Harlan Ellison: il visionario
sull’orlo dell’eternità


Di tutti gli autori che hanno plasmato il nostro immaginario è difficile dire chi sia il più sottovalutato, ma di certo c’è un nome in testa alla lista di quelli più difficili da scoprire per il neofita. Lo stesso nome svetta per distacco nel novero delle personalità più irriverenti e anticonformiste, come pure tra i maggiori concentrati di talento che si siano cimentati nella letteratura weird e di fantascienza. Questo nome è Harlan Ellison.
Il suono di queste due parole sarà sufficiente a chiudere nella testa degli appassionati un cortocircuito, richiamando istantaneamente dagli archivi della memoria un nutrito dossier di aneddoti – non tutti necessariamente riconducibili ai suoi meriti, comunque incommensurabili – che ne hanno perpetuato la mitologia personale; allo stesso tempo, emergerà dal cassetto dei ricordi un elenco di titoli indimenticabili, dei quali tuttavia un numero sempre più ristretto di estimatori, anno dopo anno, ha potuto vantare una conoscenza più che occasionale, alimentandone il culto.
Infatti, benché abbia scritto tantissimo (il necrologio di Steve Holland sul Guardian [cfr. Holland, 2018] parlava di un migliaio di pezzi, tra i quali circa 400 racconti, decine di sceneggiature per la TV, oltre mille articoli e settanta libri, mentre Richard Sandomir sul New York Times  [cfr. Sandomir, 2018] arrivò a contare millesettecento tra articoli e racconti), tra tutti i maestri del genere Ellison è rimasto l’unico a non aver mai dato alle stampe un romanzo di fantascienza. E questo, complice l’idiosincrasia dell’editoria soprattutto italiana nei riguardi delle antologie, ha contribuito a tenerlo fuori dai cataloghi per decenni interi. Ma fortunatamente non è bastato a relegarne l’opera nell’oblio.

Tutti i racconti che sono la mia vita
Nato a Cleveland nel 1934 e attivo fin dagli anni Cinquanta con lavori che hanno spaziato in tutti i generi, dal mystery all’horror, dal fantastico alla speculative fiction, aggiudicandosi tutti i principali premi del settore (ben undici volte lo Hugo Award, quattro il Nebula, due l’Edgar Allan Poe, uno il World Fantasy Award e cinque il Bram Stoker, senza contare i premi per la carriera e tutti gli altri riconoscimenti assegnati alle sue sceneggiature), fino al 2018, anno della morte, Ellison è stato un faro per gli appassionati e un punto di riferimento, non sempre facile da trattare, per i suoi colleghi e gli altri addetti ai lavori. Dopo gli anni Novanta, complice il diradarsi della sua attività, solo una manciata di titoli ha superato il grande filtro, raggiungendo i lettori italiani dalle pagine delle principali riviste di settore (in particolare Robot e Fantasy & Science Fiction) o grazie ad antologie tematiche come Millennium Thriller, che include una sua contaminazione tra suspense e fantascienza in una raccolta che ripercorre un secolo di letteratura noir. Tuttavia, nessun volume che recasse sul dorso il nome di Ellison risultava prenotabile dai librai.

A porre rimedio a questa lunga assenza è arrivata finalmente Visioni, l’antologia Mondadori che riprende quasi tutti i circa settanta racconti di Ellison già pubblicati in Italia e li riunisce in un volume cartonato della serie Oscar Draghi Urania, la stessa che l’anno scorso aveva raccolto i Racconti di Arthur C. Clarke e i romanzi catastrofisti di Frank Herbert in Esperimenti e catastrofi, e che si appresta adesso a dare alle stampe anche Il Ciclo della Cultura di Iain M. Banks.
Rare ma purtroppo non trascurabili le eccezioni: il thriller a cui ci riferivamo poche righe sopra, Mefisto in onice, o La città sull’orlo del sempre, soggetto per uno dei più amati episodi della serie classica di Star Trek, avrebbero coronato un’operazione quanto mai necessaria. Come ci ricorda la preziosa bibliografia di Andrea Vaccaro che suggella il volume, a partire dal 1966 appena tre raccolte di Ellison hanno fatto la loro comparsa presso gli editori nostrani, dalla primissima Dolorama e altre delusioni pubblicata da Ponzoni, alla più recente Idrogeno e idiozia, uscita nel 1999 per Fanucci, passando per il numero di Galassia dedicato alla sua narrativa breve, Se il cielo brucia, del 1978, tutte ormai da tempo di difficile reperibilità anche nel mercato dell’usato e in ogni caso insufficienti a fornire uno spaccato all’altezza della sua immensa produzione, mancando di opere fondamentali come L’ombra in caccia nella Città sull’orlo del mondo, Non ho bocca e devo urlare, La bestia che gridava amore al cuore del mondo e L’Uccello di Morte, per citare solo un campione limitato tra le pietre miliari del racconto di fantascienza.

