Perché andiamo sulla Luna?
Per suonarvi di tutto

Brian Eno
with Roger Eno and Daniel Lanois
Apollo
Atmospheres and Soundtracks
Extended Edition
UMC, 2019

Martux_m
Apollo 11 Reloaded
Auditorium Parco della Musica, 2019

Massimo Falascone Seven
Méliès
Auditorium, 2019

Tredici Bacci
La fine del futuro
NNA Tapes, 2019

Brian Eno
with Roger Eno and Daniel Lanois
Apollo
Atmospheres and Soundtracks
Extended Edition
UMC, 2019

Martux_m
Apollo 11 Reloaded
Auditorium Parco della Musica, 2019

Massimo Falascone Seven
Méliès
Auditorium, 2019

Tredici Bacci
La fine del futuro
NNA Tapes, 2019


Quasi come se avesse portato a termine una propria orbita misteriosa e irregolare, è riapparso a cinquant’anni esatti dal primo allunaggio l’album Apollo. Atmospheres and Soundtracks che Brian Eno realizzò coadiuvato dal fratello Roger e da Daniel Lanois. È atterrato portando con sé una sorta di alter ego, un secondo album con undici nuove composizioni e i vecchi brani tirati a lucido grazie a un’opportuna rimasterizzazione.
In tempo di cinquantennale dell’impresa Apollo 11 sono fioriti omaggi e riflessioni un po’ ovunque, e dunque la ristampa è giunta opportuna, così come è benvenuto il secondo disco che rivede il trio all’opera per la prima volta proprio dai tempi del disco originale.
Rispetto al lavoro iniziale, il nuovo album evoca atmosfere più serene e luminose, amministrate con grande abilità e mestiere oramai più che consumato. Riecheggia lo space western, la vena melodica è vivace quanto basta, i trattamenti e gli effetti musicali elettronici del suono ancor più smaliziati. Regna una generale serenità, segno di maggiore familiarità con lo spazio (in questo senso, mezzo secolo non è passato invano) e alcuni brani sembrano in grado di tenere nel tempo: Like I Was a Spectator, per esempio, possiede quella melanconia profonda che lascia il segno.

Non mancano neanche passaggi più oscuri, perché là fuori è pur sempre un infinito sconosciuto (Under the Moon, per esempio). Qualcosa però è fuori posto, non torna, e non tanto perché a un primo ascolto può apparire come Eno che risuona Eno, ma perché vagamente weird, tutto per via di un peccato d’origine: essere un omaggio puntuale (paradossalmente) a un evento che le musiche del disco originale celebravano in ritardo, fuori tempo massimo.
Torniamo indietro: all’epoca dell’uscita di Apollo. Atmospheres and Soundtracks la stagione delle missioni Apollo, il suo corredo di allunaggi e la pletora di sogni chiamata space age era terminata da oltre un decennio. Si era nel 1983 e a quelle sfide spaziali si era appena sostituita la minacciosa ombra dello scudo stellare. Non che quelli precedenti fossero stati anni sereni, si era pur sempre vissuto in compagnia del terrore atomico, sotto il giogo dell’apocalisse sempre possibile, ma la Weltanschauung reaganiana guardava decisamente in direzione opposta: non si giocava più belligerando a chi volava più in alto, ma a chi sprofondava più in basso. No Future, come punto di partenza e di arrivo.

L’età del benessere e dell’avventura
Il secondo dopoguerra fu tutt’altro: era stata anche l’età dei consumi finalmente floridi, diffusi, alla portata di masse fino a quel momento escluse anche da prodotti che oggi definiamo di base, di cui oggi noi e il nostro ambiente cominciamo per altro a pagare un salato supplemento di prezzo. Grazie ai nuovi livelli di reddito si rendeva possibile occupare il tempo libero con ulteriori consumi e soprattutto accompagnarlo, sostenerlo e raccontarlo con narrazioni su misura. Non subito in Europa, prima negli Stati Uniti, dove viaggiare, oziare e sognare di recarsi in terre esotiche trasformò l’oceano Pacifico in un regno incantato dove deliziosi cocktail serviti in bar per la classe media in vacanza venivano sorseggiati mentre un sottofondo di musiche ne ricalcavano alla perfezione le atmosfere. Lì nel Pacifico, isole coralline, pianeti lontani e reali funghi atomici, frutto di ripetuti test, convivevano dando forma a un solo immaginario.

