Ai nuovi confini
della realtà di serie B

A dispetto di quanto possa sembrare un salto evolutivo incontrovertibile, nel panorama post-televisivo, nel suo continuo frammentarsi di schermi e occasioni di fruizione, esiste ancora uno spazio vitale per serie televisive definite antologiche. Queste serie non solo non hanno quella che, tecnicamente, viene definita una continuità orizzontale, ma non ne possiedono nemmeno una verticale. Non presentano personaggi ricorrenti o plot comuni e spesso condividono, tra episodi, soltanto un numero, come Inside No. 9 (2014); una location, è il caso di Room 104 (2017); una tematica: Black Mirror (2011). Questo tipo di serie è da sempre una palestra per cineasti, utile per mettere alla prova il loro talento e la loro versatilità con brevi cortometraggi dai costi contenuti.
Dimensions 404, prodotta e distribuita dalla piattaforma di streaming Hulu, può sembrare, a prima vista, la risposta americana al britannico Black Mirror, una serie (inizialmente nata sul network Channel 4) che, dopo le prime due stagioni, ha ottenuto un successo tale da essere acquistata da Netflix che ne ha continuato la produzione. A nostro parere, tuttavia, Dimension 404 ha molto di più in comune con serie classiche, che hanno fatto la storia della tv di genere, come Ai confini della realtà (1959) o Tales from the Crypt (1989). Spaziando tra i generi, dalla fantascienza all’horror, Dimension 404 si muove sì su territori già calcati dall’opera di Charlie Brooker, ma lo fa con un tono completamente diverso, spesso più vicino alla parodia che alla distopia.
Laddove Black Mirror cerca di mostrarci, attraverso il suo specchio nero il riflesso di alcune angoscianti deviazioni che la tecnologia della comunicazione porta alla nostra quotidianità, Dimension 404 prova, con la sua metafora della televisione come finestra aperta su una nuova dimensione (404 è il codice d’errore del protocollo http, quello alla base del web, quando una pagina non viene trovata) a mostrarci le assurdità della nostra società in rete, ma anche delle succulente caricature dei nostri show televisivi preferiti e, di riflesso, del nostro modo di vivere. Se il primo episodio rende omaggio proprio a Black Mirror, con una storia social sulle app dedicate al dating online, non mancano episodi che parodiano serie di grande successo come Doctor Who (1963) o Stranger Things (2016).

Dimension 404 porta la firma di Dez Dolly e Will Campos. Dan Johnson e David Welch hanno co-creato la serie, la cui prima stagione è composta da sei episodi della durata di circa un’ora. Hulu, con questo progetto, è riuscita a cogliere due piccioni con una fava: da un lato ha creato un suo Black Mirror innovativo abbastanza da non essere tacciato di essere un remake non ufficiale della serie inglese; dall’altro è riuscito a mettere sotto contratto la RocketJump Studios di Freddie Wong, youtuber di successo che già in passato ha dimostrato versatilità e capacità di lavorare con budget molto bassi, come per la serie Video Game High School (2014).
La particolare struttura antologica ha permesso al network di utilizzare attori di buon livello che hanno potuto prendere parte allo show senza doversi vincolare per lunghi periodi: da Patton Oswalt fino a Mark Hamill (che non appare fisicamente ma è voce narrante di quasi tutti gli episodi). Il tono scelto funziona perché la serie conosce perfettamente quali corde toccare per appassionare il proprio pubblico.
Qualcuno l’ha definita, con tono blasé, la versione B-movie di Black Mirror. Concordiamo con questa definizione, ma in maniera entusiastica, proprio perché conosciamo l’importanza che i B-movie hanno avuto per lo sviluppo del medium cinematografico e per la diffusione delle narrazioni di genere (dal western, al noir, all’horror, al fantastico) che oggi, contaminandosi, dominano il botteghino.
Ben vengano quindi delle produzioni che scelgono volontariamente una narrazione dalla nuance B-movie, ironica e parodistica, mantenendo alto il coinvolgimento del pubblico: parodia e dramma possono essere presi sul serio allo stesso modo. Forse il paragone più appropriato, viste anche le personalità coinvolte, sarebbe quello di Ai confini della realtà nell’epoca di Youtube: il linguaggio visivo usato è più vicino alle libere produzioni dei millennials, anche se mitigato dal passaggio dalla produzione di una piattaforma di distribuzione (nel recente passato si sarebbe detto “network”) come Hulu.
Se non spaventa l’idea di una serie che prende gli elementi del racconto fantascientifico e li miscela con un’estetica à la youtube e un’ironia di fondo che punta a non prendersi mai troppo sul serio, Dimension 404 non deluderà. Forse non vincerà mai un Emmy, ma, probabilmente, nella sua dimensione, queste forme arcaiche di auto-celebrazione festivaliera non esistono nemmeno.