“Perché un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte” scriveva Alessandro Baricco nel suo romanzo Oceano Mare (1993), un’intuizione sul bisogno umano di mantenere un legame con ciò che è stato. Quel medesimo bisogno si può rintracciare nel volume collettivo Tempo di serie. Rigenerazione (il Mulino), a cura di Fabio Cleto e Stefania Consonni. Colpisce che un volume sulla rigenerazione scelga di presentarsi senza nessuna concessione al sensazionalismo, nessun tentativo di sedurre prima ancora di convincere. Eppure lo fa lentamente, per stratificazione, come si addice a un libro che ha fatto del tempo il proprio oggetto e il proprio metodo.
Il volume si inserisce in un percorso già avviato dai curatori nel 2018 con Tempo di serie. La temporalità nella narrazione seriale curato da Fabio Cleto e Francesca Pasquali per Unicopli e ne rappresenta sia il naturale prolungamento, sia una sua radicale rimessa in discussione. Non si tratta semplicemente di tornare su un tema già esplorato: è piuttosto una scelta teorica precisa, quella di assumere la rigenerazione come categoria analitica autonoma, abbastanza solida da tenere insieme diciannove contributi che spaziano dalla serialità televisiva alla moda, dalla post-fotografia ai videogiochi, dal teatro ai Lego. Una scommessa ambiziosa che il volume, nella misura in cui riesce a non dissolversi nella semplice antologia, vince per lo più con disinvoltura.

L’introduzione dei curatori, Riprese | Risignificazioni | Ritorni. Estetiche e pratiche della rigenerazione è il testo che più di ogni altro giustifica la coesione interna dell’opera. Cleto e Consonni costruiscono un quadro teorico che non si accontenta di mappare un territorio già noto, ma propone un vero e proprio cambio di prospettiva: la rigenerazione non come semplice ritorno o recycling culturale, ma come “motore della rappresentazione mediale”. La metafora biologica (riproduzione, successione, mutazione) non è un ornamento retorico, ma una scommessa teorica che guadagna credibilità nel corso del volume, via via che i singoli contributi la declinano su casi concreti e spesso sorprendenti. La suddivisione in sei parti – Ex post. Il tempo successivo; Configurazioni. Forme del tempo e dello spazio; Valore. Economie del seriale; Time and again. Dinamiche di risignificazione; Riprese. Pieghe e trame del ritorno; Senza fine – rispecchia una traiettoria che dalle strutture temporali della narrazione seriale risale verso le sue ricadute culturali, chiudendosi (o meglio: aprendosi) a un futuro deliberatamente irrisolto. Non è una struttura rigida: i contributi si interrogano a vicenda, in modo non sempre lineare, ma questa permeabilità è un pregio. Nella prima parte, il saggio di Giovanni Boccia Artieri su mediatizzazione e serialità imposta fin da subito un orizzonte teorico solido, declinando il concetto di reboot e di retcon all’interno del genere supereroistico con un’attenzione alle implicazioni culturali che va ben oltre la semplice analisi testuale.
Il multiverso della DC Comics
Giovanni Boccia Artieri illustra come la DC Comics utilizzi i reboot e le Crisi – le maxi-serie a fumetti pensate per riscrivere e riordinare la continuity dell’universo narrativo – come dispositivi per azzerare e riorganizzare una continuity caotica. Crisi sulle Terre Infinite (1985) unifica il multiverso in una sola Terra per semplificare le trame; Ora zero – Crisi nel tempo (1994) ne corregge la cronologia temporale; Crisi infinita (2005) reimposta la struttura fissa a 52 universi e Crisi finale (2008) offre una riflessione meta-narrativa sul collasso della realtà. Il reboot più radicale è Flashpoint (2011), che azzera l’universo risincronizzandolo con il presente tramite i New 52, il rilancio editoriale che nel 2011 azzerò la numerazione di tutte le testate DC facendole ripartire dal numero 1. Infine, nel 2016, Rinascita ripristina lo sfondo storico tradizionale precedente al 2011: per evitare di respingere il pubblico, non viene comunicato come un reboot ma come un restauro, recuperando persino la numerazione originale delle storiche testate Action Comics e Detective Comics.