Seppur originato alla lontana da questi scenari, quel disco di Eno nel 1983 era dunque fuori orario, suonando come requiem più che festosa celebrazione di fasti appena trascorsi. In fondo, sulla Luna non c’è vita e una musica di commento al satellite autentico non può che rendere solenne omaggio alla morte.
Colonna sonora del futuro perduto, al di là del valore musicale, l’album nato per sonorizzare un documentario, era inoltre un simulacro di quella library music che con l’avventura spaziale c’era andata a nozze (in generale con tutte le manifestazioni del progresso) e con la quale condivideva la capacità di ricreare lo smarrimento e lo stupore che l’infinito suscita.
Occorre anche tener presente che le musiche per ambienti e le librerie musicali, e per estensione tutte le musiche di sottofondo, al di là delle differenze estetiche, sono concettualmente, per finalità affini, assai simili, identiche. Da questo punto di vista il disco di Eno realizzava un capolavoro di sintesi tra commento sonoro e astratta musique d’ameublement. Certo, quelle musiche non sprizzavano entusiasmo da tutti i pori, imparagonabili in questo senso con quelle che le avevano precedute, con l’euforia riscontrabile in musicisti d’ogni tipo negli anni d’oro dell’era spaziale. Per non dire di quel che accadde nel luglio del 1969, quando si ascoltò l’inaudito.

Accadde negli studi della rete televisiva ABC, attrezzata per bene in occasione della missione Apollo 11 per una diretta di trenta ore. Tra gli ospiti c’era Duke Ellington, che per la prima e ultima volta nella sua vita si esibì come cantante accompagnandosi al piano col sostegno di una sezione ritmica, proponendo una composizione scritta appositamente per l’evento: Moon Maiden. A fargli da fondale in studio una ricostruzione assai verosimile del modulo lunare. Una canzone d’amore, d’accordo; inoltre, Ellington dichiarò nell’occasione di preferire il treno come mezzo di trasporto ideale per le situazioni romantiche, ma è pur vero che uno dei massimi rappresentanti della musica chiamata jazz, autore all’epoca di oltre cinquemila composizioni, non aveva certo l’urgenza di scriverne un’altra ed esporre la sua ugola a commenti d’ogni tipo, se non fosse stato per la febbre dell’avventura in corso che aveva colpito tutti.
Dall’altro lato dell’oceano, per esempio, i Pink Floyd ancora lontani dall’esplorare il lato oscuro della Luna e incoronati re del pop, si cimentarono in una performance radiofonica commissionata dalla BBC per la trasmissione OMNIBUS, a sua volta dedicata all’allunaggio. I quattro proposero una divagazione psichedelica della miglior specie (di lì a qualche mese sarebbe uscito Ummagumma) intitolata Moonhead. Sarà per decenni meteora avvistata su qualche bootleg prima di finire nel monumentale box The Early Years 1965 – 1972. Omaggi e dediche lunari niente affatto isolate, come si vedrà più avanti. Torniamo ad Apollo.

