La filosofia del rottame:
Napoli vista da Sohn-Rethel

Alfred Sohn-Rethel
Kaputt. Napoli e la questione della tecnica
Traduzione e cura di Massimo Palma

Luiss University Press, Roma, 2026
pp. 101, € 14,00

Alfred Sohn-Rethel
Kaputt. Napoli e la questione della tecnica
Traduzione e cura di Massimo Palma

Luiss University Press, Roma, 2026
pp. 101, € 14,00


Napoli è una città che tende alla sineddoche, alla mise en abyme, alla generalizzazione: lo dimostra il suo stesso nome, perché nel chiamarsi “città nuova” tende a considerarsi città par excellence, sottolineando quella sua irriducibilità che in tanti nel corso del tempo hanno provato a rivendicare. Prendiamo un esempio paradigmatico: diceva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista (1977) che l’uomo produttivo, ossia “il milanese”, preferisce la doccia perché consuma meno acqua, meno tempo e si lava meglio, campione di efficientismo. “Il napoletano invece, se si decide, preferisce il bagno: s’intallea come si dice a Napoli, cioè si attarda e tiene tutto il tempo che vuole per pensare” (De Crescenzo, 2019). Così, nel quotidiano, ogni piccolo episodio che può verificarsi nel corso della giornata, anziché restare chiuso in sé stesso, si trasforma in una favola di Esopo, con tanto di metafora finale sulla natura del napoletano; una tendenza di cui soffrono non solo gli autoctoni, ma anche – forse soprattutto – i forestieri, che magari gliel’hanno trasmessa. Dai tempi del Grand Tour, in effetti, il desiderio dei viaggiatori europei di vedere soddisfatte le proprie aspettative è sempre stato assecondato dai napoletani, che vi hanno intravisto la possibilità di guadagnarci semplicemente calcando un po’ la mano sull’inveterata attitudine alla teatralità, cosicché ancora oggi, nell’era dell’overtourism, la città diventa un teatro a cielo aperto a uso e consumo, soprattutto, dei suoi turisti.


Foto ©Nunzio Sposito.

Non immune a tutto questo si è rivelato Alfred Sohn-Rethel, filosofo marxista vicino alla Scuola di Francoforte, epigono di Walter Benjamin, che già in Napoli aveva compreso di essersi imbattuto in una città-mondo da cui trarre generalizzazioni filosofiche, per esempio individuando nella porosità del tufo di cui sono fatte strade e palazzi una metafora del carattere locale sempre permeabile a “nuove, impreviste costellazioni” (Benjamin e Lacis, 2020). L’opera più celebre di Sohn-Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale (1970), uscì in Italia nello stesso anno di Così parlò Bellavista, anche se di Napoli non trattava. Nella città il giovane marxista c’era stato tra il 1925 e il ‘26, subito dopo Benjamin, in un decennio in cui “a Napoli e dintorni si affollano nomi rilevanti del primo e secondo Novecento tedesco: oltre a Sohn-Rethel, Theodor Adorno, Hugo Ball, Walter Benjamin, Ernst Bloch, Bertolt Brecht, Ernst Jünger, Siegfrid Kracauer”, come annota Massimo Palma nella sua introduzione a Kaputt. Napoli e la questione della tecnica, il libretto di saggi del tour napoletano di Sohn-Rethel pubblicato dalla Luiss. Aggiunge Palma:

“E tuttavia il motivo che porta molti intellettuali ventenni e trentenni nel Mezzogiorno d’Italia, molto più che un riecheggiamento del Grand Tour sette-ottocentesco e dei suoi luoghi retorici, è squisitamente economico: è la loro condizione sociale a metterli di fronte a quella miseria complicata da leggere, oltre gli stereotipi o le consuete lenti di progresso/arretratezza”
(Palma, 2026).

Sohn-Rethel giunge a Napoli dopo il fallimento della rivolta spartachista, il suicidio dell’amico Alfred Seidel, il crollo da ogni speranza di carriera accademica. Immerso nello studio matto e disperatissimo del Capitale di Karl Marx, che fa dialogare con la dialettica trascendentale di Immanuel Kant, matura lo scetticismo nei confronti della concezione razionale del mondo che pure aveva permeato il socialismo “scientifico” marxiano, intuendo il processo di sussunzione della scienza nel capitalismo. Da Galileo in avanti, scriverà nel suo saggio più celebre, la “linea di sviluppo tecnologica” avrebbe operato “la realtà della separazione tra mente e mano che sussiste nell’ambito di produzione capitalistico” (Sohn-Rethel, 1977). La scissione tra intelletto e lavoro manuale produce alienazione, e questa alienazione nasce dall’astrazione, su cui si fonda il concetto marxiano di valore-merce, del tutto slegato dal valore d’uso perché fondato sul lavoro, a sua volta processo astratto. Ma per Sohn-Rethel “il concetto economico di valore è un’astrazione reale”, a differenza delle astrazioni-pensiero della teoria della conoscenza kantiana, cioè le generalizzazioni astratte che la nostra mente compie nel suo tentativo di comprendere la natura:

“Esso esiste solo nel pensiero umano ma non scaturisce dal pensiero. La sua natura è immediatamente sociale e la sua origine è nella sfera spazio-temporale dei rapporti umani. Non sono le persone a produrre questa astrazione, bensì le loro azioni in reciproco rapporto: «Essi non lo sanno, ma lo fanno»”
(Sohn-Rethel, 1977).

