Scary Stories: la formula
della paura perfetta


“Tante storie spaventose sono, ovviamente, fatte per essere raccontate a voce. In quel modo fanno molta più paura. Ma la cosa importante è come si raccontano. Mamilio lo sapeva bene: il modo migliore è parlare a bassa voce, così che i tuoi ascoltatori si protendano in avanti per cogliere le parole, e scandire lentamente, perché la tua voce suoni terrificante. E il momento migliore per raccontare queste storie è la notte. Nell’oscurità, fra le tenebre, è facile per chi ascolta immaginare ogni sorta di cose strane e spaventose.”

Si conclude con queste parole l’introduzione di Alvin Schwartz (1927-1992), giornalista e scrittore, alla prima delle sue raccolte di Scary Stories: racconti, per lo più rielaborati dalla tradizione popolare nordamericana, alcuni tramandati oralmente attraverso i secoli, pensati per essere riproposti ai giovani lettori come forma di intrattenimento conviviale, per essere raccontati in campeggio intorno a un falò, oppure in casa a luce spenta durante un pigiama party, per spaventare e allo stesso tempo divertire gli amici. La serie si compone di tre titoli, noti tra i lettori statunitensi fin dall’età scolastica: il successo del primo volume, Scary Stories to Tell in the Dark, uscito nel 1981, fu tale da spingere l’autore a mettersi subito al lavoro su una seconda antologia, More Scary Stories to Tell in the Dark (1984), a cui avrebbe fatto seguito infine Scary Stories 3: More Tales to Chill Your Bones (1991). DeA Planeta Libri li ha raccolti nel settembre 2019 in un unico volume, tradotto da Giuseppe Iacobaci e arricchito dalle illustrazioni originali di Stephen Gammell (immagini sotto), anticipando di un paio di mesi l’uscita nelle sale del film omonimo prodotto da Guillermo Del Toro.

Una ricetta per brividi assicurati
La popolarità della serie di Schwartz è andata consolidandosi anno dopo anno: oggi i suoi libri sono arrivati alla ragguardevole cifra di oltre sette milioni di copie vendute, guadagnandosi nuovi lettori a ogni ristampa e rinvigorendo una fama e un apprezzamento che hanno saputo resistere ai ripetuti tentativi di censura degli attivisti conservatori, che a più riprese hanno cercato di boicottarne la diffusione nelle biblioteche scolastiche ritenendone i contenuti inadatti ai bambini. Secondo l’American Library Association, a partire dagli anni Novanta i libri di Schwartz sono regolarmente oggetto di polemiche e accuse da parte delle associazioni reazionarie, ma per fortuna l’organizzazione è riuscita a preservarne la distribuzione.
Il successo di un libro è spesso dovuto alla fortunata combinazione di fattori impalpabili, ma ci sembra di poter dire che nel caso delle Scary Stories di Schwatz gli ingredienti fondamentali della ricetta siano stati la semplicità delle storie, il rimando ad archetipi ampiamente strutturati nel folklore e nelle leggende metropolitane, la varietà delle forme di terrore esplorate: dalle creature spaventose (streghe, uomini-belva) alle ambientazioni sinistre (cimiteri, case infestate), dal gusto per il macabro (cadaveri smembrati, imbalsamati, improvvidamente rianimati) all’irruzione del soprannaturale nel quotidiano (ora con le fattezze della Morte, ora sotto forma di poltergeist, ora di spettri), fino all’inclusione di tutto un repertorio più moderno che con gli anni avrebbe acquisito una crescente notorietà (autostoppisti fantasma, serial killer, animali esotici che rivelano una natura insospettata, case che viaggiano nel tempo).

Frutto di un lavoro di sottrazione, i racconti racchiudono solo lo stretto necessario per suscitare un brivido, un urlo o una risata liberatoria, stemperando un crescendo che raramente richiede all’autore più di una pagina o due per completarne lo svolgimento. Cesellati in uno stile elementare che ne facilita la memorizzazione e la riproposizione orale, si avvalgono poi del tocco magico di Gammell, in grado di condensare nelle sue illustrazioni inquietanti la quintessenza stessa del lavoro di Schwartz. Quando nel 2011 HarperCollins decise di uscire con un’edizione celebrativa per il trentesimo anniversario, la scelta di sostituire i suoi capolavori disturbanti con delle immagini più convenzionali, ritenute adatte al pubblico dei giovani lettori, suscitò una tale marea di proteste da rendere inevitabile una riedizione con le illustrazioni originali (2017).

La lezione del buio
La funzione ludica non esclude che le storie dell’orrore possano assolvere anche a un ruolo diverso. Nella prefazione al secondo libro, Schwartz scrive: “Dietro alle storie del terrore può nascondersi anche una morale seria, per esempio ammonire i giovani contro le minacce che li attendono nel mondo quando diventeranno indipendenti”.
Esemplari in tal senso sono i racconti su giovani protagonisti che arrivano in città sconosciute o s’imbattono in estranei misteriosi, quelli ambientati in campus universitari o ancora quelli che raccontano storie d’amore destinate a risolversi in un finale funesto. Anche se subito dopo l’autore ci tiene a precisare che “è soprattutto per puro divertimento che le raccontiamo”.
Quando ha saputo che la CBS Films aveva acquisito i diritti cinematografici di questi racconti, Guillermo Del Toro ha subito pensato che potesse essere l’occasione per omaggiare i libri che hanno accompagnato milioni di lettori nel rito di passaggio dell’adolescenza, aiutandoli ad affrontare le paure legate alla scoperta di un mondo estraneo alle favole rassicuranti dell’infanzia.