I dodici brani che compongono l’album vennero commissionati dallo sceneggiatore e documentarista Al Reinert che aveva iniziato sin dal 1976 a lavorare intorno al progetto Apollo realizzando delle interviste ai protagonisti delle missioni. L’idea del documentario gli venne tre anni dopo e iniziò a lavorare su materiale composto interamente da immagini esclusive della NASA con le riprese effettuate direttamente dagli astronauti. Occorsero diciotto mesi di lavoro (ingrandendo ogni immagine dai 16 mm originali fino ai 35 mm del prodotto finale) per giungere a una prima versione del documentario, che venne appunto intitolato Apollo; cinquanta minuti che scorrevano in ordine cronologico accompagnati dal solo commento delle musiche di Eno nell’ordine in cui si ascoltano nel disco.
Musica seducente, ma non bastò a conquistare il pubblico delle sale, che bocciò il documentario. Reinert non si arrese, rimontò il tutto, inserì le interviste agli astronauti, tra cui: Jim Lovell (Apollo 8 e Apollo 13), Michael Collins (Apollo 11), Charles Conrad (Apollo 12), Jack Swigert (Apollo 13) e Ken Mattingly (Apollo 16), tolse e aggiunse altra musica eniana (rimasero sette brani dell’originale integrati con altri inseriti successivamente in Music for Films III), ingaggiò anch’egli il celeberrimo Also Sprach Zarathustra di Richard Strauss, già utilizzato da Stanley Kubrick per 2001: Odissea nello Spazio e vi infilò la musica country che alcuni degli astronauti ascoltavano durante il viaggio. La missione di Reinert era compiuta: il documentario ribattezzato For All Mankind uscì nel 1989, mentre l’odiato nemico sovietico iniziava a sbriciolarsi, aggiudicandosi premi prestigiosi e conquistando i favori del pubblico.
Quella di Eno e del suo equipaggio, invece, rimase una missione incompiuta, seppure inappuntabile dal punto di vista musicale. La scaletta di Apollo vanta un paio di pesi massimi della sua discografia. Il primo è sicuramente An Ending (Ascent), inno celestiale conquistatosi fama mondiale quando venne trasmesso per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra del 2012, nonché campionato da Burial. L’altro è Deep Blue Day, danza in assenza di gravità, che rifece capolino in una sequenza meno nobile (in un cesso pubblico) di Trainspotting di Danny Boyle. È in un brano di questo tipo, oppure in Silver Morning, che Eno rilegge il country che accompagnava il volo degli astronauti verso la Luna in chiave ambient con fraseggi di chitarra perfettamente calati nel ruolo.

Altrove puntò a restituire il freddo delle rocce aliene, la solitudine nello spazio, il confine del silenzio, le atmosfere che si respirano lontano dalla Terra e quelle che tali distanze ispirano. “Atmosfere” è la parola chiave di quell’impresa, posta a pari merito con colonne sonore a far da sottotitolo, perché denuncia la quintessenza della musica; estremizzando il discorso, tutta la musica che prende a prestito il nostro satellite come tema è musica d’atmosfera, di sensazione, di emozione e sentimento e questa è l’anima della musica tout court. Di sicuro è sempre stato così per le musiche lunatiche, quelle che in realtà riverberano amori sognati, perduti o lontani e quelle che ne cantano la passione tutta moderna per la conquista dello spazio.
Spensierata, sognante e ballabile, la musica ha accompagnato la conquista dello spazio sin dalle prime visioni del dopoguerra, passando per i successi dei sovietici e la conseguente gara tra i due blocchi fino al trionfo statunitense culminato il 20 luglio 1969 con l’allunaggio. A quella data, la sola American Society of Composers, Authors and Publishers (ASCAP) stimava in oltre duecentocinquanta le canzoni nel cui titolo compare la parola “Moon”. In realtà il motivo della Luna è storia vecchia, non quanto in letteratura, ma a partire dall’Ottocento il satellite è iniziato a spuntare tra gli spartiti dei grandi compositori, dal celeberrimo Al chiaro di Luna di Ludwig van Beethoven alla Mondnacht (Notte lunare) di Robert Schumann, dai diversi componimenti di Claude Debussy (Clair de Lune, Ballade à la Lune, Et la Lune descende sur le temple qui fut) al Clair de Lune di Gabriel Fauré. Ad agitare le dita su tasti e corde c’erano suggestioni romantiche e impressionistiche, sensazioni e atmosfere, sentimenti di finitudine e di abbandono, l’umano e la natura, ma il desiderio di avventurarsi lassù, oltre i confini della Terra, non passava certo per la testa di nessuno, neanche quando Jules Verne stuzzicò la fantasia di tutti con i suoi viaggi fantastici.

