Ieri, oggi e un po’
il domani della tv

Cos’è la tv? Almeno una volta nel corso delle sue ricerche, ogni studioso di televisione ha provato a rispondere a questa domanda, e raramente i ricercatori devono essere rimasti soddisfatti dalle proprie risposte, perché la televisione è un oggetto sfuggente, che tende al continuo mutamento. Dagli anni Cinquanta a oggi, sono cambiate ripetutamente le tecnologie di diffusione e di ricezione del segnale televisivo, i linguaggi espressivi, le forme produttive, gli assetti istituzionali e le modalità di fruizione. Eppure, nel linguaggio corrente, quindi nella percezione dei pubblici contemporanei, la televisione è un medium sempre riconoscibile, come del resto si può dire dei giornali, della fotografia, della radio o del cinema, che pure hanno subito stravolgimenti considerevoli nel corso degli anni. La storia di questi mezzi di comunicazione è stata spiegata nel 1964 da Marshall McLuhan in Understanding Media: ogni volta che un nuovo medium impone la sua impronta su un particolare momento storico, i media che lo hanno preceduto si pongono sullo sfondo – senza scomparire –  e iniziano un processo di riconfigurazione: provano cioè a ripensarsi dal di dentro per rimanere attuali (cfr. McLuhan, 2015).
Uno dei più recenti lavori che si misura con questo tema di fondo è il libro di Amanda Lotz, Post network. La rivoluzione della tv, in cui si descrive nei minimi dettagli una nuova forma di consumo mediale, che ha ridefinito il modo di guardare e di intendere la tv. L’obiettivo della ricercatrice americana è comprendere i destini della televisione e della validità connotativa di questo termine, che nella prima metà del Novecento venne usato per descrivere un medium che consentiva di condurre lo sguardo oltre le mura della propria abitazione. Una “privatizzazione mobile”, secondo l’analisi di Raymond Williams (2000), attraverso la quale si riusciva a fare esperienza del mondo pur rimanendo nel proprio contesto relazionale. Allo stesso tempo, una televisione come esserci, che non solo consentiva al pubblico di vedere ma anche di prendere parte.
Per Lotz “la televisione non è soltanto una macchina, ma anche l’insieme di comportamenti e pratiche associati al suo utilizzo”. Con questa definizione la ricercatrice statunitense rifiuta un’idea statica del medium, immaginandolo invece come il frutto di continue negoziazioni tra la tecnologia televisiva e i “rituali d’uso”, che dagli anni Cinquanta a oggi si sono cristallizzati in tre fasi della televisione: l’era dei network, la transizione multicanale e l’era post network. L’ultima, per intendersi, è la fase attuale in cui l’industria televisiva si è ibridata con i linguaggi digitali, delineando modelli molto diversi da quelli delle origini.

Quello che sembra interessante del lavoro di Lotz è uno sguardo ravvicinato sui meccanismi di funzionamento del medium e sulle modalità in cui i pubblici si appropriano progressivamente delle continue evoluzioni tecniche.
Allo stesso tempo, la ricercatrice statunitense riesce, con il suo libro, a tratteggiare un profilo ampio del medium, prendendo in considerazione non solamente le sue forme espressive e i modi di consumo, ma ricostruendo anche i momenti della produzione televisiva, della distribuzione dei contenuti e delle strategie economiche ad esse collegate. Ciò le consente uno sguardo articolato, che lascia emergere la tv come sistema industriale complesso, e non come una semplice macchina di intrattenimento o di propaganda.
Inoltre, appare efficace l’idea che la tv abbia ormai raggiunto una tale maturità e rilevanza nei consumi mediali degli americani, da essere divenuta il termine di confronto di sé stessa: non più un medium da comprendere in rapporto al cinema o alla radio, come capitò quando il piccolo schermo era ancora preda di una natura ancillare nei confronti dei “vecchi media”, ma un medium da esplorare internamente, facendo ricorso alla sua storia culturale. Il limite del libro è invece quello di arrestarsi alla comprensione specialistica del medium, senza dire, probabilmente per scelta, quali siano le conseguenze culturali della televisione postnetwork.

Un’analisi ordinata, condotta senza prendersi rischi
Da una studiosa attenta e appassionata come Lotz era lecito attendersi maggiore intraprendenza, quella che nel 2003 mostrò, per esempio, Eva Illouz con il suo libro Oprah Winfrey and the Glamour of Misery, in cui attraverso uno studio approfondito di un personaggio dello scenario televisivo, si consentiva al lettore di entrare nelle viscere dell’immaginario americano, riuscendo a restituire una immagine nitida dei processi culturali sintetizzati dalla produzione e della fruizione televisiva di quel momento. Attraverso l’analisi di una potentissima figura dell’immaginario, Illouz riusciva a far emergere “lo specifico modo Americano di produrre e consumare cultura”, cioè, riusciva a mostrare la televisione come stampo del mondo americano (cfr. Illouz, 2003).
Il libro di Lotz, invece, è un tentativo di “fare ordine” e di illustrare “il punto della situazione” su un tema controverso delle scienze sociali, inserendosi in quella schiera di scritti utili che, prendendo in prestito le parole sibilline di Gyorgy Lukacs in L’anima e le forme, “non possono darci altro che erudizione e dati e riferimenti” (Lukacs, 2002). Per riflettere su una questione così importante dei media studies sembra più efficace la postura intellettuale e la metodologia del saggista che, come scrive, ancora, Lukacs, “accetta con ironia l’eterna pochezza della mente che lavora sui fatti più profondi della vita, e tende a metterla in risalto con ironica modestia” (ibidem).
La televisione è stata il mondo in un particolare momento di arresto. Per comprenderne la portata, essa va studiata attraverso una più ambiziosa “teoria dei rapporti tra elementi di tutto un sistema di vita”. Raymond Williams utilizzava questa espressione nel suo saggio Cultura e rivoluzione industriale (1968), mentre si accingeva a ricostruire la genealogia della cultura moderna. La televisione ha rappresentato lo stampo in cui si è formato l’Occidente negli ultimi sessant’anni: la conquista della distanza, i bagliori del retroscena, che per la prima volta divengono visibili allo spettatore, la torsione del pubblico in protagonista del processo comunicativo, sono stati i cardini dell’esperienza televisiva.
Ora questa televisione è una immagine nel nostro album dei ricordi, per tale ragione fatichiamo a liberarcene, ma siamo in attesa che studiosi appassionati e brillanti come Lotz ci spieghino con maggiore coraggio il destino dello schermo, che poi, infondo, è il destino di tutti quanti noi.

Letture
  • Alberto Abruzzese, Lo splendore della tv, Costa&Nolan, 1995.
  • Eva Illouz, Oprah Winfrey and the Glamour of Misery, Columbia Univrsity Press, New York, 2003.
  • Gyorgy Lukacs, L’anima e le forme, SE, Milano, 2002.
  • Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, 2015.
  • Tito Vagni, Abitare la TV, Franco Angeli, Milano, 2017.
  • Raymond Williams, Cultura e rivoluzione industriale, Einaudi, 1968.
  • Raymond Williams, Televisione, tecnologia e forma culturale, Editori Riuniti, 2000.