Diavoleide, musiche
e novelle del Maggio

Nomen omen, locuzione finalistica che vale anche per i titoli delle opere d’ingegno. Di sicuro è valida per il lungometraggio girato da Jean-Luc Godard nel 1968, fatidicamente battezzato One Plus One, ovvero “uno più uno”.
Il film da uno divenne presto due film, con montaggi differenti e titoli diversi. A essere distribuito nelle sale fu il secondo, intitolato Sympathy for the Devil, che presentava significative differenze proprio riguardo al brano dei Rolling Stones e sulla sequenza finale. Modifiche apportate all’insaputa di Godard che ne prese visione al National Film Theatre di Londra dove nel novembre dello stesso anno venne proiettato per la prima volta.
Questa versione approdò anche in Italia con un terzo titolo, I Rolling Stones secondo Godard, che ancora oggi lascia senza parole. D’altra parte, quando il diavolo ci mette lo zampino non può andare diversamente e, come è tristemente noto, il brano fece anche da luttuosa colonna sonora ai fatti di sangue del festival tenutosi ad Altamont il 6 dicembre 1969, ma questa è un’altra storia.
Diabolicamente seminò anche zizzania, perché sia Mick Jagger che Keith Richards non andarono per il sottile nel contestare l’esito finale (“il film era un cumulo di stronzate”, stigmatizza Richards nella sua autobiografia, cfr. Richards, 2014), e Godard a sua volta s’infuriò assai e invitò il pubblico del National Film Theatre a boicottare la versione manipolata, intitolata, appunto, Sympathy for the Devil.

La pellicola è arrivata in forma definitiva per il mercato home video grazie alla Koch Media che ne propone in un’unica confezione (per la prima volta in blu-ray, ma disponibile anche in dvd o digital download) entrambe le versioni: la director’s cut di Godard e quella voluta da uno dei produttori, Ian Quarrier. Ognuna sul suo dischetto, su ognuno dei quali è stato aggiunto il dietro le quinte Voices di Richard Mordaunt, un documentario dentro il documentario di circa tre quarti d’ora.
Uno più uno. D’altra parte, One Plus One era in partenza destinato a essere uno e molteplice. Godard aveva in mente i Beatles ma poi non se ne fece niente e così anche le band, a conti fatti, sono una più una nella storia di questo film. Nomen omen.

“È un film che è stato girato contemporaneamente ai fatti del maggio ’68 a Parigi, un momento in cui mi veniva rinfacciato di essere andato a lavorare all’estero mentre tutto il popolo francese era in sciopero… ed era un momento in cui ero abbastanza… ero, credo, sempre più sperduto. E cercavo di incollare dei pezzi, di trovare altri pezzi, cominciavo a filmare delle cose in modo separato. E visto che in giro c’era della musica, questo poteva offrirmi l’occasione per… In un primo momento dovevamo farlo con i Beatles, poi non si è più fatto… e abbiamo chiesto ai Rolling Stones e loro hanno accettato. Era una produzione tutta inglese, io facevo solo il regista… Così sono andate le cose” (Godard, 2012).

Di unico in questa faccenda c’è solo l’anno in cui vennero girate le scene, le storie, i frammenti, i momenti, quel flusso di riprese che Godard chiamò One Plus One: il 1968. Il cineasta più impegnato, chiacchierato, più geniale e meno classificabile di quella stagione passata alla storia come Nouvelle Vague, cercò di catturarne l’ansia, le contraddizioni, i sommovimenti anche interiori, i sogni, i progetti, gli obiettivi, le difficoltà, che nell’insieme furono i fatti del Maggio.

Il film venne girato praticamente in contemporanea e proprio questo essere dentro fino al collo, seppure dall’altra parte della Manica (fu e rimane l’unico suo lungometraggio inglese), lo rende tuttora un oggetto misterioso, per certi versi indecifrabile, di sicuro invecchiato, certamente attuale, radicalmente confuso e sostanzialmente affascinante.

Rivoluzione in microporzioni
Uno più uno, più altro ancora, tanto, troppo, un fascio di esili storie. Di che cosa parla One Plus One/ Sympathy for the Devil? Di sei vicende, o meglio accadimenti paralleli: cinque quadri e una storia narrata con un fuori campo. C’è una ragazza coi capelli rossi, non quella per cui sospira Charlie Brown, ma la compagna di Godard all’epoca, Anne Wiazemsky, recentemente scomparsa, icona della meglio gioventù filmica a cavallo tra i Sessanta e il decennio successivo. Attrice per Pier Paolo Pasolini (Porcile), Carmelo Bene (Capricci), Marco Ferreri (Il seme dell’uomo), per citare gli italiani, ma soprattutto autentica musa di quella stagione godardiana, a cui nella vita e nell’arte Anna Karina passò il testimone. È lei che ricopre di scritte fantarivoluzionarie portoni, cancelli, marciapiedi e portiere d’auto di Londra: “Freudemocracy”, “Cinemarxisme”, “Sovietcong”, “SoCIAty”, cose del genere. Scrivi e fuggi sembra il suo motto.
La stessa Wiazemsky veste poi i panni di una emblematica Eve Democracy in una lunga sequenza che la vede, annoiatissima, rilasciare un’intervista a una troupe televisiva passeggiando nei boschi, rispondendo semplicemente: sì o no.
Altra storia, altra sequenza unica, di circa un quarto d’ora, è quella ambientata in una porno libreria di proprietà di un nazista (interpretato dal famigerato Quarrier) che legge brani del Mein Kampf, mentre i clienti acquistano altre pubblicazioni dai titoli espliciti/equivoci, come I gave my body to Hitler. Due giovani ebrei, evidentemente pestati e malmenati, sono esposti in un angolo e vengono puntualmente schiaffeggiati dai clienti dopo che questi hanno effettuato un acquisto.