Motivi per volare o solo per sognare
In seguito la Luna cambiò orbita finendo tra le mani di fini autori di composizioni diventate poi degli evergreen, classici come Fly Me to the Moon, nato nel 1954, ripreso in ogni modo, in ogni stile e ai quattro angoli del mondo da una lista lunghissima di artisti, impossibile da riportare per intero. Basti Frank Sinatra, che fece davvero volare il brano ad altezze impossibili. Altro pezzo da novanta è How High the Moon, scritto nel 1940, finito nel repertorio di innumerevoli artisti, da Ella Fitzgerald a Duke Ellington, da Nat King Cole a Gloria Gaynor. Citazione d’obbligo anche per il romantico Moon River, scritto da Henry Mancini e Johnny Mercer per la colonna sonora di Colazione da Tiffany con la leggiadra Audrey Hepburn. Un classico lunare nascerà anche in Italia, Tintarella di Luna, e sarà proprio la stella assoluta della musica leggera tricolore a mandarla in orbita, Mina, con il suo primo Lp.
Le cose in musica si fecero seriamente spaziali a partire proprio dal secondo dopoguerra, quando spuntarono le prime composizioni dichiaratamente votate ai viaggi, al cosmo, agli incontri ravvicinati ante litteram. Complici il progressivo impiego di strumenti elettronici e l’ingresso nella maturità della fantascienza. Quel grande cocktail definibile come immaginario tecnologico, di cui si è accennato sopra, assunse la densità ideale per dare vita alle narrazioni dell’era spaziale.

È l’aprile del 1947 quando per la Capitol Records escono una manciata di brani scritti da Harry Revel per voce e orchestra. La direzione viene affidata a uno dei maghi della nascente exotica, Les Baxter, ma non è abbastanza, cosicché a dar man forte arriva Dr. Samuel J. Hoffman, un virtuoso del theremin, all’epoca lo strumento fantascientifico per eccellenza. L’album, un dieci pollici, si intitola Music Out Of The Moon e vanta una sequenza strepitosa. Tra voci senza corpo e coretti swinganti, struggimenti pianistici e sonorità di natura aliena, ne venne fuori una collana di perle lunari quanto mai luminose, poste a una distanza imprecisata tra la terra e il suo satellite: Lunar Rhapsody, Moon Moods, Lunette, Celestial Nocturne, Mist O’ The Moon, e per non perdere del tutto la bussola si chiudeva con Radar Blues. Un tripudio di romantiche allucinazioni, con qualche coretto tipo “du bi du bi du ba-ba” qui e là, in anticipo su quelli che faranno la fortuna di un campione del genere come Juan García Esquivel.

In quello stesso anno aveva mosso i primi passi il mito della Zona 51 e degli alieni recuperati. Il viaggio era iniziato. Due anni dopo, viene pubblicato il quarantacinque giri By Rocket to the Moon, racconto vero e proprio di una spedizione nello spazio. L’operina intestata al Raymond Scott Quintet & The Gene Lowell Chorus si avvaleva della voce narrante di Ralph Camargo, un attore radiofonico assai apprezzato all’epoca, il cui tono enfatico bilanciava il ritmo trascinante della musica di Scott. La differente forza di gravità che vige sul satellite è percepibile appieno nell’insostenibile leggerezza della commediola spaziale che viene inscenata.
Un anno dopo Scott, Leith Stevens compone e pubblica le minacciose musiche del film Destination Moon, caposaldo del genere, film in Technicolor diretto da Irving Pichel e prodotto da George Pal, che vedeva coinvolto Robert A. Heinlein, uno dei giganti della cosiddetta Golden Age della fantascienza, autore tra l’altro di un celebre romanzo ambientato proprio sul nostro satellite: La Luna è una severa maestra; il film peraltro si originava proprio da alcuni suoi racconti.

La space-age e altri cocktail musicali
Quello che segue è un fiorire di suoni spaziali che non hanno necessariamente per tema principale la Luna, ma che nascono tutti all’ombra di quella che è la prima meta concreta della conquista dello spazio. L’accento alieno lo dona sempre il theremin, come si ascolta in un altro album che si avvale di Dr. Samuel J. Hoffman: Music For Peace Of Mind, pubblicato nel 1950 sempre dalla Capitol e non a caso poi abbinato nel formato Lp con il citato Music Out Of The Moon. A volte ci si spinge ben più lontano, su Saturno. A farlo è ancora Les Baxter, che licenzia nel 1957 l’album Space Escapades nel quale si ascolta la vagamente concitata Saturday Night on Saturn in compagnia di brani che si intitolano The Other Side of the Moon e Moonscape. In copertina due astronauti dall’aria scanzonata alle prese con strani cocktail in compagnia di coloratissime aliene danno la misura dell’operazione. Sono anni in cui si scorrazza per l’universo a suon di ballabili, di swing, di sciroppose serenate e quant’altro. A far da riparo, si allestivano sempre sontuosi arrangiamenti.