Il saggio di Fabio Cleto su James Bond e il “tempo retroflesso” è uno dei contributi che sorprende di più e merita una lettura attenta anche da parte di chi Bond lo conosce appena. Cleto lavora sulla serialità come forma di gestione dell’anacronismo: il personaggio di Bond non invecchia, non muore, non si trasforma davvero, eppur continua a tornare, sempre uguale e sempre diverso, come un significante che ha imparato a sopravvivere alla propria usura. Questo saggio fa quello che la critica sulla cultura popolare fa raramente bene: bilancia il piacere del testo e il rigore analitico senza che uno soffochi l’altro, senza il fastidio di chi scende a patti con l’oggetto popolare e senza l’aridità di chi lo disseziona fino a non riconoscerlo più. Sergio Brancato ed Emiliano Chirchiano, con la loro analisi del prequel come “esplorazione frattale”, completano la prima sezione con un contributo metodologicamente raffinato che trova nelle serie Better Call Saul e The Book of Boba Fett due casi di studio tanto distanti quanto fertili per illuminare la logica espansiva della narrazione contemporanea.

La seconda parte introduce un cambio di registro significativo. Il contributo di Massimo Fusillo sul “sentire il tempo che passa” introduce nella raccolta una domanda che i media studies tendono a eludere: cosa significa sentire il tempo della serialità, prima ancora di analizzarlo. Ma è il saggio di Stefania Consonni, Risemiotizzare con i Lego. Narrazione, raffigurazione, spazializzazione, a lasciare il segno più duraturo. Consonni tratta i mattoncini Lego con la stessa scrupolosità metodologica che si riserverebbe a un corpus letterario e dimostra come la risemiotizzazione non sia un fenomeno marginale della cultura contemporanea ma una pratica costitutiva del modo in cui il significato viene prodotto, trasmesso e trasformato. Il sistema Lego descritto come una “lingua-giocattolo” con una grammatica condivisa che fa dialogare generazioni diverse. Questa capacità si fonda sull’intreccio tra processi narrativi e raffigurativi: i primi codificano la sequenzialità temporale in una “sintassi” di gesti spaziali (l’«io faccio»); i secondi agiscono come una “semantica”, isolando un preciso istante (punctum temporis) per mostrare la sincronia e le relazioni strutturali tra i pezzi (l’«io conosco»). C’è, nella scrittura di Consonni, una precisione terminologica che non esclude la vivacità argomentativa: il testo avanza per piccole conquiste, costruendo il proprio ragionamento con la stessa logica modulare dei suoi oggetti di studio. Chi lavora sulla transmedialità troverà qui un ingresso laterale e più produttivo di molti percorsi canonici.
Le economie del seriale
Nella terza parte, dedicata alle economie del seriale, vale la pena concentrarsi sui contributi di Giulia Ceriani sul valore economico e di significato che i prodotti seriali assumono nel mercato culturale e di Adriano D’Aloia sulla post-fotografia quotidiana, quest’ultimo particolarmente interessante per come riesce a connettere pratiche apparentemente banali come la fotografia da frigorifero su Instagram a dinamiche discorsive di ordine più generale. Stefano Brilli chiude la sezione con un’analisi della serializzazione dei contenuti video nell’ecologia cross-piattaforma, che si rivela uno dei contributi più attenti alle trasformazioni in corso nell’industria mediale. La penultima parte del volume apre prospettive meno omogenee ma particolarmente stimolanti. Il saggio di Lucio Spaziante sulle versioni di Let It Be è un piccolo capolavoro di analisi musicologica applicata al problema dell’instabilità testuale; quello di Matteo Quinto sull’animazione documentaria e il film storico animato introduce categorie che meriterebbero un’esplorazione più ampia.