Così, dopo la serie TV The Strain e l’acclamato La forma dell’acqua (vincitore del Leone d’Oro a Venezia, di quattro premi Oscar, due Golden Globe e tre British Academy Film Awards), il pluripremiato regista messicano è tornato a far coppia con il produttore canadese J. Miles Dale per curare l’adattamento dei libri di Schwartz. Pur non occupandosi direttamente della regia, ruolo affidato al talentuoso norvegese André Øvredal (Troll Hunter, Autopsy), Del Toro ha tracciato i binari su cui si è poi mosso tutto il progetto (foto sotto): a partire dalla scelta di contestualizzare storicamente la vicenda nel 1968, un anno in cui “l’ideale del sogno americano […] stava cambiando, mentre il mondo diventava sempre più complesso e spaventoso”, con la guerra del Vietnam che incombe sulla città di provincia di Mill Valley come un fantasma, al coinvolgimento degli sceneggiatori Dan e Kevin Hageman, che già avevano lavorato con lui nella produzione della serie Trollhunters per Netflix.
“Abbiamo parlato molto del ricordo di quelle storie che ci hanno spaventati da bambini” ha ricordato Dan. È da lì che è partito il loro lavoro per collegare i racconti di Schwartz al nucleo dei protagonisti che man mano andava prendendo forma: gli amici un po’ nerd, un po’ disadattati Auggie e Chuck (interpretati da Gabriel Rush e Austin Zajur, entrambi fan di Scary Stories), la popolare sorella di quest’ultimo Ruth (Natalie Ganzhorn), lo straniero Ramon Morales (Michael Garza), di passaggio a Mill Valley, e per finire Stella Nichols (Zoe Margaret Colletti, che si è interessata ai racconti di Schwartz solo dopo aver visto la reazione dei suoi amici all’annuncio che stava facendo un provino per l’adattamento di Scary Stories to Tell in the Dark), che da giovane outsider si ritrova a essere il fulcro degli orrori che si scatenano su Mill Valley la notte di Halloween.
Il punto di connessione viene a essere un libro misterioso e maledetto che il gruppo di amici rinviene in una casa abbandonata, le cui pagine mostrano da subito il potere di materializzare dal nulla le paure più profonde di chiunque ne venga in contatto.

Come si è sempre fatto
La decisione di trasporre la storia nel 1968 anziché nei più scontati anni Ottanta o Novanta aiuta a evitare l’effetto Stranger Things, a cui si finisce inevitabilmente per ricondurre qualsiasi storia weird di ambientazione retrò incentrata su un gruppo di amici chiamati a risolvere qualche oscuro mistero. Stella scoprirà una sinistra corrispondenza con la storia di Sarah Bellows, di cui in città si tramanda la maledizione, senza che però nessuno conosca i veri risvolti della sua tragica storia, inestricabilmente intrecciata con la caduta della sua potente famiglia. Toccherà a lei gettar luce sulle ombre che si addensano su Mill Valley prima che sia troppo tardi. La fine dell’incubo non potrà prescindere da un’indagine sul passato, in una corrispondenza tra oblio e oscurità a cui il recupero della verità attraverso la memoria contrappone il potere della luce.
Analogamente, le scelte finali dei protagonisti superstiti non potranno non testimoniare la rinnovata consapevolezza della maturità, suggellando l’avvenuto superamento del rito di passaggio all’età adulta. Ma invece che ritemprarsi nella dimensione pacificata di un realismo ricomposto, gli occhi di Stella e Ramon avranno ancora molti orrori da registrare, oscurità in cui affondare, tenebre da affrontare. Come in molte delle storie di Schwartz, la fine del racconto non coincide affatto con la fine dell’orrore. Anzi, più spesso la paura arriva sulla lunghezza d’onda dei brividi proprio dopo l’ultima parola, e non ci molla prima dell’alba.

“Al giorno d’oggi quasi nessuno dice più di credere ai fantasmi o in fatti inspiegabili. Ma tutti hanno ancora paura dei morti e del buio. E continuano a raccontare storie spaventose, come si è sempre fatto”.

Letture
Visioni
  • Guillermo Del Toro, La forma dell’acqua, Fox, 2018 (home video).
  • Guillermo Del Toro, Trollhunters: I racconti dell’Arcadia, Netflix, 2016-2018.
  • Matt e Ross Duffer, Stranger Things, Netflix, 2016-.
  • André Øvredal, Troll Hunter, Uni, 2018 (home video).
  • André Øvredal, Scary Stories to Tell in the Dark, CBS Film, 2019.

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