La felicità del rottame
A Napoli, il giovane marxista si scontra con un mondo dominato da un’altra sintesi sociale (per usare una sua espressione), dove cioè i rapporti tra lavoro, merce e concezione razionale del mondo divergono da quelli del capitalismo avanzato del Nord Europa e producono un’altra weltanschauung. La prima intuizione gli arriva durante un ingorgo su via Chaia, causato da un asinello che proprio non vuol saperne di muoversi nonostante gli incitamenti del vetturino. Da qui, Sohn-Rethel costruisce una sua teoria della napoletanità, che prende le mosse dal bizzarro rapporto con il mondo animale – ricordando della sua visita al Dipartimento di Filosofia dell’Università, dove non trova filosofi ma solo galline chioccianti e capre che pascolano nei corridoi – e si conclude con una riflessione sullo scetticismo nei confronti di ogni forma di progresso tecnologico: ieri come oggi, i napoletani sanno che i cantieri delle metropolitane dureranno in eterno e Sohn-Rethel racconta dell’abitudine, durante l’estate, a trovare sollievo passeggiando nelle gallerie scavate nelle profondità del Vomero:

“Com’era possibile che le gallerie ferroviarie fossero un luogo così gioioso? È facile da indovinare: perché nelle gallerie non passava nessun treno, perché il mezzo di trasporto pianificato per motivi imperscrutabili non funzionava, sebbene le gallerie esistessero già da dieci anni. La linea speciale che era stata pianificata con orgoglio nazionale e che avrebbe forse potuto diventare la più rapida d’Europa, era parte dell’ideale arsenale napoletano della felicità del rottame”
(Sohn-Rethel, 2026).

La felicità del rottame (“kaputt”, nell’originale tedesco) è la sintesi tra mente e mano che lo studioso, in seguito, auspicherà per il superamento del capitalismo e l’avvento del socialismo. A Napoli la tecnica non ha prodotto un’autentica sintesi sociale di stampo capitalistico, poiché “gli apparecchi tecnici sono fondamentalmente rottami” e “per il napoletano il funzionamento comincia solo quando qualcosa è rottame”. Dunque, “l’essenza della tecnica sta nel far funzionare il rottame” (ibidem). In questa economia dello scarto si perde del tutto il valore-merce poiché il lavoro stesso non è reso astratto: chiunque è in grado di riparare alla bell’e meglio un’auto in panne, una macchinetta del caffè guasta o il motore di un motoscafo in ebollizione, per una naturale propensione all’ingegnosità (la celebre ‘arte dell’arrangiarsi’) che spinge invece a guardare con sospetto “l’intatto, quel che per così dire va avanti da sé”.

Alle origini della teoria critica
In ciò, Sohn-Rethel individua un nucleo di opposizione alla tecnica, questo grande spauracchio della filosofia tedesca del Novecento che vi scorgerà prima degli altri lo stretto rapporto di filiazione col totalitarismo. La “falsa magia” della tecnica, che propone macchinari imperscrutabili alla mente umana (come oggi le attuali IA), è rifiutata dal naturale scetticismo del napoletano, che si insinua nel marchingegno con il suo stesso corpo, “gioendo del possesso veramente incorporato fino a godere illimitatamente di un’onnipotenza utopica sull’esistenza” (ibidem).
Il rapporto tra i napoletani e la tecnica non è affatto cambiato, a un secolo di distanza da queste riflessioni, e la riproposizione di questi saggi consente da un lato di toccare con la mano la longue durée delle dinamiche storico-sociali del Mezzogiorno, mentre dall’altro spinge ancora a chiedersi – come capita  chiunque trascorra anche solo un giorno in quella città – quale sia la morale da trarre da tutto ciò, quale significato profondo (come in un film di Paolo Sorrentino) Napoli nasconda dietro le sue sceneggiate, quale lezione abbia da dare al mondo questa città “costantemente minacciata nella sua esistenza” che rappresenta forse la più grande aporia del mito del progresso, come si resero conto Benjamin, Adorno, Sohn-Rethel, che da qui forse presero le mosse per l’elaborazione della futura teoria critica; o se invece non sia solo un effetto ottico di questa città inconcepibile quella di spingere a trarne generalizzazioni esistenziali, salvo poi essere riportati seccamente alla realtà, come accade al termine dell’episodio dell’ingorgo su via Chiaia, quando uno scugnizzo si avvicina all’asino, gli assesta un calcio nel ventre e lo svuota così delle sue feci, consentendo all’animale di riprendere il suo passo e l’ingorgo che tante riflessioni aveva prodotto in Sohn-Rethel a sciogliersi come alla fine sempre accade ancora oggi ogni giorno (asinelli a parte) tra le strade di Napoli.

Letture
  • Walter Benjamin, Asja Lacis, Napoli porosa, a cura di Elenio Cicchini, Dante&Descartes, Napoli, 2020.
  • Luciano De Crescenzo, Così parlò Bellavista, Mondadori, Milano, 2019.
  • Massimo Palma, The Napoli Trip. Proletari intellettuali tedeschi in Campania negli anni Venti, prefazione a Alfred Sohn-Rethel, Kaputt. Napoli e la questione della tecnica, Luiss University Press, Roma, 2026.
  • Alfred Sohn-Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale, Feltrinelli, Milano, 1977; nuova ed. PGreco, Milano, 2025.