Il principale pregio del Drago Urania è proprio quello di presentare finalmente una raccolta ricchissima sebbene non completa, rivisitando le traduzioni per valorizzare al meglio la prosa – non di rado impreziosita da sperimentalismi compositivi, sussulti lessicali e invenzioni tipografiche – di un autore che è stato anche un grande stilista. Anche se probabilmente lui stesso sarebbe stato il primo a dissentire. Come scrive nella postfazione al già citato L’ombra in caccia nella Città sull’orlo del mondo (1967), incluso da Ellison medesimo nella leggendaria Dangerous Visions, antologia-manifesto della New Wave fantascientifica:

“Mi sia permesso di assicurare a chi crede che uno scrittore è qualcuno che si ritrova col proprio nome sui libri che quello è un «autore». Uno ««scrittore»» è il povero diavolo che non riesce a impedirsi di mettere sulla carta la minima idea che gli passi per il cervello. Io sono uno scrittore. Scrivo. Ecco cosa faccio. Scrivo un sacco”.

Gli sarebbero occorsi quindici mesi per scrivere quel racconto, ispiratogli dall’immagine di una “creatura di sporcizia in una città di sterile purezza”. E ci sarebbe voluto un tempo quasi dieci volte più lungo – ben dodici anni – per mettere insieme Tutte le menzogne che sono la mia vita (1980), in cui il gioco di specchi tra fiction e biografia che attraversa un po’ tutta l’opera di Ellison viene portato al suo apice, arrivando a citare, in maniera pressoché fedele, il passaggio di cui sopra.
“Non chiedetemi come fa: ma è capace di azzuffarsi con tre picchiatori (non fantascientifici) tutti più grossi di lui e di uscirne vincitore” ricordava Isaac Asimov nell’introduzione a “Pentiti, Arlecchino!” disse l’Uomo del Tic-Tac per il volume I premi Hugo 1962-1966 (Asimov, 1993), ed è quantomeno curioso apprendere l’aneddoto dal punto di vista del diretto interessato, nel racconto dell’incontro tra Kercher Oliver James Crowstairs e Larry Bedloe, in cui ritroviamo trasfigurate, alterate, rivisitate e stravolte, le biografie rispettivamente dello stesso Ellison e di Robert Silverberg.

Nel vortice del dolore
Il vissuto dell’autore echeggia già nei suoi primi lavori, spesso esaltando il tema del dolore, che è una delle direzioni cardinali di cui possiamo servirci per mappare la sua narrativa: in L’Uccello di Morte (1973) troviamo la dipartita dell’affezionato cane Ahbhu, in Jeffty ha cinque anni (1977) il tormento dello stesso autore nel passaggio dai sogni della giovinezza al disincanto dell’età adulta, in Conta le ore che segnano il tempo (1978) i frammenti del quarto matrimonio, in Susan (1993) la gratitudine verso la quinta e ultima moglie, con una delle più belle dediche che si siano lette da parte di un innamorato:

“Piango per la perdita degli anni che ho vissuto senza di te, gli anni prima di conoscerti, tutti gli anni perduti della mia vita; e piango perché davanti a me ci sono meno anni di tutti quegli anni perduti che ho alle spalle”.

