Benvenuti nella vera
Panopticon Revolution


Ogni disciplina ha il suo tormentone: la filosofia si chiede dall’alba dei tempi se esista davvero un libero arbitrio; la fisica s’interroga sulla nascita dell’universo; la giurisprudenza, spesso, si domanda quale debba essere la funzione del carcere.
Questo dilemma fu uno dei crucci di Jeremy Bentham: filosofo e giurista inglese, campione di originalità (potete osservare tutt’ora il suo cranio imbalsamato presso lo University College di Londra, per suo volere testamentario) vissuto tra diciottesimo e diciannovesimo secolo ed esponente di spicco dell’utilitarismo giuridico: indirizzo che vede la pena come un male (minore) capace di evitare un altro male (peggiore).
Bentham ritenne infatti che fosse necessario punire solo ciò che era utile punire e con il minor sforzo possibile. Per questa ragione, ideò un sistema di sorveglianza penale malignamente perfetto. Il suo nome dice già tutto: Panopticon – che in greco antico significa “Ciò che vede ogni cosa”…
L’idea che sta alla base di questa utopia penale è che un solo sorvegliante, all’interno di un carcere, possa controllare tutti i detenuti senza che quest’ultimi possano sapere se in un dato momento siano osservati oppure no. Questo principio, come detto, risponde alle esigenze di quell’utilitarismo giuridico, propiziato proprio da Bentham.


Il funzionamento di questo meccanismo teoricamente infallibile, infatti, concentra tutto lo “sforzo coercitivo” in un solo agente dell’ordine (risparmiando cospicue risorse di personale) – il quale occupa la torre centrale della struttura, da cui si dipana, in modo circolare, tutta la struttura carceraria contenente le celle dei detenuti – in una sorta di proto Grande Fratello di stampo penale.
Il concetto di Panopticon – collegamento diretto con la mitologia greca, che richiama il nome del gigante dai cento occhi Argo Panoptes – è divenuto presto il simbolo del controllo invisibile e ubiquo da parte di un’entità esterna.
Michel Foucault e lo stesso George Orwell hanno preso spunto dalla teoria di Jeremy Bentham per costruire le loro dissertazioni filosofiche e narrative: l’uno disquisendo della cosiddetta “Societé panoptique” nella terza parte del preclaro saggio Sorvegliare e punire (1975),l’altro dipingendo l’immortale quadro della più famosa delle società distopiche con il suo romanzo 1984.

Salto nel tempo: marzo 2018. 

Di social e società panottici ne hanno disquisito più o meno tutti.
Da Raffaele Alberto Ventura, noto anche col suo social nom de plum Eschaton, che preconizzò anche il nostro totale disinteresse verso la protezione delle informazioni digitali in cambio di visibilità dopata; al Guardian, più recente (2015), dove si parla di “Societé panoptique” all’ingresso dell’era dei big data; fino a Edward Snowden (che di controllo sociale se ne intende), che ha da poco definito Facebook “una società di sorveglianza”. Perché scriverne ancora, dunque? Una premessa e due semplici risposte.

La premessa
Per chi avesse abitato in una romita spelonca nell’ultimo mese, è giusto ricordare lo scoppio del caso Cambridge Analytica. “Cambridge Analytica” come si legge su Wikipedia “è una società di consulenza britannica che combina il data mining, l’intermediazione dei dati e l’analisi dei dati con la comunicazione strategica per la campagna elettorale”.
Fondata da Steve Bannon, ex capo stratega del presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, Cambridge Analityca è stata accusata di aver inficiato il regolare corso democratico delle ultime elezioni presidenziali americane influenzando il voto del popolo statunitense attraverso i dati di circa 70 milioni di utenti Facebook…

Come spiega bene su Linkiesta Andrea Daniele Signorelli, il “cavallo di Troia” è stato un banale test della personalità ideato dal ricercatore dell’Università di Cabridge Aleksandr Kogan, disponibile su Facebook, e che ha improvvidamente attirato l’attenzione di un gigantesco numero di persone. Per accedere al test, infatti, era obbligatoria la spunta su alcune richieste – come l’accesso alle informazioni digitali contenute sul proprio profilo social, spalancando così le porte altresì sui dati dei propri amici. Dati che, in seguito, Kogan ha offerto a Cambridge Analityca. Il grosso problema, naturalmente, è che Mark Zuckerberg (e quindi Facebook, come ha riferito il Guardian) sarebbe stato a conoscenza dell’operato di Cambridge Analityca ma non avrebbe fatto nulla (e non sarebbe l’unica azione ambigua da parte dell’imprenditore di White Plains, come evidenzia Federico Mello nel suo recente Il lato oscuro di Facebook) per impedire questo massiccio utilizzo di dati terzi.
Almeno fino alla fuoriuscita del caso per opera del whistleblower di Cambridge Analityca Christopher Wylie. Ed è soltanto di oggi (5 aprile 2018) la notizia che Facebook avrebbe “tagliato” le informazioni digitali degli utenti forniti dai cosiddetti “data broker”, come ben spiega Carola Frediani in un recentissimo articolo per AGI. 
Ma in questo caso – come ha sottolineato lo stesso Signorelli – a noi interessa l’atteggiamento del singolo: come sempre più spesso accade, infatti, la fiumana di utenti attratti da quel succoso test della personalità non ha letto le condizioni propedeutiche per il lubrico passatempo virtuale. 
Tutto e subito, pur di condividere; il gioco valeva la candela.

