“Avete presente quello spot pubblicitario che inizia con una coppia di anziani seduti su una panchina? Lei fa la maglia e sferruzza, senza levare gli occhi dal lavoro. Lui legge il giornale e a un certo punto si ferma, stacca un quadretto di cioccolato e lo mette sul ginocchio della moglie. Stacca un altro quadretto e se lo infila in bocca. Senza smettere di sferruzzare, la moglie inarca le sopracciglia e sorride. Quando Charlie torna con due tazze di tè, lo spot è appena passato in tv e io sono distrutta. Lui sorride, vedendomi con gli occhi lucidi. Trova buffo che mi commuova per una pubblicità. Stavolta però si accorge che quelle lacrime sono diverse. Coglie un sussulto nelle spalle, il dolore che monta dentro e mi stringe la gola. La bocca insalivata si spalanca ed esce tutto.
Lui si siede accanto a me, mi abbraccia e mi stringe forte contro il suo corpo massiccio. Mi dispero, rantolo.
Ehi, ehi, ehi, mi sussurra tra i capelli. Che ti prende?
Noi non potremo essere così”
(Glass, 2025).
Sicché, fin da subito, nel Mrs Jeckyll di Emma Glass siamo dentro il sociale. Meglio, nel “mondo della vita”. Il flusso. Ne parlava Edmund Husserl in punto di morte: la nuova filosofia sarebbe partita dal materico, dal quotidiano, dal mondo di tutti i giorni (cfr. Husserl, 2018). Mutazioni antropologiche tali, forse, non avrebbe potuto pensarle. Sarebbero arrivati Guy Debord, e poi Jean Baudrillard: il primo, col situazionismo, avrebbe proposto un’arte che non fosse calata dall’alto, ma che interagisse col pubblico (cfr. Debord, 2017); il secondo avrebbe detto della morte dell’arte (cfr. Baudrillard, 2017). Perché l’arte imitava la vita, poi la vita imitò l’arte e adesso, come dice Woody Allen, la vita imita la televisione. La voce narrante di Mrs Jeckyll è già definita nei suoi tratti essenziali. Instabile, intuiamo che non ce ne possiamo e non ce ne potremo mai fidare del tutto. Inaffidabile à la Volponi: una narratrice che mente, che soffre. La mente annebbiata non può fornire un resoconto che sia realistico; il lettore è chiamato non tanto a scovare le contraddizioni, quanto a vivere l’inaffidabilità come parte dell’esperienza estetica.
Setup, poi, la “semina” dei dettagli che verranno ripresi via via. E l’asse tematico, come già nel precedente lavoro di Emma Glass, La carne, anch’esso uscito per Il Saggiatore, è il corpo. La paratassi secca, le frasi brevi, crudeltà e immediatezza ci suggeriscono l’assenza di qualsivoglia catarsi, perlomeno catarsi classica. Glass dichiara sottilmente le intenzioni: presa diretta, e sarà soffocante, non avremo garanti esterni, quindi non potremo mai uscire dalla voce, che crea attorno a sé una bolla e una camera d’eco tali da, nonostante il dubbio di cui sopra sul veritativo o meno, costringerci nel perimetro cintato della voce, la sola prospettiva.