C’è il compositore e arrangiatore Russell Garcia che nell’album Fantastica – Music from Outer Space del 1959 fa posto a brani come Frozen Neptune, Volcanoes of Mercury, Red Sand of Mars, Monsters of Jupiter e chiude con la sinuosa Moon Rise. Il bizzarro duo Ferrante & Teicher, apparente coppia di bonaccioni dall’aria innocua, quasi un doppio raddoppiato di Gianni e Pinotto, se non fosse per certi occhiali che neanche Clark Kent avrebbe osato sfoggiare, ma in realtà niente affatto degli sprovveduti, anzi due virtuosi del pianoforte, licenziarono Soundproof – The sound of Tomorrow Today! (1956) dove tra un traditional come Greensleeves e una ballad di Cole Porter (What Is This Thing Called Love?) compare un brano intitolato Man from Mars. Si avvistano flying saucers da tutte le parti e in molti ne cantano l’esistenza. Poco importa che al momento l’Unione Sovietica sopravanzi gli USA nella corsa allo spazio.
Nei soggiorni ben forniti di bar e impianti di riproduzione sonora che presto diventeranno stereofonici (vere astronavi spaziali domestiche) il sorpasso è già avvenuto, anzi non c’è mai stata gara. Basti pensare che i sovietici si ripresero Léon Theremin, l’inventore dello strumento che da lui prende il nome, nell’illusione di riappropriarsi del know-how, ma non rapirono la sua magica invenzione, le cui sonorità inquietavano il pubblico statunitense sempre alle prese con qualche invasione dallo spazio.

Chi non aveva certo bisogno di attendere che gli scanzonati bachelor bianchi muovessero i primi passi nello spazio era Sun Ra, che nel cosmo era di casa, soprattutto su Saturno, abituato a ruotare in lungo e largo dentro e fuori dal sistema solare. Fece diverse capatine sulla Luna, tutte segnate da un tono frizzante: dalle movenze sornione di Moon Dance inclusa in Cosmic Tones for Mental Therapy (1963, ma l’album uscì solo nel 1967), dove si destreggia armato d’organo Hammond B3 e clavioline tra un nugolo di percussioni, alla vivace e gioiosa The Night of the Purple Moon (dall’omonimo album del 1970), dove la tastiera di turno è il Rocksichord (detto Roksichord in lingua saturniana), tastiera elettronica che riecheggia il clavicembalo.In chissà quale night club lunare, invece, si gustano cocktail alternativi, o forse si è indaffarati nell’allestire barbecue in qualche cratere, ascoltando Walkin on the Moon, che Sun Ra incastonò l’anno successivo nel disco My Brother the Wind, Vol. 2. La voce di June Tyson suona calda e aliena al tempo stesso, l’organo intergalattico (un farfisa) del leader richiama quello soul jazz di Booker T & the MGs, e le ance stanno al gioco.

L’omniverso di Ra è però troppo esteso per poterlo confinare nell’orbita lunare e obbliga a tornare dai terrestri bianchi, quelli bizzarri naturalmente, che sul tema Luna si mettevano in gioco. Dick Hyman, per esempio, che licenziò nel 1963 il delizioso Moon Gas avvalendosi della voce spaziale di Mary Mayo e facendo ampio ricorso alla strumentazione elettronica dell’epoca per ottenere un sound adeguatamente spaziale.

