Un vero uomo di lettere:
Howard Phillips Lovecraft

Howard Phillips Lovecraft
Potrebbe anche non esserci un mondo
A cura di Ottavio Fatica

Adelphi, Milano, 2025
pp. 161, € 14,00

Howard Phillips Lovecraft
Potrebbe anche non esserci un mondo
A cura di Ottavio Fatica

Adelphi, Milano, 2025
pp. 161, € 14,00


Semplicemente mostruoso, inteso in senso strettamente etimologico. Non potrebbe essere altrimenti per chi ha messo su pagina vicende legate a creature altrettanto fenomenali, tutte in seguito fuoriuscite da lì per invadere l’intero immaginario contemporaneo. Eppure al suo cospetto impallidiscono i vari Azathoth, Cthulhu, Shubb-Niggurath, Nyarlathotep, Yog-Sothoth, Subb-haqqua e il restante bestiario, perché Howard Phillips Lovecraft superò sé stesso concependo un epistolario che ha davvero del mostruoso. Nel corso della sua breve vita, secondo Lyon Sprague de Camp, che ne fu anche biografo, il Solitario di Providence (soprannome imperituro, un po’ come i Fab Four di Liverpool), scrisse circa centomila lettere, ma S.T. Joshi, autore a sua volta di una monumentale biografia, quella definitiva dello scrittore del Rhode Island, aggiusta il tiro stimando in circa 87.550 il totale delle missive e ritiene che ne restino non più di diecimila. Cifre mostruose in ogni caso cosicché si può dire che sono appena 930 quelle incluse nei cinque volumi date alle stampe dalla Arkham House, la casa editrice che prende il nome della città immaginaria descritta da Lovecraft. Un epistolario che ha dell’inconcepibile, cresciuto a dismisura negli anni, nutrito costantemente dalla corrispondenza con amici, collaboratori, lettori, familiari, conoscenti, discepoli, direttori di riviste, redattori, scrittori, linfa umana per un corpus davvero disumano.
Tra questa folla di viventi di cui nutrirsi c’era Woodburn Prescott Harris, che ebbe un contatto epistolare con lui per circa dieci anni dal 1927 alla morte del suo corrispondente. Non si conobbero mai di persona, ma questo è un aspetto condiviso da numerosi corrispondenti di Lovecraft. Fu Prescott a contattarlo su suggerimento di un conoscente comune, il giornalista Walter John Coates, per venir fuori da uno strato di prostrazione assai serio, dovuto dapprima alle conseguenze di essersi trovato sul campo in Europa durante la Grande Guerra e poi per essere finito a lavorare in un campo del Vermont: una morte intellettuale da cui Lovecraft lo rianimò (Herbert West, Reanimator, tralaltro, è un suo racconto scritto fra il 1921 e il 1922) dialogando con lui affrontando gli argomenti più disparati. Prova ne sia la lettera che ricevette con data 9 novembre 1929, una delle uniche tre reperibili tuttora di quelle che Lovecraft gli scrisse, la più lunga che avesse mai scritto fino a quel momento in generale e non soltanto a W.P. Harris. Mostruosità tra mostri, rimane forse la più estesa mai concepita da lui, al punto da richiedere un’avvertenza per il suo destinatario:

“Non cercare di leggere questa mia tutta d’un fiato! Io ci ho messo una settimana a scriverla e il risultato sono 70 pagine tonde… se non ricordo male dev’essere la lettera più lunga da me scritta nell’arco di una vita che ammonta a 39 anni, 2 mesi e 26 giorni. Pax vobiscum!”

Una lettera interminabile, composta da una sequenza di ripetuti sconfinamenti, perché condivide del monologo interiore la fluidità verbale, del delirio il prodigioso scatenarsi di nessi e illuminazioni, del saggio la sistematica concatenazione logica tra un tema e l’altro e la colloquialità della dimensione epistolare con passaggi che lasciano trasparire il legame personale con Harris (“pensaci, figliolo!”, oppure “be’, ragazzo mio”) e al loro epistolario con rimandi a precedenti lettere. Come lampi appaiono righe che illuminano il teorizzatore dell’orrore cosmico, come in questo passaggio:

“Lo stramaledetto cosmo non fa che proseguire per la sua strada, come predeterminata dall’eternità, senza prestare attenzione ai desideri di quegli organismi coscienti che di quando in quando possono affiorare in via del tutto trascurabile su qualcuno dei suoi atomi materiali”.

