Laboratorio Fiume: visioni,
cronache e deformazioni


Nel 1919, cent’anni fa esatti, a Fiume (oggi Rijeka, Croazia), città “inquieta e diversa”, come la definì Gabriele D’Annunzio, con meno di trentamila italiani (oggi sono suppergiù 2.500) su una popolazione multietnica di (allora) oltre 46.000 abitanti, un diciottenne spilungone, asciutto, biondissimo (la madre era svedese), con voce potente in contrasto con il fisico longilineo, si unisce alla già nutrita rappresentanza genovese dei legionari fiumani, sedotto dal carisma intellettuale di un poeta, Gabriele D’Annunzio, quasi sessantenne, piccolo di statura, già completamente calvo, ma aureolato di shining letterario, e ormai glorificato per le imprese di eroismo militare, soprattutto aviatorio.
Nato a Genova il 31 luglio 1901, quel giovanotto, Carlo Otto Guglielmino, arriva a Fiume il 14 settembre 1919, due giorni dopo l’ingresso trionfale del Comandante Gabriele D’Annunzio nella Città Olocausta (come fu ribattezzata dal Vate). Inviato speciale del Corriere Mercantile, seguirà l’impresa/avventura fiumana scrivendo corrispondenze che verranno non di rado censurate. Il diario, ora ripubblicato da Bietti a sessant’anni di distanza dalla prima edizione, si chiude con un saggio in appendice di Anita Ginella (Un diciottenne genovese a Fiume) e si aggiunge come utile contributo memorialistico alla già cospicua serie di libri dedicati all’esperienza fiumana usciti negli ultimi due anni: dalle monografie di storici e giornalisti come Raoul Pupo (2019), Serventi Longhi (2019) e Vercesi (2018), fino al più recente contributo del Guerri (2019) passando per le rievocazioni (non sempre super partes ed equilibrate) di studiosi stranieri come Philipp Blom, che intitola il secondo capitolo del suo libro sull’Europa tra le due Guerre proprio a Fiume (1919. Colpo di Stato con Poeta). Fatto sta che il centenario ha riacceso il dibattito e l’interesse, non solo con iniziative editoriali, ma anche incontri, dibattiti e una grande mostra a Trieste, Disobbedisco. La rivoluzione di D’Annunzio a Fiume 1919-1920, a cura di Giordano Bruno Guerri (aperta dal 12 luglio al 3 novembre 2019).

La mostra Disobbedisco. La rivoluzione di D’Annunzio a Fiume 1919-1920, a cura di Giordano Bruno Guerri (aperta dal 12 luglio al 3 novembre 2019), da cui provengono anche le immagini successive.

Ciò che rende particolarmente interessante il diario di Guglielmino è l’essere una cronaca di quei giorni convulsi che dà l’idea del sottofondo emotivo e ideale dell’impresa fiumana. Precisa Ginella:

“Il diario, di cui il libro è la fedele trasposizione, racconta appunto giorno per giorno gli avvenimenti, senza indagare cosa vi sia al di sotto… Per lui il Comandante è l’eroe, la guida cui bisogna obbedire indefettibilmente”.

Uno degli appunti più interessanti del diario fiumano di Guglielmino ci consegna un ritratto della vita quotidiana di D’Annunzio che spicca per sobrietà quasi pauperista inquadrata in una rigorosa e impegnativa tabella di marcia:

“Non so come d’Annunzio regga a tanto sforzo. Non va mai a letto prima di mezzanotte e si alza prestissimo, alle sei al più tardi. Scrive, riceve, visita i reparti, tiene discorsi. Egli mangia di regola nella camera da letto, facendosi portare un pasto leggerissimo. Preferisce il pesce e le uova alla carne. Non beve vino – se non in determinate occasioni – e poca acqua. Dopo ogni pasto si concede una tazza di caffè ed una sola sigaretta, che fuma a metà. Quando è costretto ad accettare l’invito dei reparti ed a mangiare alle loro mense, deve controllarsi: sa che basta un bicchiere di champagne a renderlo vivacissimo. Quando lavora nella sua camera indossa una vestaglia oppure, se fa freddo, il maglione grigio da aviatore”.

