Storie nella storia
di allodole e resistenti

Marcella Filippa
La riparazione
Donne che rammentano il mondo
Lindau, Torino, 2026

pp. 171, € 19,00

Marcella Filippa
La riparazione
Donne che rammentano il mondo
Lindau, Torino, 2026

pp. 171, € 19,00


Gaio Giulio Cesare, Cristo, Napoleone Bonaparte, Stalin, Hitler. La Storia, quella con la S maiuscola, è piena di uomini potenti, i cui nomi ancora oggi spadroneggiano sui libri di scuola e nelle memorie collettive. Nel frattempo, umili e silenziose, le storie di donne sconosciute o poco conosciute tessono trame che sono l’essenza di un tempo e di un’umanità che si svela agli occhi del mondo. Molte studiose si sono dedicate all’importante opera di svelare l’operato di chi, pur non avendo fatto la Storia, ne ha preso parte con coraggio e innata potenza. La Riparazione. Donne che rammentano il mondo, libro di Marcella Filippa, storica e saggista, è uno di questi tentativi di dare voce a donne silenziate dalla Storia degli uomini. Venti narrazioni e per ognuna di esse il volto di una donna collegato a reti di altre compagne e sorelle. Il titolo indica il filo conduttore alla base della scelta operata dall’autrice: sono donne che curano, che riparano e scelgono la vita anche nel sacrificio, l’umanità nella desolazione. Antifasciste, militanti comuniste, musiciste, partigiane, reporter. Tra di loro, otto sono donne ebree, prigioniere dei campi di sterminio naziste, come Isa Weber (1903-1944), ebrea di Praga, amante della letteratura e dei canti per l’infanzia: sceglie di restare vicina ai bambini del campo di Terenín fino alla fine e di accompagnarli all’interno dei forni crematori. Alcune di loro subiscono una doppia persecuzione, prima da parte di Stalin e poi di Hitler, tra queste Milada Horáková (1901-1950): entra a far parte del movimento clandestino di resistenza contro l’occupazione nazista del suo paese, la Cecoslovacchia; diviene poi deputata del partito socialista e viene arrestata a seguito del colpo di stato comunista, condannata alla pena capitale. Lei è l’allodola del monumento che si erge in Piazza Pĕtikostelní, a Praga, ritratta nel suo movimento verso la libertà. Accanto a ogni nome, Filippa sceglie di inserire una parola che rimanda direttamente alla protagonista del paragrafo. Milena Jesenská (1896-1944) è “Sfida”.

“Se penso a Milena Jesenská penso alla sfida, alla sua vita fatta di atteggiamenti, stili di vita, modi di essere provocatori, oltre le convenzioni, dirompenti, eccentrici, provocanti, ma anche carichi di solidarietà e empatia verso gli altri. Una donna che attraversa le strade di Praga, nella città occupata dai nazisti, con un cappotto grigio, un po’ sformato dall’uso, forse troppo grande per lei, affondando le mani nelle tasche, con un’andatura un po’ sghemba, […], con una stella di David gialla cucita sul cappotto, lei che ebrea non era, ma che aveva scelto di condividere la sorte dei perseguitati, degli espulsi, come segno di protesta, ma anche di condivisione reale”.

Perché la solidarietà con le oppresse diviene un gesto di sfida contro il potere e saranno in molte ad abbracciare questo posizionamento: Marianne Golz-Goldlust (1895-1943) aiuta gli ebrei perseguitati nella Praga occupata dai nazisti, arrestata e deportata nel carcere duro di Pankrák; muore per esecuzione; Fernanda Wittgens (1903-1957), arrestata per aver aiutato molte donne (e anche uomini) durante il fascismo, alla richiesta della madre di chiedere la grazia a Mussolini, scrive:

“L’errore è di credere che io sia trascinata dal buon cuore o dalla pietà, ad aiutare, senza sapere il rischio. È invece un proposito fermo che risponde a tutto il mio modo di vivere: io non posso fare diversamente perché ho un cervello che funziona così, un cuore che sente così”.

Ma come spiegare la ragione di toni acritici se non addirittura entusiastici dell’autrice circa la fondazione di kibbutz israeliani in Palestina? Tra quelli citati, il kibbutz Lohamei Haghettaot, alla cui fondazione partecipò una delle protagoniste del testo, Miriam Novitch (1908-1990): il kibbutz fu, a onor del vero, fondato sulle rovine del villaggio Al Sumayriyya, raso al suolo durante la nakba del 1948 dall’esercito israeliano (Khalidi Walid, 1992). Stupisce che una storica possa compiere una tale opera di omissione e resta purtroppo la sensazione di un tradimento verso quel senso di giustizia della memoria a cui il testo ambisce e verso il tema che l’autrice stessa propone, ossia l’agire degli oppressi e delle oppresse al di sopra delle parti, come una rete invisibile di solidarietà e umanità che ripara le ferite del mondo: una rete tessuta dalle donne di tutti i popoli, le madri di Playa de Mayo, le donne di Rosenstrasse, le donne ebree e quelle palestinesi. Quanti volti potrebbero essere aggiunti ai ritratti veloci, quasi accennati, che riempiono le pagine del libro e, prendendo dunque ispirazione da questa opera di svelamento e, per correttezza nei confronti di questo presente che sarà Storia, si decide di concludere con l’aggiunta di un volto nuovo:
Alaa al-Najjar, pediatra presso l’Ospedale Nasser di Khan Younis, sud di Gaza: ha perso nove dei suoi dieci figli a causa del bombardamento operato dall’esercito israeliano il 23 maggio 2025 mentre lavorava per salvare altri bambini/e.

 Letture
  • Khalidi Walid, All that remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, Institute for Palestine Studies, 1992.