Proprio l’atteggiamento di Ellison nei confronti delle donne è stato oggetto di critiche, arrivando alle accuse di misoginia non del tutto immotivate mosse verso Un ragazzo e il suo cane (1969) e Croatoan (1975), a cui potremmo aggiungere anche il crudele Guaito dei cani battuti (1973), che dà forma al disagio della vita nelle grandi città americane che anche Fritz Leiber negli stessi anni andava evocando, dapprima con La cosa marrone chiaro e poi con il suo ampliamento a romanzo in Nostra signora delle tenebre, capostipite del filone urban fantasy. Col tempo questa sorta di riluttanza a empatizzare con i personaggi femminili va stemperandosi, forse anche per effetto del duraturo legame sentimentale con Susan Toth: si veda a questo proposito anche Dura da scontare, del 1995, in cui nello spazio di poche righe al protagonista viene inflitta una doppia tortura legata all’aggressione subita dalla moglie e al ricordo di un incidente che lo coinvolse con la madre.

Si tratta di uno dei tanti racconti in cui Ellison esplora la gamma dell’alienazione, su una direzione ortogonale a quella del dolore: qui, dopo il memorabile “Pentiti, Arlecchino!” disse l’Uomo del Tic-Tac (1965) – ci sia concesso citarlo con il titolo più comune tra le precedenti edizioni, visto che quello attaccato alla traduzione ormai canonica di Roberta Rambelli ripesca senza alcun motivo apparente quello molto meno noto della precedente traduzione di Giancarlo Cella per Ponzoni – abbiamo ancora una volta un sistema oppressivo e inutilmente persecutorio ai danni del singolo cittadino. Ma è anche interessante notare che, se da una parte le donne “entrano” nell’universo letterario ellisoniano, dall’altra si respira una disperazione crescente e si fanno i conti con un pessimismo della ragione che sconfina nel nichilismo.
Trent’anni dopo, non c’è più nessuno spazio per quella nota di speranza anarchica che sublimava la tentata rivoluzione surreal-dadaista di Everett C. Marm, quando giungeva a incrinare la granitica puntualità dell’Uomo del Tic-Tac: il cambio di paradigma è segnato dai prigionieri di un carcere virtuale, condannati a rivivere in eterno, come su un nastro di Moebius, i loro ricordi peggiori.
D’altro canto, già in Non ho bocca e devo urlare (1967) Ellison congegnava un incubo claustrofobico che continua a perseguitare i sogni del lettore a oltre mezzo secolo di distanza: al termine dell’ultima guerra mondiale, le intelligenze artificiali evolutesi dai sistemi militari condannano gli ultimi superstiti dell’umanità a un inferno senza via di fuga. Da Dolorama (1964) a L’uomo che mise in banca i ricordi più brutti (1983) il dolore, la sofferenza inferta agli uomini con sadica tenacia, rappresenta un termine costante nell’equazione ellisoniana del racconto perfetto: “Perché senza dolore non può esserci piacere. Senza la tristezza non può esserci felicità. Senza la bruttura non può esserci bellezza. E senza questo, la vita è senza scopo, senza speranza, indegna di essere vissuta”, constata il semidivino Trino in Dolorama. E la parola “dolore” ricorre per ben 126 volte lungo le pagine di questo libro, una media di due volte per racconto.