Il diario di Guglielmino prende avvio dal 14 settembre 1919, per chiudersi il 23 dicembre 1920, la vigilia del “Natale di Sangue”, quando il romantico ed eroico sogno di Fiume libera e italiana, l’esperimento rivoluzionario di una repubblica pluralista, tollerante, progressista e aperta, sotto l’egida di un poeta, viene sbriciolato dalle cannonate di Enrico Caviglia agli ordini di Giovanni Giolitti che, nel giugno 1920, era subentrato a Francesco Saverio Nitti come presidente del Consiglio, e ormai deciso a chiudere la rivendicazione italiana di Fiume per via diplomatica: il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 sancirà per Fiume lo status di città libera. Dal 1924 al 1945 Fiume sarà provincia del Regno d’Italia. Nel 1947 entrerà nell’orbita jugoslava, per poi diventare, dal 1995, la terza città della repubblica croata. Per il 2020 Rijeka-Fiume è stata designata quale capitale europea della cultura.

La marcia di Ronchi
La questione fiumana esplode all’indomani della Grande Guerra, in seguito al Trattato di Versailles, che aveva gettato le basi per le rivendicazioni nazionalistiche di Fiume e, in seguito, della Dalmazia: donde l’espressione dannunziana di “Vittoria Mutilata” in riferimento alla disparità di trattamento subita dall’Italia negli incontri di Versailles.
Gli ufficiali (fra cui Riccardo Frassetto e Vittorio Rusconi) che avevano stretto il patto giurato per liberare la città di Fiume dalle truppe straniere e assicurarne l’annessione all’Italia, si rivolsero prima (e invano) a Enrico Corradini, a Luigi Federzoni, a Benito Mussolini e a Peppino Garibaldi. Poi inviarono un pressante appello a D’Annunzio, che, nonostante fosse in tutt’altra impresa affaccendato (progettava un raid aereo Roma-Tokyo), accettò l’invito a comandare la spedizione di Ronchi dei Legionari (Go), punto di partenza storico-geografico per la conquista di Fiume. Quale personaggio più magnetico di D’Annunzio poteva allora calamitare l’attenzione di un giovane volontario come Guglielmino?

Fiume come “controsocietà
L’impresa fiumana fu molte cose. Tant’è che si parla di fiumanesimo. A Fiume confluì un’umanità così varia che molti hanno definito l’avventura fiumana il primo di tanti esperimenti libertari e antisistema degli anni Venti, dalla Berlino di Weimar alla Parigi degli anni folli, all’America del Jazz.
Ecco due passaggi che focalizzano molto bene il contesto storico-ideologico dell’esperienza fiumana il primo e il secondo il rapporto (o per meglio dire il “non rapporto”) con il Fascismo:

“Scioglieva le briglie all’istinto di ribellione contro l’ipocrisia di un mondo dominato dagli interessi economici: l’uomo divenuto ingranaggio, l’imperialismo rapace, l’oppressione dei popoli. Anticipava Charles Chaplin e Che Guevara, la guerra di Spagna e il Sessantotto, il movimento dei paesi non allineati e il rifiuto di un ordine mondiale pensato a Washington. Tutto ebbe origine, infatti, da un’imposizione del presidente degli Stati Uniti, Thomas Woodrow Wilson, dalle astuzie diplomatiche delle due principali potenze coloniali, Francia e Gran Bretagna, e dall’inadeguatezza dei governi italiani” (Vercesi, 2018).

“Per sedici mesi Fiume fu teatro di cospirazioni, feste, beffe, battaglie, amori, in un intreccio diplomatico-politico sospeso tra utopia e realtà. Militari, scrittori, aristocratici, industriali, femministe, sovversivi, politici, ragazzi fuggiti di casa, componevano l’esercito del «Comandante» inconsapevoli di quanto avrebbero influenzato l’immaginario del Novecento. Nelle luci e nelle ombre dell’Impresa ritroviamo, a distanza di cento anni, molti aspetti del mondo d’oggi: la spettacolarizzazione della politica, la propaganda, la ribellione generazionale, la festa come mezzo di contestazione, la rivolta contro la finanza internazionale, il conflitto tra nazionalismi, il ribellismo e la trasgressione. Mussolini, che a Fiume tradì d’Annunzio, saccheggiò quell’epopea adottandone la liturgia della politica di massa: i discorsi dal balcone, il dialogo con la folla, il «me ne frego», l’«eia eia alalà», riti e miti. La «Città di Vita» fu anzitutto una «controsocietà» sperimentale, in contrasto sia con le idee e i valori dell’epoca, sia – e tanto più – con quelli del fascismo. Se molti legionari aderirono al regime come Ettore Muti, molti altri furono irriducibili antifascisti, confinati o costretti a morire in esilio, come il sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris”
(Guerri, 2019).

