Caro Sapiens, ultimissima fatica divulgativa di Mario Tozzi è un testo che, paradossalmente, può essere collocato all’interno di un sapere (scientifico) e di una pratica (comunicativa) nei confronti dei quali il suo autore dimostra tanto una certa estraneità quanto delle riserve critiche. Nel primo caso, stando a quanto afferma in uno dei capitoli sociologicamente più rilevanti del libro, Il clima e i suoi derivati, ossia che qualora “Karl Marx avesse messo la questione ambientale nel giusto conto, le sue previsioni si sarebbero rivelate più azzeccate”, Tozzi confessa di non essere aggiornato su uno dei filoni più ricchi della sociologia ambientale e dell’ecologia politica degli ultimi decenni che proprio dal forte interesse di Marx per le questioni ambientali (dalla fertilità del suolo all’inquinamento, dalle sofisticazioni alimentari all’uso irriguo delle acque) sono riuscite a individuare anche l’anima ecologistica della sua critica al capitalismo, documentata da ultimo nel semplicistico e didascalico lavoro di Saito Kohei, Il capitale nell’Antropocene, facilmente reperibile sul mercato librario, vero e proprio campione di vendite globali (cfr. Kohei, 2024).
Un frame dal documentario Anthropocene: The Human Epoch (2018) di Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier and Edward Burtynsky (anche l’immagine sotto).
Nel secondo, analizzando attentamente la storia del negazionismo climatico e vedendovi il ruolo giocato dai mezzi di comunicazione di massa nel supportare e propagandare le campagne di disinformazione ciclicamente lanciate da Frederick Seitz e Fred Singer, fisici americani al servizio di grandi corporation, prima sugli effetti perniciosi del fumo sulla salute umana, poi sulle piogge acide, infine sul buco dell’ozono, non facendo nessuna distinzione all’interno dell’informazione, quindi, anche di quella ambientale, Tozzi non lascia spazio al riconoscimento di un giornalismo d’inchiesta impegnato da anni nella produzione di dati, notizie e reportage orientati proprio allo smascheramento e alla denuncia dei danni causati dall’attività industriale all’ambiente e alla specie umana.
In fondo, trasmissioni televisive come la sua, da Gaia a Sapiens (si pensi anche a Report, Indovina chi viene a cena, Presa diretta), come del resto la sua attività editoriale per La Stampa e QuiTouring (si pensi soprattutto anche a quella online di associazioni come IrpiMedia, Fada collective, A Sud) si inscrivono senza difficoltà in un ruolo positivo di questo tipo svolto da un settore dei media e dai suoi professionisti. Ora, nonostante l’estraneità all’ecomarxismo e le riserve critiche sull’informazione ambientale, Tozzi e il suo Caro Sapiens possono rivelarsi degli ottimi compagni di strada sia dell’uno che dell’altra, a patto, però, di farne un oculato uso sociologico. Nel primo caso, sottolineandone le soggettività coinvolte nei processi di sfruttamento del sistema produttivo capitalista; nel secondo attraverso l’elaborazione di un’idea di natura capace di porsi come criterio guida, profondamente etico, dell’azione giornalistica.
Divulgazione scientifica ed ecomarxismo
Per quanto riguarda il fiancheggiamento esterno all’ecomarxismo, l’analisi scientifica e politica del cambiamento climatico di Tozzi rimane esemplare, un cambiamento che ha da sempre interessato il nostro pianeta, ma non con la velocità, il “ritmo forsennato” con il quale la Terra lo sta conoscendo negli ultimi decenni, un cambiamento che, detta sinteticamente, si sostanzia in un aumento della temperatura terreste che causa, tra l’altro, eventi meteorologici avversi, scioglimento di ghiacciai, aumento della desertificazione.
Una volta che la scienza esclude quattro delle cinque ragioni naturali che spiegano perché il clima cambi (irregolarità dell’orbita terrestre; correnti oceaniche; posizione dei continenti; Sole), esclusione necessaria visto che gli effetti di tali cause si dispiegano lungo l’arco di un tempo calcolato nell’ordine di “decine o centinaia di migliaia di anni”, non rimane che l’ultima, la “presenza di carbonio in atmosfera”, sulla quale, al netto di quella prodotta dai cicli naturali, il sistema produttivo umano incide massimamente. E con questo Tozzi, che ha scritto il libro nella forma di una serie di lettere inviate dalla Terra ai sapiens, arriva al problema cruciale dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas):
“materiali organici che ho creato in decine di milioni di anni e che ho poi sepolto nel sottosuolo, composti essenzialmente di carbonio che veniva sottratto ai cicli naturali giacendo sottoterra. Se vengono scavati, tirati fuori e bruciati, addizionano CO2 ai cicli naturali e spostano quell’equilibrio. Le vostre emissioni liberano carbonio che prima era sepolto nei giacimenti di combustibili fossili ed era estraneo al bilancio globale”.
e alla relazione che questa forma esasperata di estrattivismo, nella quale non possiamo che leggere il disperato sovrasfruttamento delle risorse naturali, ha con il capitalismo, con la sua concertazione di ricchezza nelle mani dei pochi e la sua produzione di impoverimento per tanti:
“avete costruito un sistema economico che sta scardinando il sistema naturale e che si basa su un presupposto fisico errato, e cioè che le risorse e i materiali della Terra, cioè i miei, siano infiniti. Che si possa cioè disporre per sempre di quello che voi avete deciso essere importante per vivere, dal cibo alle fonti di energia. E che questo possa essere disponibile per tutti […] per far funzionare questo sistema, la maggioranza dei sapiens deve possedere molto poco, mentre un’infinitesima minoranza si appropria di tutto il gruzzolo”.