Diverse invece le scene riguardanti un manipolo di uomini delle Black Panther che hanno eletto a propria sede uno spazio destinato alla rottamazione di automobili. Armati di tutto punto, leggono brani militanti di Eldridge Cleaver e di Leroy Jones. Finiranno per sequestrare, violentare e giustiziare tre ragazze bianche avvolte in tuniche bianche.
C’è poi un misterioso romanzo pul/p/olitico letto dall’attore Sean Lynch, dove i generi hard boiled e science fiction vengono mescolati con cura con l’aggiunta di un pizzico d’erotismo.

Le scene rotolanti e quelle finali
Infine, ci sono loro, i Rolling Stones, appena usciti dall’abbuffata psichedelica di Their Satanic Majesties Request, ancora capaci di scrivere pagine memorabili prima di trasformarsi nella migliore cover band dei Rolling Stones…, con i due sovrani indiscussi, Jagger e Richards, una corte di gente alternativa d’epoca, tra cui Anita Pallenberg e Marianne Faithfull, un brano che prende forma lentamente, nato dalla lettura de Il maestro e Margherita, il capolavoro di Michail Bulgakov che folgorò Jagger, e soprattutto il mesto, perso e di lì a poco anche scomparso Brian Jones. Sono agli Olympic Studios al lavoro sull’album che si chiamerà Beggars Banquet.
Così abbiamo due film e sei storie, e dire che Godard voleva dividere, ma più divideva più tutto si moltiplicava:

“Quello che mi interessava era proprio questo: dividere in due. Mi ricordo che così era in tutti i film che tentavo di fare a quell’epoca e di cui solo questo è stato finito… Il soggetto era questo: da un lato c’era One – cioè i Rolling Stones – e di fronte c’ero io. Questo faceva dunque One plus One. Uno più uno, che era un modo per cercare di fare due. Ma poi mi sono accorto, dopo, che fra due cose ci deve essere sempre un’altra cosa, cioè quel più o quel meno. Non è mai solo due; è tre o… È sempre tre. E proprio per questo il film che facevo non era un film era solo one più one, diciamo così. E non arrivava a essere una parità, quel più che mi escludeva non diventava… Cioè in quel film non ci pensavo. Erano solo, appunto, alcuni elementi” (ibidem).

Alcune di queste mini storie confluiscono nella contestatissima sequenza finale e la sua splendida scena conclusiva. Gli Stones in studio continuano a provare passaggi di Sympathy for the Devil, poi non suonano più, la voce di Sean Lynch recita un passo quanto mai enigmatico del romanzo, dallo studio londinese siamo passati a una spiaggia dove c’è una troupe cinematografica, ci sono dei rivoluzionari, si spara, una ragazza, ancora Anne Wiazemsky, muore, viene presa e portata su una gru, la macchina entra in funzione, il braccio si solleva, il corpo della giovane, priva di vita, si innalza al cielo e con lei ci sono due bandiere, una rossa e una nera, i colori dell’anarchia, che sventolano, restano il mare, i gabbiani. Nella versione di Quarrier, invece, sopra le immagini degli Stones in studio, parte la versione definitiva del brano e il tutto si conclude con un fermo immagine su cui scorrono i titoli di coda (odiatissimi da Godard).

La vita, la morte, i conflitti e un bel po’ di confusione: questo ci lascia oggi One Plus One/ Sympathy for the Devil, che poteva nascere solo sotto il segno del frammento, dell’incompiuto, del farsi e dell’abolirsi. Nello stesso anno, Godard girò anche Un film comme les autres (con protagonisti operai della Renault e studenti dell’Università di Parigi a Nanterre a confronto sui temi della rivoluzione), l’incompiuto One American Movie e dei segmenti del film collettivo Cinétracts. L’anno dopo entrò a far parte di un collettivo di cineasti militanti: il Gruppo Dziga Vertov. L’impegno e l’arte, dilemma irrisolto. C’erano molte vie per scioglierlo, Jones scelse l’auto da fé, gli altri di vendere l’anima a vari dèi (denaro, fama, immortalità), Godard di continuare a inquadrare, riprendere, incollare, smontare le immagini, forse la vita, secondo l’antico adagio beckettiano: fallire ancora, fallire meglio.
Al diavolo, solo per questo merita tutta la simpatia del mondo.

Letture
  • Jean-Luc Godard, Introduzione alla vera storia del cinema, edizioni PGreco, Roma, 2012.
  • Keith Richards, Life, Feltrinelli, Milano, 2014.