agirono pionieri come Pierre Schaeffer (fondatore del GRM), che compare in un filmato per spiegare come si svelò casualmente, per un incidente su un vinile, l’immensa potenzialità del loop, ovvero della ripetizione modulata del suono, per dirla in breve. Spiega Bonnet:

“La sua scoperta non fu tanto che il loop dà un ritmo. Non è questo che Schaeffer scoprì. Ciò che scoprì fu che quando ascolto un suono a ripetizione, perdo la nozione del suono in sé come veicolo di un’informazione. E questo mi permette di aprire un nuovo campo musicale: il campo sonoro estrapolato dal suo contesto”.

Dai materiali d’archivio fanno capolino altri protagonisti della ricerca musicale del secondo Novecento, tra cui Beatriz Ferreyra che di Schaeffer fu assistente, Christian Zanesi che studiò con lui e soprattutto François Bayle, anch’egli assistente di Schaeffer in gioventù e poi uno dei massimi compositori di musica elettroacustica.

Appare in video nel corso di una sequenza tra le più affascinanti del documentario, dove davvero voci, immagini e suoni si distribuiscono organicamente come in una composizione musicale. Ožvold indossa una tuta isolante per recarsi negli archivi della radio, scorrono inquadrate in successione lunghe corsie di scaffali: paiono terminare nel buio cosmico. Sullo sfondo vengono proiettate immagini di due classici della sci-fi d’oltre cortina (prodotti entrambi nell’allora Cecoslovacchia), il cortometraggio d’animazione del 1962 Kiberneticka babicka (ovvero, la nonna cibernetica) di Jiri Trnka e il drammatico Ikarie XB 1, un film del 1963 diretto da Jindřich Polák. Come una polifonia si ascoltano miscelate riflessioni a più voci (tra cui Bayle, che appare in un piccolo monitor incastonato tra file di nastri) sull’associazione fantascienza/musica elettronica, fondatamente basata sul concetto comune di futuro: un domani visto come progressivo sfumare dei confini tra uomo e macchina e come tempo a venire dell’apocalisse.

Una narrazione ben orchestrata
Si sarà capito a questo punto che The Sound Is Innocent non è un lavoro dedicato agli appassionati di questo genere di musica, ma è un documentario ricco di invenzioni visuali che al pari di una composizione elettronica, ovvero l’oggetto della sua narrazione, miscela videoarte, performance, happening e racconto surreale, come quando il successivo ospite di Ožvold, ovvero Steve Goodman confida: “quando mixo sono al buio, ci trovo una sorta d’intimità che è impossibile vedere quando le persone ti vedono”. Nel documentario, dopo averlo visto e ascoltato in video, lo vediamo recarsi nella sala concerti deserta della Radio di Bratislava. Si siede, prosegue nella sua riflessione, ma la voce è fuori campo. Nel frattempo, come una presenza invisibile compare e si siede dietro di lui per ascoltarlo la stessa Ožvold. I piani temporali della narrazione qui scivolano l’uno nell’altro.
Goodman, musicista, DJ, produttore, noto come Kode9, è il fondatore dell’etichetta Hyperdub, una delle proposte davvero più originali della musica del XXI secolo, non fosse altro che per la presenza in catalogo di un artista fondamentale come Burial. Le sue considerazioni intorno alle stimolazioni sonore e anche alla manipolazione delle stesse sono assai profonde e terribilmente attuali, ricordandoci la paranoia che avvolge il mondo.

Altro punto di vista, altra scenografia per Julian Rohrhuber, un informatico e filosofo tedesco, che regala un interessante disquisizione sulla creazione di nuovi strumenti, dove i codici delle interfacce dei computer sono come poesie, opere aperte, pronte per essere scritte e riscritte, un mondo in cui avventurarsi senza certezze. Come spiega a un certo punto: “Non sappiamo mai cosa succede dove non abbiamo accesso. È interessante il fatto che usando un codice entri in un nuovo livello di incomprensione. Non è mai possibile dire: «vedo, ho tutte le prove»”.
Dalla teoria alla prassi, allo sporcarsi le mani manipolando, riutilizzando vecchi arnesi elettronici ed elettrici, come John Richards, talora in azione con la sigla Dirty Electronics, che inventa oggetti sonori, considerandoli di per sé già delle composizioni, e li adopera per improvvisazioni collettive. “Tendo a pensare la musica come qualcosa da sperimentare, più che una celebrazione del suono”, precisa a un certo punto.
Infine, la coppia Alberto De Campo e Hannes Hoelzl, duo di media attivisti di stanza a Berlino, che alza il tiro, mostrandoci una delle infinite possibilità offerte dalla musica elettronica: far interagire il pubblico e renderlo partecipe dell’opera. Tutto questo è possibile, affermano perché i computer sono democratici, la musica suonata dalle macchine è come una partnership. Inoltre:

“Puoi accedere al processo musicale in ogni sua parte. Puoi cambiare un dettaglio infinitesimale per creare il suono. Puoi accedere a tutti i livelli. È un campo interessante per la creatività in generale: rifiutare le cose come stanno solo per abitudine culturale. Concedersi sempre il diritto di ripensare tutto”.

Il viaggio termina, Ožvold ci ricorda che siamo circondati dalla tecnologia e che si può fare musica con qualsiasi cosa. A patto, aggiungiamo, che vi sia capacità d’osare, uno sguardo visionario e conoscenza della materia. Il bagaglio che le ha consentito questo viaggio ai confini del suono.