Mrs Jeckyll racconta di Rosy. Maestra sposata con Charlie, Rosy scopre di avere un cancro. Le cure sono accanimento e il mondo attorno a lei, forse grazie alla malattia che, in un certo senso, svela o rende evidente quanto già c’era, non è bastevole a contenerla, a trattarla, ad apprezzarla, a vederla. Incontrerà una medium che le permetterà di entrare in contatto con la sua dimensione più pulsionale, dando avvio a un viaggio psichedelico che le permetterà di dissociarsi dal dolore del corpo per approdare laddove non vige nemmeno la causalità, ma solo il frenetico desiderare, il solo godimento puro, sarebbe meglio dire, che ha mille ramificazioni ma nessun tronco saldo. Godrà, avrà allucinazioni, la nostra, e scoprirà un potere che la aiuterà, nel finale, a entrare spavalda nella morte. Una letteratura, quella di Glass, realmente femminista. Perché il corpo è sesso è malattia è sporcizia. E il corpo che prende coscienza di sé – e la coscienza del corpo è la porta della cognizione politica – si affranca dalla morsa inesorabile dell’occhio maschile, dalla trappola dell’idealizzazione, da qualsiasi vincolo il maschio voglia imporre. Nel sesso senza morale, la libertà; nella spudoratezza (che talora, in letteratura, sembra essere propria dei protagonisti maschili, laddove quelli femminili sono ancora ingabbiati nel supposto dovere di “eleganza” e altre parole sciocche per giustificare le celle che creiamo), nella spudoratezza, ecco, il liberarsi del senso puro e, nella malattia, nessuna consolazione. Non l’arco redentivo, non la paura (anche, ovvio, ma accennata); l’esplosione. Julio Cortàzar disse di Rayuela che sarebbe stata una bomba. Non chiedeva permesso, Cortàzar; non chiede permesso, ma accade, e fa deflagrare la forma dall’interno, Emma Glass.
“Mi preparo un frullato dii frutta ghiacciata con qualche goccia di succo; la polpa dei frutti schizza e stilla. È di un bel rosa. Prendo i semi di lino, che Charlie a volte mette nel porridge con grande fiducia, anche se non ricordo perché fanno bene. Ne aggiungo un cucchiaino e mescolo, pentendomene subito appena sento che si appiccicano ai denti”
(ibidem).
È sempre Rosy a parlare, così vicina al suo corpo, così incatenata ma, il che sarà un bene per la pulsione, anche iper-riflessiva, consapevole di ogni neo.
“Il corpo non è il suo, non è lei a trovarsi in questa cazzo di situazione. Vuole davvero che gliene parli adesso? Cerco di restare impassibile, di nascondere la soddisfazione che proverei vedendola sudare freddo e mortificata se solo le dicessi che ho paura che mi debbano asportare tutto il seno, se la malattia si è già diffusa e dentro tutto è nero e putrido e magari non sarà più fertile dopo la chemioterapia e non abbiamo abbastanza soldi per congelare gli ovuli e mi terrorizza il pensiero di non risvegliarmi dopo l’anestesia”
(ibidem).
Non entriamo nella querelle in senso di “presa di posizione”; osserviamo il dato: il contenitore è il contenuto, la forma è il contenuto. Concetto trito e ritrito. Esso non implica gerarchia; implica identità. Implica, diremo forse meglio, necessità. Un libro è ben scritto quando il senso non potrebbe avere, senza modificarsi, un altro guscio semico. Dicevamo che Rosy, dopo la medium, “impazzisce”, diventa “inaffidabile”, trova la più piena pulsione. Così la scrive Emma Glass, così la performa:
“Nasco fradicia
Nuove dita
Lacerano la mucosa
Fanno leva sul muscolo
Per emergere dalla bocca rorida
Sputami fuori
Viluppo di nervi
Strappo
Sono intrisa di saliva
Ricoperta
Bocca a bocca
Emergono due labbra piene
Alzo gli occhi dal pavimento
Un buco nero è la prima cosa
Che vedo”
(ibidem).
