Una parabola ecologista
per l’umanità perduta


Aniara è un vero film science+fiction con un forte messaggio ambientalista ed esistenzialista. La Giuria ha particolarmente apprezzato il personaggio di Mima”. Con questa motivazione la giuria della 19° edizione del Trieste Science+Fiction Festival ha conferito al film di Pella Kågerman e Hugo Lilja il premio Asteroide, competizione internazionale che premia il miglior film di fantascienza di registi emergenti a livello mondiale. Giuria quest’anno presieduta da Brian Yuzna, autore di pellicole cult del cinema fanta-horror degli anni Ottanta/Novanta. Giurati al suo fianco sono stati Evrim Ersoy, giornalista e direttore creativo del Fantastic Fest di Austin in Texas, e il documentarista Alexandre O. Philippe.
Il riconoscimento conferma Aniara come dei lungometraggi più interessanti tra quelli distribuiti nel 2019 in Europa, anche se il passaggio alla manifestazione del capoluogo giuliano potrebbe rimanere un episodio a cui non seguirà una regolare distribuzione nelle sale italiane. Uscito in Svezia nel 2018, il film è la prima trasposizione cinematografica del poema omonimo del 1956 di Harry Martinson, lo “scrittore proletario” che nel 1974 vinse il premio Nobel ex aequo con un altro svedese, Eyvind Johnson.

Pessimismo cosmico
Il film, molto fedele al lavoro di Martinson, racconta di un’astronave passeggeri che lascia una Terra ormai inabitabile alla volta di Marte e che a causa di un incidente viene mandata fuori rotta: il viaggio, che doveva durare poche settimane, diventa una deriva senza fine nello spazio durante la quale gli 8.000 passeggeri della nave sprofondano nella depressione e nella follia. Al centro del poema come del film c’è una misteriosa intelligenza artificiale, Mima, che ha il potere di procurare ai passeggeri visioni della Terra prima della catastrofe che l’ha devastata. Verso la metà del film, sopraffatta dall’oscurità della mente umana con cui si fonde, Mima si “suicida”, se quest’espressione è accettabile nel caso di un’IA. Il tema del suicidio è portante in tutto Aniara, nel film come nel poema: non solo Mima, ma anche la pilota Isagel e un paio di personaggi secondari si tolgono la vita, e si può sostenere che nella lettura di Martinson (quasi impercettibilmente aggiornata da Kågerman e Lilja all’epoca del riscaldamento globale) l’umanità in massa si sia autodistrutta rendendo inabitabile la propria casa. Martinson stesso morì suicida nel 1978, non molto dopo aver ricevuto il premio Nobel.

Aniara è un bel film sospeso da qualche parte a metà tra il pessimismo nordico di Lars von Trier e i sogni lucidi di Andrej Tarkovskij, chiaramente autoriale nelle scelte visive e nella messa in scena e che tuttavia non ha paura di concedere qualcosa allo spettacolo, ad esempio nella rappresentazione dell’Aniara come commercialissima nave da crociera interplanetaria o nei richiami psichedelici delle scene ambientate alla presenza di Mima, dove gli umani si abbandonano alla potenza allucinogenica della macchina come a un trip a base di LSD. Il risultato è un film che si mantiene in equilibrio formale per tutti i 106 minuti della sua durata quasi senza cali di tensione.

L’astronave Terra
Il pregio di Aniara è anche quello di riportare in vita il poema di Martinson, un’opera unica nel suo genere capace di anticipare di un decennio tanto l’idea di un “computer sensibile” (quello che nel 1968 sarebbe diventato l’HAL9001 di Arthur C. Clarke/Stanley Kubrick) che il tema della nave generazionale, filone il cui capostipite è solitamente identificato in Universo di Robert A. Heinlein del 1941 e che molto prolifico si è rivelato per la fantascienza, da La ballata di Beta-2 di Samuel R. Delany (1965) a Paradisi perduti di Ursula K. Le Guin (2002).