La quinta sezione – Riprese – ospita tra gli altri un contributo di Romana Andò che lavora sul concetto di ripetizione con una sensibilità teorica finemente calibrata e due saggi, di Antonella Mascio e Sara Pesce, che affrontano rispettivamente la nostalgia in The Americans e il vintage di The Marvelous Mrs. Maisel con approcci distinti ma complementari. La sezione conclusiva, Senza fine, si apre con il saggio di Mario Tirino su See, la serie Apple TV+ ambientata in un futuro in cui l’umanità ha perso la vista. Il titolo Vedere, conoscere, morire. Metafore della vista, della visione e della visibilità nella serie tv See anticipa un’analisi che è, tra tutte, quella che spinge la riflessione più a fondo, fino al punto in cui la stessa smette di essere tale e diventa una domanda su cosa significhi raccontare l’umano. Tirino lavora per stratificazione: la vista come epistemologia, la cecità come condizione politica, la visione come potere si depositano l’una sull’altra come sedimenti che non si confondono ma si reggono a vicenda. Ne risulta un saggio stratificato, che non si lascia contenere nell’oggetto che analizza: See è il pretesto, non il limite e la teoria della rappresentazione mediale che Tirino vi costruisce intorno ha una tenuta che sopravvive alla stessa. La chiusura affidata a Luca Barra sulla situation comedy statunitense come forma di interrogazione del futuro è infine un gesto quasi programmatico: la chiusura non tira le fila in modo definitivo, ma rilancia il discorso come se, dopo aver attraversato il tempo seriale in tutte le sue forme, avesse deciso di abitarci.
Michael Raymond-James e Jason Momoa in See.
Ciò che colpisce, a lettura ultimata, è la coerenza di fondo di un’opera che avrebbe potuto facilmente scivolare nella giustapposizione di contributi eterogenei senza vera sintesi. La rigenerazione, come categoria analitica, tiene. Non perché sia una parola magica capace di risolvere qualunque problema teorico, ma perché i curatori hanno avuto l’intelligenza di non forzarla, di lasciarle spazio per adattarsi ai diversi oggetti di studio senza perdere la propria specificità. È un volume che si rivolge a studiosi di media studies, di semiotica, di cultura visiva, ma anche e forse soprattutto a chiunque voglia capire qualcosa di più sul modo in cui la cultura contemporanea gestisce il proprio rapporto con il tempo, con la memoria, con il ritorno. Che è poi, in fondo, il modo in cui gestisce il proprio rapporto con sé stessa.
- Alessandro Baricco, Oceano mare, Feltrinelli, Milano, 2013.
- Fabio Cleto, Francesca Pasquali (a cura di), Tempo di serie. La temporalità nella narrazione seriale, Unicopli, Milano, 2018.
- Autori vari, James Bond Collection, Warner Home Video, 2020 (home video).
- Jon Favreau, The Book of Boba Fett (1 stagione), Disney+, 2021-2022 (streaming).
- Cary Fukunaga, No Time To Die, Warner Bros. 2021 (home video).
- Vince Gilligan, Peter Gould, Better Call Saul (6 stagioni), AMC, 2015-2022 (streaming).
- Geoff Johns, Flashpoint, Panini Comics, Modena, 2021.
- Geoff Johns, Rinascita (DC Rebirth), Panini Comics, Modena, 2020.
- Geoff Johns, Phil Jimenez, George Pérez, Crisi Infinita, Panini Comics, Modena, 2021.
- Dan Jurgens, Ora zero – Crisi nel tempo, Panini Comics, Modena, 2023.
- Steven Knight, See (3 stagioni), Apple+, 2019-2022 (streaming).
- Lego Group, History, Official Site.
- Grant Morrison, Crisi Finale, Panini Comics, Modena, 2021.
- Amy Sherman-Palladino, The Marvelous Mrs. Maisel (5 stagioni), Amazon Prime Video, 2017-2023 (streaming).
- Joe Weisberg, The Americans (6 stagioni), FX, 2013-2018 (streaming).
- Marv Wolfman, George Pérez, Crisi sulle Terre Infinite, Panini Comics, Modena, 2024.