Come a dire, forse, che non può più nulla nemmeno la gabbia della punteggiatura, nemmeno il layout del paragrafo. L’oggetto libro viene manipolato e la disposizione fisica dell’inchiostro sulla pagina ha in sé stessa un valore semantico. La prosa di Glass è etica nel senso più alto. C’è chi affronta temi decisivi, importanti, di cui si deve parlare, ma lo fa con la trascuratezza e l’approssimazione che si sa essere utili alla vendita, laddove parlare di patriarcato e descriverne l’orrore, e pensare, sono cose senza appeal. Emma Glass, forse (quasi sicuramente) perché donna, sa che il maschio scrittore mercifica dolori non suoi e, nel trattarli con quella baldanza e quel fare semplicistico, li svuota, lasciando l’etichetta per ricevere premi da una società che finge un destarsi ma che, nel tritatutto del capitale, maciulla anche la carne dei batteri anti-sistema. La prosa di Glass sfocia nel body-horror – forse più accentuato ne La carne ma anche qui presente – quel body horror che in David Cronenberg diventa fusione con la tecnologia e che nella grande Julia Ducourneau è il titanio (Titane, 2021) o epidemia (Alpha, 2025). E non c’è quella catarsi piaciona, non c’è la retorica del Dopo aver sofferto, sono rinato. Brutale è il dolore e brutale deve essere il racconto; il resto è consolazione, e tutto serve al lettore meno che l’anestesia. Di sezioni simili a quella riportata ce ne sono, in Mrs Jeckyll, di svariate: si tratta dei momenti in cui Rosy accede alla libertà. La malattia e il crollo progressivo della psiche infiacchita, e quindi un’estasi che solo il dolore fisico sa dare, solo il digiuno, solo lo stremo delle forze, un altrove irraggiungibile finché ci vestiamo, lavoriamo, consumiamo. È l’altrove aperto quando ci esautoriamo dal discorso burocratico, psichiatrico, amministrativo, relazionale. Nel privarsi del privato, nel farsi prelevare linfa, nel togliersi da circuiti tossici. La libertà negativa: non libertà di ma libertà di non. Di non giocare più, dice Rosy, a un gioco di cui non ho scritto io le regole.
“Ti piace?
Ti piacciono le mie labbra?
Ti succhio il cazzo?
Lui ridacchia ancora
Mi fai arrossire
Mi solleva la testa
Parliamo, dai
Io voglio scopare”
(ibidem).
Così, tra un delirio dell’Es (che qui eccome se “caga e fotte”) e il desiderio schizofrenico della macchina, Rosy si dissipa mentre gli ospedali non servono, non serve il marito, né le amiche né il mondo che delude. Ma ha il cancro ed è arrivata la morte. Sicché siamo autorizzati a credere che quanto di delirante, eccessivo abbiamo incontrato nel testo non sia stato che una sorta di Bardo tibetano precedente alla morte, un affrancamento finale perché Rosy potesse, nella morte, accedervi petto infuori.
“Insistono: Rosy, Rosy, Rosy. Sento il vento sfiorarmi le guance poi la punta di una lingua nelle orecchie una lingua e delle dita che mi accarezzano il collo e la spina dorsale le dita scrivono il nome di lei sulle mie scapole poi una voce scolpisce l’aria strilla stridula infrangendo la porta a vetri che deflagra alle mie spalle una furia frammentata in migliaia di schegge eccone altre e altre ancora si moltiplicano lei plana su di me protende le braccia si strappa la carne la carne e le ossa si scaglia scalcia. Mi cerca tastoni, mi tasta. Pensavo mi avrebbe spinto, ma le sue mani mi accolgono con tenerezza. I miei occhi sfiniti faticano a metterla del tutto a fuoco: sprizza energia, è una fontana zampillante d’oro e d’argento e, anche se mi sembra di non aver mai visto niente di simile prima d’ora, in realtà l’ho già vista. La riconosco. Guancia a guancia, mani nelle mani. Mi solleva e iniziamo a turbinare. Senti. Suoni di gioia. Dita intrecciate, un ultimo volteggio. Un ultimo sguardo al suo volto, un ultimo sguardo al mio e con un passo di danza mi libro oltre il parapetto”
(ibidem).
E poi la morte.
- Jean Baudrillard, La sparizione dell’arte, SE, Milano, 2017.
- Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini+Castoldi, Milano, 2017.
- Emma Glass, La carne, Il Saggiatore, Milano, 2018.
- Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano, 2015.
- Julia Ducourneau, Titane, Midnight Factory, 2022 (home video).
- Julia Ducourneau, Alpha, I Wonder Pictures, 2025.
- David Cronenberg, Crimes of the Future, Midnight Factory, 2022 (home video).
- David Cronenberg, Brood – La covata malefica, CG Entertainment, 2019 (home video).