Sull’orlo della follia, schiacciati tra oppressione e violenza
Come Trino e l’Uccello di Morte, troviamo numerose altre entità intermedie tra la condizione aliena e quella di demiurghi fai-da-te: Succubo e i Ladri di anime (La regione intermedia, 1970), le creature che dimorano nel Crocevia dei Quando (La bestia che gridava amore al cuore del mondo, 1968), sono tutti emissari di una dimensione altra, non necessariamente superiore (in fondo Ellison amava definirsi “ateo ebreo”), ma che risponde alle sue logiche e alle sue dinamiche, le cui conseguenze possono essere solo subite dagli esseri umani, spesso attraverso quel “vapore vivente” che è la follia, terzo punto cardinale dell’universo ellisoniano. In questo rileviamo un’affinità profonda con la cosmologia esplicitata da David Lynch nell’arco delle tre stagioni di Twin Peaks, in particolare l’ultima, sublime serie evento del 2017.
Degna di menzione è sicuramente la forte carica inventiva di Ellison, ma non dobbiamo dimenticare anche la sua maestria compositiva: soprattutto nella stagione d’oro a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, i suoi racconti giustappongono materiali frammentari e registri diversi, realizzando un caleidoscopio di punti di vista da cui emerge una prospettiva stereoscopica sulla realtà. In un altro scrittore questo avrebbe portato a una sterile confusione, invece nei suoi racconti il felice mix di ispirazione e tecnica produce risultati memorabili, come in tutti i titoli qui citati.
Non possiamo inoltre tralasciare nemmeno l’attenzione di Ellison per le teorie scientifiche più estreme, che passa sovente inosservata, forse per via del suo legame con la New Wave, ma in realtà attraversa tutta la sua carriera, dalle memorie genetiche di Il cielo brucia (1958) al paradigma della mente olografica che ispira L’uomo che mise in banca i ricordi più brutti (1982).

Nello spettro che si estende tra la follia e il dolore si situano agevolmente altri memorabili distillati di weird e fantascienza: due capolavori antimilitaristi come Soldato (1967) e Il basilisco (1972), e quel sorprendente tour-de-force letterario che è Alla deriva appena al largo delle isolette di Langerhans: latitudine 38° 54′ N, longitudine 77° 00′ 13″ O (1974), dove un licantropo alla ricerca della propria anima si rivolge nientepopodimeno che al dottor Victor Frankenstein.
Dobbiamo tornare sull’asse che per metà si sviluppa verso l’alienazione imposta all’uomo dalle strutture sociali e politiche edificate nel corso della storia quasi appositamente per tormentarlo, per concludere l’inquadramento dei suoi lavori. Il semiasse opposto si sviluppa verso la violenza, che di frequente in Ellison s’intreccia con l’arte. Sembra quasi che le opere incentrate sulla violenza (ripensiamo alla già citata Ombra in caccia nella Città sull’orlo del mondo, in cui Jack lo Squartatore viene prelevato dalla Londra vittoriana e trasferito nel XXXI secolo per intrattenere i cittadini di una “utopica” metropoli del futuro) s’interroghino – e vogliano interrogare il lettore – sul confine ultimo dell’arte: fin dove può spingersi un racconto nel ritrarre la violenza del mondo? C’è qualcosa che dovrebbe essere lasciato fuori dal raggio d’azione della letteratura?
Da scrittore, Ellison aveva la sua risposta e i suoi lavori ne forniscono una dimostrazione pratica. Leggerli oggi, riscoprendone di volta in volta l’attualità mai superata e l’audacia, la rilevanza e l’efficacia, l’irriverenza e la carica immaginifica, è un piacere che non dovrebbero negarsi né gli appassionati del genere, né i lettori interessati alla Letteratura con la maiuscola.

Letture
  • Isaac Asimov (a cura di), I premi Hugo 1962-1966, Urania Mondadori, Milano, 1993.
  • James Blish, Star Trek. La pista delle stelle, Mondadori, Milano, 2017.
  • Harlan Ellison, Dolorama e altre delusioni, Ponzoni, Milano, 1966.
  • Harlan Ellison, Se il cielo brucia, La Tribuna, Piacenza, 1978.
  • Harlan Ellison, Idrogeno e idiozia, Fanucci, Roma, 1999.
  • James Ellroy e Otto Penzler (a cura di), Millennium Thriller, Newton Compton Editori, Roma, 2011.
  • Steve Holland, Harlan Ellison obituary, The Guardian, 29 giugno 2018.
  • Fritz Leiber, La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, Cliquot, Roma, 2017.
  • Fritz Leiber, Nostra signora delle tenebre, Urania Mondadori, Milano, 2002.
  • Richard Sandomir, Harlan Ellison, Intensely Prolific Science Fiction Writer, Dies at 84, The New York Times, 29 giugno 2018.
Visioni
  • David Lynch, Twin Peaks. La serie evento, Paramount, 2018 (home video).
  • Gene Roddenberry, Star Trek. The Original Series – Stagioni 1-3, Universal, 2016 (home video).