Di questa spiegazione, il dato sociologico che supporta ulteriormente l’ecomarxismo, in particolare, quello che milita per la giustizia ambientale (cfr. Rosignoli, 2020; Imperatore, Leonardi, 2023), è rappresentato dalla soggettività coinvolta in questo processo di sfruttamento della natura e nella distruzione dei suoi equilibri, la classe sociale di cui esso si alimenta e alla quale fa pagare i costi umani ed economici della sua idea di progresso. Il caso dei migranti climatici è una cartina al tornasole per vagliare in profondità la stretta connessione della questione ambientale con le conseguenze dello sviluppo capitalistico. Scrive Tozzi:
“La causa più importante delle attuali migrazioni di sapiens sta nel cambiamento climatico […] Tutta la fascia nord sahariana è la casa natale che non può più essere abitata: il deserto avanza letteralmente e le poche fonti idriche stanno scomparendo, per cui non c’è da meravigliarsi che la gente si spinga più a nord, visto che a sud c’è il Sahara. La desertificazione si è intensificata al punto di aggredire anche i paesi nordafricani, in cui già si viveva a costo di adattamenti difficili. E che dire della casa dei pakistani o dei bengalesi: lì è il mare salato che invade le risaie e le secca… cosa dovrebbero fare, quei sapiens, restarsene lì a morire di fame? […] Gli africani e gli indiani […] non hanno ricavato alcun beneficio dallo sviluppo economico che sta cambiando il clima, subendo invece la perdita delle terre dove sono vissuti da generazioni. Siete stati geniali, voi sapiens del mondo ricco: avete lucrato ogni vantaggio e scaricato su altri gli inconvenienti”.
Sebbene Tozzi continui a riferirsi a queste popolazioni col sostantivo generico di sapiens, sociologicamente non può trattarsi che di un proletariato internazionale (pakistani, bengalesi, africani, indiani) costretto a entrare in un precesso migratorio a causa del definitivo peggioramento della sua situazione socio-economica provocato dal cambiamento climatico, visto che i sapiens dei paesi ricchi, ossia, le élites dominanti, vivono in aree residenziali, geomorfologicamente sicure, ecologicamente protette e si spostano in aereo.
Divulgazione scientifica e giornalismo d’inchiesta ambientale
Se è in funzione di tutte le argomentazioni sul cambiamento climatico che Tozzi, attraverso un ragionamento capace di implementare la scienza nella società e, soprattutto, nella sua organizzazione economica e negli effetti che questa genera nelle classi sociali, si dimostra un ottimo compagno di strada degli ecomarxisti, è con il concetto di natura elaborato nella filigrana di Caro Sapiens, che a sua volta lo diventa anche dei giornalisti d’inchiesta ambientale con i quali, per il tipo di divulgazione scientifica che pratica, si ritrova a condividere intenti e obiettivi. E questo perché il genere divulgativo nell’era dei media, genere in cui Tozzi eccelle, ha cambiato completamente la natura dei rapporti tra scienza e divulgazione, come già ebbe modo di rilevare Walter Benjamin in un breve scritto di teoria della radio pubblicato nel 1932 dalla rivista Rufer und Hörer, dal titolo Due generi di popolarità (Benjamin 2003; Denunzio 2012). In radio, come in televisione, la divulgazione della scienza non può rimanere una comunicazione esterna quanto estranea all’ascoltatore-spettatore come accadeva nel caso delle opere libresche di stampo illuministico, al contrario, con i media la novità radicale è rappresentata dal movimento interattivo che lega il produttore del messaggio al suo consumatore, il che vuol dire che con la mediatizzazione della divulgazione non è la sola scienza a mobilitarsi verso il pubblico, ma anche questi verso la conoscenza.