Soprattutto, però, Aniara si pone all’origine di quell’intreccio tra ecologismo e immaginario fantascientifico che nel 1968 avrebbe portato Richard Buckminster Fuller a recuperare la metafora ottocentesca della Nave Spaziale Terra. L’idea che la Terra sia come una nave spaziale che salpa nel nero dello spazio e che la sopravvivenza dei suoi abitanti dipenda dall’uso oculato delle risorse disponibili si è imposta negli ambienti ecologisti negli anni Sessanta e rimane viva tuttora, come dimostra Aurora (2015) di Kim Stanley Robinson (cfr. Didino, 2019). Se oggi il tema richiama immediatamente alla mente il riscaldamento globale, per Martinson come per Buckminster Fuller era una conseguenza dell’ingresso nell’era atomica: Martinson scrisse infatti le prime poesie che avrebbero composto Aniara dopo aver letto dei test sovietici con la bomba all’idrogeno del 1953. Da questo punto di vista, la Aniara è il prototipo di tutte le navi spaziali che lasciano una Terra devastata alla ricerca di una nuova casa, metafora a sua volta della follia umana che ha portato alla distruzione del nostro Pianeta.

Sogni di un poeta proletario
La nave in Martinson ha un significato personale profondo che si fonde con una biografia interessante e in qualche maniera misteriosa. Rimasto orfano da bambino, lo scrittore trascorse diversi anni in custodia dello stato, passando da una famiglia all’altra, finché appena sedicenne partì per mare come mozzo. Diventato fuochista contrasse la tubercolosi, dovendo ritornare in Svezia. Qui cominciò a scrivere poesia e a venticinque anni sposò la scrittrice di romanzi politici Helga Maria Swarts, di quindici anni più anziana di lui, dalla quale avrebbe divorziato dodici anni più tardi. Martinson fu il primo poeta proletario e autodidatta a venire ammesso all’Accademia Svedese, e il fatto di far parte dello stesso organismo che assegna i premi Nobel provocò aspre critiche dopo la vittoria del premio nel 1974. Secondo i suoi biografi, il turbamento per queste critiche condusse Martinson alla depressione che ne causò infine il suicidio.
Le poesie di Martinson hanno quasi sempre come oggetto la natura, di cui celebrano la bellezza, e nella sua biografia niente fa sospettare né un interesse per la fantascienza né tantomeno la disperazione violenta che l’avrebbe portato, settantenne, a squarciarsi lo stomaco con un paio di forbici, compiendo una sorta di strano, non solo anacronistico ma anche “anatopistico” harakiri. Ad aggiungere mistero a questa storia già di per sé strana c’è il fatto che Martinson ebbe l’illuminazione per Aniara mentre una notte guardava la costellazione della Lira con un telescopio amatoriale da casa, e che in seguito, quando interrogato, disse che non aveva inventato la storia raccontata nel poema, che piuttosto “gli si era rivelata”.

Mistica dell’apocalisse
Che sia consapevolmente presente o meno nella biografia di Martinson, resta il fatto che la depressione (insieme all’ecologismo) è il vero tema di Aniara. Il riferimento fatto sopra a Von Trier non è casuale, perché Aniara condivide una quantità sorprendente di elementi con Melancholia, anch’esso un film che può essere letto legittimamente sia come materializzazione delle paure comportate dalla crisi climatica che come metafora del disagio psichico.
Innanzitutto “aniara”, come “melancholia”, deriva da una parola greca che significa “scoraggiamento”, “disperazione”. Inoltre, come il film di Von Trier traeva spunto da un’opera d’arte rinascimentale, Melancholia di Albrecht Dürer del 1514, Aniara sembra citare indirettamente due vascelli dello stesso periodo: la Nave dei folli di Hieronymus Bosch (circa 1494), con la sua dissoluzione edonistica che si consuma alla deriva nelle onde, e la leggenda poco più tarda dell’Olandese Volante, la nave fantasma che per sempre solca i mari con i suoi passeggeri morti da secoli. Citazioni che non sorprendono, ovviamente, in un ex marinaio come Martinson.
Come in Melancholia assistiamo impotenti al progressivo venire meno delle certezze razionali e all’imporsi di quella che potremmo definire una “mistica dell’apocalisse”, e come nel film di Von Trier nessun deus ex machina interviene per salvare i protagonisti della vicenda né allo spettatore viene concessa la grazia di una qualche forma di speranza: in questo senso la scena di distruzione che chiude Melancholia dialoga in maniera efficace (e in questo caso probabilmente consapevole) con il finale del film di Kågerman e Liljain in cui, passati ormai quasi sei milioni di anni, la nave spaziale che non ospita più alcuna vita raggiunge un pianeta simile alla Terra nella costellazione della Lira. In entrambi i casi ci sono “due Terre” (la Terra/Melancholia da un lato, la Terra/il pianeta analogo terrestre nella costellazione nel secondo) e in entrambi i casi ci troviamo a osservare impotenti la fine del mondo.