E poi venne il giorno dell’allunaggio. Quell’anno piovvero come meteoriti gli omaggi più inaspettati: quelli del free jazz. L’apolide Steve Lacy registrò a Roma, per la parigina Byg Actuel, un album di musica furente intitolato Moon, e nel brano eponimo tutto fluttua davvero come in assenza di gravità terrestre. Il padre della totale libertà in musica, Ornette Coleman, sfoderò un sorprendente singolo per la Impulse!, intitolato Man on the Moon. Insieme al leader al contralto c’era una formazione stellare: Dewey Redman al tenore, Don Cherry alla tromba, Charlie Haden al contrabbasso, Ed Blackwell alla batteria e Emmanuel Ghent all’elettronica nel brano del lato A. Uscì solo in Francia come promo non in vendita, pubblicato proprio per omaggiare l’impresa dell’Apollo 11. Da Duke Ellington a Ornette Coleman c’è tutta una strada lunga quanto quella che porta da Alfred van Vogt a James Ballard, per fare un parallelo con la letteratura di fantascienza, o se si preferisce quella che da Georges Méliès conduce a Stanley Kubrick, il che dà la misura della temperatura raggiunta dalla febbre lunare all’epoca.

Sarà stato anche per quello che Robert Wyatt a New York, preso da smania di ritorno a casa, concepì e iniziò ad abbozzare nel 1968 Moon in June (“Living can be lovely here in New York State / Ah, but I wish that I were home / And I wish I were home again / Back home again, home again / Back home again, home again”, recita il testo a un certo punto), vertice della sua stagione patafisica. Il brano, una volta completato, occuperà un lato dell’album Third (1970) dei Soft Machine. Il suo compare di studi in patafisica, Kevin Ayers, ex membro della prima soffice macchina, dirà la sua sempre nel 1970 con l’album Shooting at the Moon, ma in entrambi i casi, beninteso, l’epopea spaziale è del tutto estranea. Più seriamente intenzionato a celebrare le missioni Apollo era invece un altro jazzista: Charles Lloyd. Fece uscire un singolare ellepì intitolato Moon Man, che lo vide sbandare verso territori funky del tutto inusuali considerati i suoi trascorsi, però come si è visto gli effetti della Luna non ricadono soltanto sui licantropi.
Un paragrafo tutto dedicato lo meritano Lucia Pamela e il suo album, da collocare sicuramente tra i più incredibili di tutti i tempi: Into Outer Space with Lucia Pamela.

Se esiste qualcuno in musica ai confini della realtà, questa è lei. Un solo album memorabile, una invidiabile longevità (è scomparsa a novantotto anni, nel 2002) e uno zibaldone di canzonette registrate a detta di lei proprio sulla Luna. Non a caso inclusa nella raccolta Incredibly Strange Music con Walkin On The Moon che ben ne sintetizza l’universo sonoro: voce stridula, davvero di un altro mondo, che si trasforma a fine brano in gorgheggi da gallinaccio. Qualcosa che suona come un rockabilly suonato da Benny Goodman e cantato da una punk, ovvero una musica di ieri e di domani rispetto all’epoca in cui uscì il disco. Non è da meno la danza indiana scatenata in Indian Alphabet Chant (a-i-Iddy-i-o-o-o), ma tutto l’album è una sequenza di follie spaziali. Probabilmente Lucia Pamela non aveva mai camminato sulla Luna, ma era di sicuro una crononauta apparsa sul pianeta Terra con una manciata di nastri prelevati da chissà quale dimensione spazio/temporale. Anche la registrazione suona come avvolta in una nebbia che sospinge i timbri degli strumenti in una terra di nessuno, grazie ad un uso sapiente di echi e riverberi.
Scarne le note biografiche ufficiali. Figlia di una pianista, Lucia Pamela aveva iniziato a quattro anni a suonare il pianoforte e a ventuno era stata eletta Miss St. Louis (dove era nata nel 1904), aveva suonato vaudeville e sposato il fisarmonicista Dominic Frontiere. Anche lei, in realtà, più che pianista era una fisarmonicista, sebbene dichiarasse di suonare quindici strumenti. Dopo il matrimonio registrò un album di canzoni natalizie, poi la sua biografia si interrompe. Riapparve dal nulla nell’anno dell’allunaggio con questo sconsiderato disco, forse nato da un ideale amore clandestino con Sun Ra, l’unico in grado di fischiettare le cantilene di Pamela.