Le risposte
Primo, questo “scandalo” Cambridge Analytica ha portato sotto l’occhio bulimico del pubblico mainstream ciò che prima era diletto e castigo (e pure foraggio) dell’Intellighenzia Social.
Secondo, sempre l’affaire Cambridge Analytica sposta questo filone panottico tecnoparanoico a un altro livello. Non più Panopticon 2.0 o Reloaded ma (come recita la trilogia di Matrix che ha compiuto da poco 19 anni e come suggerisce Ventura/Eschaton): Panopticon Revolution.
Una “rivoluzione panottica” che sta nell’avere restaurato il vetusto e monolitico Panopticon benthamiano in un carcere pieno di specchi; specchi che riflettono la nostra immagine su altri specchi in un Infinite Jest dove tutti guardano tutti e dove anche il guardiano stesso (come suggerisce ancora Ventura) è osservato da un occhio centrale trascendente, un po’ Sauron un po’ Big Brother, che è in realtà la summa di tutti questi occhi. Vi ricordate del gigante Argo Panoptes? Ecco. Noi siamo il gigante, e siamo anche gli occhi.
La spaventosa e ancestrale domanda di Giovenale – “Quis custodiet ipsos custodes?” “Chi guarderà i guardiani?” (contenuta nella Satira VI, che a sua volta riprende un pensiero affine del Platone della Repubblica) – trova, insomma, un’icastica risposta: i guardiani stessi (“ipsos custodes”) guarderanno gli altri guardiani.

Scriveva Zygmunt Bauman: “In un mondo in cui cose volutamente instabili sono la materia prima per la costruzione di identità necessariamente instabili, occorre stare costantemente in guardia” (Bauman, 2014). Cosicché, infine, non ci saranno più guardiani… 
Come ben scrive Simone Cosimi in un florilegio pubblicato su Wired dei contributi più significativi del sociologo polacco, (celebre per la sua teoria della società liquida): “La novità è che questo spazio del controllo ha perso i muri. E a dire il vero non occorrono neanche più i sorveglianti, visto che le «vittime» contribuiscono e collaborano al loro stesso controllo”.
Se tutti siamo guardiani non esiste più nulla da guardare. Perché, come chiosa il preconizzante articolo di Ventura, “dello spazio privato non c’importa più nulla, perché non ci serve più a nulla, perché non abbiamo più nulla da nascondere”.
Tuttavia, questa fuga dalla criptoesistenza epicurea (sparuti ormai i seguaci del “lathe biosas”, visti ormai come alieni) che Ventura ammanta di malinconia non è la tragedia esistenziale del nuovo millennio, bensì (con spirito più affabile, quasi una sprezzatura à la Baldassarre Castiglione) l’ineluttabile Zeitgeist della nostra epoca.
Un coro di milioni di voci giubilanti o querulanti che grida a sé stesso ciò che non vuole ammettere e ciò che invece sa fin troppo bene. Abbiamo bisogno, come un gregge assuefatto, delle scariche di dopamina rilasciate a ogni like, commento, menzione, post, re/tweet o condivisione social. Come recita un articolo del Financial Times (altra profezia risalente a cinque anni fa), siamo diventati completamente dipendenti dalle nostre appendici digitali. Ne abbiamo “semplicemente” bisogno. Anche a costo di immolare la nostra vita privata, che privata più non è da tempo, sull’altare della Panopticon Revolution.
Siamo noi stessi che cediamo i nostri dati a chicchessia senza preoccuparci del dopo, e lo facciamo tutti, perché ciò che intimamente ci interessa più di tutto è essere visti, letti, osservati, condivisi; qualunque cosa, (anche scrivere questo articolo, granello di sabbia nel deserto), pur di sfuggire all’anonimato.
Un anonimato che è la vera povertà dell’Annus Domini 2018 – inizio della Panopticon Revolution.

Letture
  • Jeremy Bentham, Panopticon, Marsilio, Venezia, 2002.
  • Zygmunt Bauman-David Lyon, Sesto. potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Laterza, Bari, 2014.
  • Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Parte Terza, Einaudi, Torino, 2005.
  • Federico Mello, Il lato oscuro di Facebook, Imprimatur, Reggio Emilia, 2018.
  • George Orwell, 1984, Feltrinelli, Milano, 2002.
  • Giovenale, Saturae, Feltrinelli, Milano, 2013.
  • Baldassare Castiglione, Il libro del cortegiano, Garzanti, Milano, 2007.
  • Zygmunt Bauman-David Lyon, Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Laterza, Bari-Roma, 2014.
Visioni
  • Lana & Lilly Wachowsky, The Matrix Trilogy, Warner Bros. Pictures, Stati Uniti d’America/Australia, 1999-2003.