L’adorazione (impossibile) della vita
Aniara si differenza tuttavia da Melancholia nella relazione che traccia tra depressione e desiderio, un tema che Byung-Chul Han ha esplorato dettagliatamente nel suo Eros in agonia. Anche in Aniara la consapevolezza che non ci sono speranze di salvezza porta alla diffusione di diverse forme di estasi (religiosa e sessuale, ma anche un’estasi del ballo – un tema approfondito nel poema e trattato solo superficialmente nel film – e indotta dagli stupefacenti, come nelle scene in cui la Mimaroben e Isagel prendono acidi). In Melancholia, però, l’unione erotica tra Justine e il pianeta interstellare era una metafora (meravigliosa) del superamento della depressione attraverso l’apocalisse, un dis-astrum che mandava in frantumi l’ipocrisia borghese della famiglia di Justine riattivando in lei il desiderio represso. In Aniara, invece, l’inesorabile scorrere del tempo ha la tragica ineluttabilità di una condanna da tragedia greca, genere a cui il poema di Martinson, con le sue poetesse cieche e i suoi riti saffici, allude chiaramente. Niente in Aniara redime veramente un’umanità alla deriva i cui sforzi di evadere dalla catastrofe falliscono nell’intento di produrre un significato, una lettura sensata del loro destino.
Oltre alle navi generazionali e ai robot sensibili, Martinson sembra aver previsto anche un futuro cupo per l’umanità, anch’esso forse “rivelatogli” dalle stelle. La fine del mondo gli doveva sembrare imminente nel 1956 come ci appare imminente oggi, e la distruzione a cui sarebbe andata incontro la natura tanto amata dal poeta svedese spiega forse l’apparente paradosso di una visione così cupa in un autore il cui intento dichiarato fin dagli esordi era quello di “perseguire come ideale l’adorazione della vita”.

Letture
  • Arthur C. Clarke, 200: Odissea nello spazio, Fanucci, Roma, 2017.
  • Samuel R. Delany, La ballata di Beta-2, Mondadori, Milano, 2015.
  • Gianluca Didino, Mondi dentro mondi. Eterotopie e iperoggetti nella narrativa di Kim Stanley Robinson, in Philosophy Kitchen #10, Torino, anno 6, marzo 2019.
  • Richard Buckminster Fuller, Manuale operativo per la Nave Spaziale Terra, Il Saggiatore, Milano, 2018.
  • Byung-Chul Han, Eros in agonia, Nottetempo, Milano, 2019.
  • Robert A. Heinlein, Universo, Mondadori, Milano, 2014.
  • Ursula K. Le Guin, Paradisi perduti, Delos Books, Milano, 2013.
  • Harry Martinson, Aniara: Odissea nello spazio, Libri Scheiwiller, Milano, 2005.
  • Kim Stanley Robinson, Aurora, Orbit, Londra, 2015.
Visioni
  • Andrej Tarkovskij, Solaris CG Entertainment, 2014 (home video).
  • Andrej Tarkovskij, Stalker, CG Entertainment, 2017 (home video).
  • Lars Von Trier, Melancholia, Rai Cinema 2012 (home video).

One thought on “Una parabola ecologista
per l’umanità perduta

Comments are closed.