 Lo stato d’animo, il sentiment come si dice oggi, dei giovani intellettuali futuristi come Guglielmino in procinto di unirsi alla variegata milizia di legionari fiumani non dovette essere di natura molto diversa dallo spirito che animava i Mille di Garibaldi:

“Ha cinquantasei anni, Gabriele d’Annunzio. Il poeta, drammaturgo e romanziere abruzzese, sempre sopra le righe mentre recita la sua vita, si era trasformato da vate profano in Vate sacro durante le “radiose giornate” del maggio 1915: sulla rocca di Quarto, nell’anniversario della partenza dei Mille per il Volturno, aveva invocato la discesa in campo dell’Italia attribuendole il valore di quarta guerra “santa” d’indipendenza” (Vercesi, 2018).

La Carta del Carnaro
Stranamente (almeno per chi legge oggi il suo diario), Guglielmino non accenna alla Carta del Carnaro, la costituzione redatta dal sindacalista rivoluzionario de Ambris, alla quale dobbiamo dedicare una parentesi per l’importanza che essa riveste nella lettura rivoluzionaria e progressista dell’esperienza dannunziana a Fiume.

“Gabriele D’Annunzio riceve da Alceste de Ambris un disegno di carta costituzionale il 18 marzo del millenovecentoventi. Non si può dubitare che si tratti di un testo rivoluzionario, ispirato alle più avanzate dottrine europee del socialismo radicale e ai più evoluti principi libertari. Il sindacalista dell’azione diretta, chiamato dal Comandante a inizio d’anno come suo capo di gabinetto, ha ideato per Fiume una costituzione avveniristica, una democrazia fondata sui diritti dei lavoratori e delle persone. Di tutte le persone. […] La Costituzione garantirà la libertà di stampa, di parola, di pensiero, di religione, perfino la libertà sessuale; garantirà che la vita sia degna, assicurando l’istruzione elementare, l’educazione fisica, i minimi salariali, l’assistenza sociale per malattia, invalidità disoccupazione e vecchiaia… Lo Stato della futura Repubblica del Carnaro non ammetterà che una proprietà possa essere riservata a una sola persona quasi fosse una parte, né che un proprietario la lasci inerte o ne disponga malamente e esclusione di ogni altro” (Scurati, 2018).

Non è detto che tutti i volontari come Guglielmino fossero necessariamente al corrente di questa nuova costituzione, anche se il documento, limato e corretto dallo stesso D’Annunzio, sarebbe stato sottoposto al vaglio del Consiglio nazionale fiumano. Abbiamo accennato a questa Carta perché senza di essa non si potrebbe comprendere pienamente la portata progressista del fiumanesimo.

Distanza dalla politica
Carlo Otto Guglielmino sottolinea, però, la reiterata intenzione del Vate di non voler mischiare la politica, per la quale manifesta un profondo disprezzo, con la sua impresa. Il Comandante afferma più volte la divisione ben netta tra il movimento fascista e la Marcia di Ronchi, e lo ripeterà anche all’inviato di Mussolini, presentatosi il 21 settembre 1919, e liquidato velocemente. Le osservazioni di Guglielmino sulla “cordiale inimicizia” tra Mussolini e il Vate supportano la tesi della lontananza di D’Annunzio dal fascismo e dalle “camicie sordide” da sempre sostenuta da Giordano Bruno Guerri e ribadita nel suo Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920.    “Disobbedisco” è una delle prime, forse la prima parola che D’Annunzio verga di sua mano appena giunto a Fiume. Guglielmino ne parla in un appunto del suo diario:

“Ho qui il primo autografo di d’Annunzio. Glielo ho ‘fregato’, come dicono gli arditi. È un foglio di carta a mano. C’è scritto: «Disobbedisco. Fiume d’Italia. 12 settembre 1919». Forse era una secca risposta a una intimazione ricevuta. Non so…”

La ripubblicazione di questo diario comprende un apparato iconografico con foto di D’Annunzio e Guglielmino, ma anche una collazione di motti e insegne dannunziane, riproduzione di immagini tratte dal libro di Frassetto (Fiume o morte). Fra questi motti fiumani non si possono non ricordare le frasi più eternate nella memoria storica: “Ardisco, non ordisco”, “Hic manebimus optime”, “Io ho quel che ho donato”, “Memento audere semper”.