Non evitò però neanche di inciampare nella confidenziale, tanto involontaria quanto oggettiva, denuncia dei propri difetti e peccati capitali, da una saccenza a tratti esorbitante e noiosa al razzismo che non risparmia nessuno, mangiaspaghetti, negri, ebrei, in nome di un suprematismo bianco, anglosassone, che però affondava le radici nella grande Roma e nella cultura greca classica (“io da giovane godevo a considerarmi un perfetto greco-romano”), insomma un po’ un pasticcio, ancora una volta una mostruosità informe. È come se, quasi alla stregua dei personaggi dei suoi racconti che tra le pagine del grimorio di turno (Necronomicon, ma non solo) evocano a caso le creature dell’immondo bestiario lovecraftiano, qui tornasse tra noi il lato oscuro dello scrittore, le sue idee mostruose, appunto. Fatto sta, che oltre a essere una singolarità di per sé, la lettera è oggi anche un evento editoriale non da poco, che fa il paio quest’anno con l’ingresso nei Meridiani di Mondadori di Philip K. Dick, l’altro scrittore con cui Lovecraft condivide lo stato di eponimo dello scrittore di culto, incluso l’aver visto tramutato il proprio nome in aggettivo suggellandone una definitiva consacrazione, laddove per lovecraftiano intendiamo ormai comunemente “terrificante” o meglio ancora “mostruoso”. Della pubblicazione ne è responsabile la finissima Adelphi, dove la letteratura di genere non è storicamente proprio di casa, anche se in anni recenti le cose sono un po’ cambiate (si pensi alla pubblicazione delle storie di James Bond ideate da Ian Fleming). Un piccolo passo rispetto all’ingresso dello scrittore di Providence nella Pleiade lo scorso anno con l’intero corpus dei suoi racconti, ma pur sempre un grande passo. Il titolo dell’edizione italiana, Potrebbe anche non esserci più un mondo, prende a prestito un passo della lettera, uno dei diversi momenti dedicati a sottolineare la ferma opposizione di Lovecraft alla civiltà delle macchine, un passaggio che contiene diverse felici intuizioni proprio in virtù di una visione nel complesso non condivisibile perché conservatrice ma segnata da un’inattualità sanamente corrosiva. Eccone un passo eloquente:

“ritengo la cultura delle macchine inferiore alla nostra perché fa assurgere un gruppo di qualità assolutamente insignificanti come la velocità, la quantità, l’operosità fine a se stessa, la ricchezza, l’ostentazione, ecc. al rango di virtù capitali; perché distrugge i normali rapporti con l’ambiente e le tradizioni filtrati dal ricordo”.

È un j’accuse come si è detto che ritorna più volte lungo l’inesausta carrellata di argomenti presi in esame talora in risposta a una precedente lettera di Harris, una scorribanda che va dalla sessualità alla politica, dalla cultura all’antropologia, dalle razze alle classi sociali, dal concetto di tempo alle istruzioni su come allestire una propria biblioteca all’architettura: insomma, come scrive il traduttore Ottavio Fatica in Senza soluzione di continuità, posto in chiusura, “De omni re scibili et quibusdam aliis”, o per riassumere dal tramonto dell’Occidente all’evoluzione della specie, lasciando parlare tanto il predicatore che il visionario, il gretto pensatore conservatore e il cinico materialistaateo, lasciando dire a tutti la loro in questa lettera fluviale, compresa la vena autoironica che compare a un certo punto, sparigliando un po’ le carte:

“Be’, mi sa che a questo punto, se la prolissità tediosa dei miei ragionamenti non ti ha fatto addormentare, starai sghignazzando allegramente per l’astrattezza assurda e le idee bislacche di quella ridicola sagoma di Providence… ha, ha, ha, ha…”.