Un’interazione di questo tipo può realizzarsi solo se il lavoro divulgativo sia adeguatamente vivace all’ambiente mediale nel quale opera così da sviluppare un vero e proprio “sapere vivo”. Questa vivacità intellettuale e prossemica non solo è una cifra distintiva del divulgatore televisivo Tozzi (leggere Caro Sapiens significa vedere e ascoltare il suo autore in tv attraverso lo schermo del libro) ma, soprattutto, lo scienziato Tozzi l’attaglia, come abbiamo visto, al nucleo critico dell’intera questione ambientale: l’azione distruttiva del sistema economico capitalista e il relativo movimento delle classi sociali. In questo senso, facendo opera di divulgazione scientifica critica Tozzi fa giornalismo d’inchiesta ambientale. Sebbene nel corso di Caro Sapiens non si parli quasi mai direttamente di natura, una sua immagine conciliata ne sorregge l’intera architettura teorica. Tale conciliazione appare in almeno due punti importanti del lavoro: l’Amazzonia e il film Avatar. Nel primo caso Tozzi, forte dell’esperienza maturata nel corso del suo viaggio nella più grande foresta pluviale della Terra, ne ricorda immediatamente in apertura del libro l’insegnamento ricavato, quello di una severa lezione anticapitalista:
“ho risalito il Rio Negro su un battellino di metallo e mi sono addentrato all’interno di un igapò: la foresta è allagata, nella canopea risuonano i richiami sonori di milioni di uccelli variopinti, mentre sotto lo scafo ai agitano centinaia di pesci di ogni dimensione. Ogni tanto qualche serpente verdissimo scivola via veloce e libellule grosse come passeri agitano freneticamente le ali, il tutto in una varietà senza fine di piante. La diversità, questo è ciò che regala la foresta pluviale, dove ogni standardizzazione è impossibile, dove non esistono gli accumuli, dove l’unico reddito è godere della natura: l’Amazzonia è un manifesto contro il modello di sviluppo/consumo capitalista, ti fa capire che le risorse sono imponenti ma non infinite, e che dovresti adattarti a essa, non piegarla a scopi privi di senso ecologico, e, alla fine, lucrosi per qualcuno ma dannosi per tutti gli altri”.
Nel secondo caso, quello del colossal di James Cameron uscito nel 2009, primo episodio di una saga che è arrivata attualmente alla sua terza puntata, sulla scia dell’immagine amazzonica nella quale la specie umana si integra e adatta alla natura senza alcun desiderio di dominarla, Tozzi interpreta così il rapporto della popolazione autoctona di Pandora, pianeta oggetto di una spietata aggressione coloniale da parte di una compagnia terreste interessata allo sfruttamento di una sua risorsa, con le sue forze naturali:
“i nativi usano un misto di tecnologie davvero utili e naturali aggiunte a cuore e cervello contro un’insopportabile prepotenza preoccupata solo di autoalimentarsi. Ma cosa difendono veramente i Na’vi di Pandora, oltre alle loro vite e relazioni sociali? Difendono la grande bellezza di un mondo in cui c’era un climax fra viventi e territorio”.
Per quanto si passi dal mondo premoderno dell’Amazzonia a quello ipermoderno di Avatar, l’immagine della natura alla quale si riferisce costantemente Tozzi in Caro Sapiens è sempre quella di un’entità conciliata, di un essere col quale la specie umana riesce finalmente a instaurare una relazione di equilibrio, di sintonia e di affinità. Ed è in virtù del fatto che le cose nella realtà sono messe esattamente al contrario nel senso di una costante predazione distruttiva delle forze economiche su quelle naturali, che questa immagine di conciliazione diventa particolarmente importante. Innanzitutto, perché prospetta il risanamento di quella frattura metabolica tra uomo e natura che è alla base dell’ecomarxismo (cfr. Foster, 1999) e che questi difficilmente riesce a pensare come ricomponibile. E poi perché, forgiata com’è all’interno di quella singolare forma di giornalismo ambientale che è la divulgazione scientifica critica di Tozzi, si offre come risorsa disponibile del patrimonio professionale di quanti praticano questo tipo di ricerca giornalistica, un’idea guida che li orienta su territori realmente devastati dalle varie dimensione della questione ambientale (dal cambiamento climatico all’inquinamento) e che, mentre pretende la denuncia delle cause che hanno ridotto il mondo così com’è, non smette di assegnarsi il compito di immaginare come dovrebbe essere.
- Walter Benjamin, Due generi di popolarità in Opere complete V. Scritti 1932-1933, Einaudi, Torino, 2003.
- Fabrizio Denunzio, L’uomo nella radio. Organizzazione e produzione della cultura in Walter Benjamin, Giulio Perrone Editore, Roma, 2012.
- John Bellamy Foster, Marx’s Theory of Metabolic Rift: Classical Foundations for Environmental Sociology, in American Journal of Sociology, vol. 105, n. 2, 1999.
- Paola Imperatore, Emanuele Leonardi, L’era della giustizia climatica. Prospettive politiche per una transizione ecologia dal basso, Orthotes, Napoli-Salerno, 2023.
- Saito Kohei, Il capitale nell’Antropocene, Einaudi, Torino, 2024.
- Francesca Rosignoli (2020), Giustizia ambientale. Come sono nate e cosa sono le diseguaglianze ambientali, Castelvecchi, Roma, 2020.
- James Cameron, Avatar, 20th Century Fox Home Entertainment, 2014 (home video).