Fiume, laboratorio per futuri antifascisti
Tornando al tema, attualissimo, della distanza intercorrente tra D’Annunzio e il fascismo, la tesi di Bruno Guerri è evidenziata – come ricorda Ginella in una nota in calce all’appendice del diario di Guglielmino – da Paolo Mieli in un articolo sul Corriere della Sera (18 marzo 2019) intitolato D’Annunzio non fu mai fascista. Molti dei suoi «legionari» contro il Duce.
In effetti, se è vero che vantano un passato di legionari fiumani personaggi poi fascistissimi come Tommaso Beltrami ed Ettore Muti (Ardito e membro degli uscocchi fiumani, soprannominato da D’Annunzio “Jim dagli occhi verdi”), non mancano, però, fra i seguaci dannunziani a Fiume figure in seguito di spicco nell’antifascismo: a parte tutta l’ala bolscevica rappresentata da intellettuali come Henry Furst e Léon Kochnitzky, dobbiamo ricordare almeno il tenente Gabriele Foschiatti, futuro dirigente del Partito d’Azione, arrestato dai tedeschi nel 1943 e morto a Dachau; e Mario Magri, soprannominato da D’Annunzio “Capitano Magro”, che dopo Fiume divenne acceso antifascista trascorrendo diciassette anni al confino tra  Ponza, Lipari, le Tremiti e Pescopagano. Rinchiuso nel carcere di via Tasso a Roma, dove divise la cella con Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, Magri verrà poi assassinato alle fosse Ardeatine insieme ad altre 335 vittime della ritorsione nazista per l’attentato di via Rasella, il 23 marzo 1944.

Quanto al futuro di Guglielmino dopo l’esperienza fiumana, “l’adesione al fascismo fu per lui una scelta consequenziale” nota Anita Ginella. Consequenziale per lui, non per tutti, come abbiamo visto. Guglielmino farà carriera nel giornalismo, e nel 1942 diventerà direttore de La Prora, giornale del fascismo genovese. Nel dopoguerra, a causa dei suoi trascorsi politici, viene cancellato dall’Ordine dei giornalisti. Riprende, comunque, l’attività giornalistica negli anni Cinquanta. Nuovamente caporedattore, questa volta del Corriere Mercantile e della Gazzetta del Lunedì, si focalizzerà su argomenti legati ai problemi dei trasporti e delle comunicazioni liguri, firmando inchieste sulla speculazione edilizia che aggrediva le pendici attorno a Genova e minacciava il monte di Portofino. “Battaglia contro i mulini a vento”, chiosa Anita Ginella. Come quella intrisa di sogno e passione, che Guglielmino aveva vissuto quarant’anni prima a Fiume?

Letture
  • Philipp Blom, 1919 colpo di Stato con Poeta in La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938), Marsilio, Venezia, 2019.
  • Piero Chiara, Vita di Gabriele D’Annunzio, Mondadori, Milano, 1978.
  • Giovanni Comisso, Le mie stagioni, Longanesi, Milano, 1985.
  • Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Mondadori, Milano, 2009.
  • Giovanni Host-Venturi, L’impresa fiumana, Aspis Edizioni, Milano, 2019.
  • Mario Maria Martini, La passione di Fiume, NovaEuropa Edizioni, Milano, 2019.
  • Paolo Mieli, D’Annunzio non fu mai fascista. Molti dei suoi «legionari» contro il Duce, in Corriere della Sera, Milano, 18 marzo 2019.
  • Raoul Pupo, Fiume città di passione, Laterza, Bari, 2018.
  • Antonio Scurati, M il figlio del secolo, Bompiani, Milano, 2018.
  • Maurizio Serra, L’imaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio, Neri Pozza, Vicenza, 2019.
  • Enrico Serventi Longhi, Il faro del mondo nuovo. D’Annunzio e i legionari a Fiume tra guerra e rivoluzione, Gaspari, Udine, 2019.