Sempre nel 1969 cadde sulla Terra la voce di Major Tom prima di andare alla deriva nello spazio. L’antiepopea di Space Odditty cantata da David Bowie venne pubblicata appena due settimane prima dell’allunaggio e coraggiosamente andava controcorrente rispetto ai toni trionfalistici del momento. Quando il progetto Apollo venne bloccato, la musica spaziale aveva già puntato verso destinazioni ignote, dopo aver fatto conoscenza con la Dark Side of the Moon (Pink Floyd, 1973). Aveva giusto fatto in tempo il Maestro Piero Umiliani, che nel 1972, ben equipaggiato con sintetizzatori moog, realizzò un concept album dedicato ai viaggi spaziali: L’uomo nello spazio. Disco dedicato agli astronauti, moderni Ulisse, come scrisse nelle note di copertina.

Erano intanto partiti i corrieri cosmici armati di apparecchiature elettroniche, i vari Tangerine Dream, Ash Ra Temple e Klaus Schulze per dire dei più celebri, che si portavano anni luce in avanti. Schulze trovò il tempo per un album lunare, Moondawn (1976), ma lentamente il tema Luna rientrò a far parte più dei sentimenti terrestri che delle avventure in cielo, come indicano Walking on the Moon dei Police (da Reggatta de Blanc, 1979), che pure l’Apollo citava nel videoclip, e Moonlight Shadow (1983) di Mike Oldfield. Prima ancora, il jazz intriso di musiche non occidentali degli Oregon suggerisce con Moon and Mind (1979) che la via è quella dello spazio interiore, oppure il viaggio è indietro, in un tempo ancestrale, come suggerisce l’incontro tra Herbie Hancock e Foday Musa Suso nell’album Village Life (1985), che si apre con l’argentea Moon / Light.

I chiari di Luna alla fine del secolo XX
I Novanta vedono un ritorno di fiamma, un generale riaccendersi dell’interesse per la cultura pop di tre decenni precedente. C’è appena il tempo, nel 1992, a tempo di rock, a far cenno alla favola dell’uomo che non è mai sceso sulla Luna (Man on the Moon dei R.E.M., da Automatic for the People, album che in origine avrebbe dovuto intitolarsi Star) che da lì inizia a prendere forma un ritorno sorprendente della cultura lounge. Si avvia con lenta riscossa del vinile e con il ripescaggio e il campionamento proprio di alcuni suoni exotici; riappare il look sbarazzino in voga nella Swinging London, ripreso fedelmente dai giapponesi Pizzicato Five, che non si fanno mancare neanche un album intitolato Soft Landing on the Moon; si rinvigorisce con gli inglesi Stereolab che omaggiano esplicitamente il Maestro Esquivel, corroborando il tutto con elettronica analogica e squisite canzoncine, ma soprattutto, a metà della decade esplode grazie a un buffo cantante con un parrucchino rosso, Mike Flower, che riarrangia in chiave lounge-orchestrale il successo degli Oasis, Wonderwall, e conquista la cima delle classifiche.

È un fiume in piena che vedrà ritornare a circolare come d’incanto nomi dimenticati di quella stagione, finanche nelle estreme derive della musica al lume di candela, così come gli autori delle musiche per i telefilm cult degli anni Sessanta, e così via. Fioriscono gruppi neo-lounge e anche il successo di una pellicola come Austin Powers (1997) è parte del fenomeno. In questo contesto, a fare le cose più sul serio in direzione Luna, furono due nipotini, per così dire, di Verne e Méliès: gli Air, ovvero Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel. Il loro million seller si chiama Safari Moon (1997) ed è dichiaratamente un omaggio alla space age. Saranno loro nel 2012 a essere chiamati per sonorizzare Le Voyage dans la Lune di Méliès, dopo aver proseguito tra alti e bassi sulla medesima lunghezza d’onda di Moon Safari.

I Duemila partono da qui, alternando ninne nanne al chiaro di Luna (Sail to the Moon dei Radiohead, 2003), cover di classici come Moon River (Bill Frisell e Petra Haden, la figlia di Charlie, 2004) e Fly Me to the Moon in chiave iconoclasta come ci si aspetta dai Residents (2007), sussulti progressive dagli svedesi Moon Safari che propongono una loro Moonwalk nel 2008, ma soprattutto il raffinatissimo omaggio di Frisell, Guitar in the Space Age! (2014), florilegio da un ideale jukebox spaziale.
Tirando le somme, cinquant’anni dopo il primo allunaggio, a quarantasette dall’ultimo passo mosso sulla superficie lunare da Eugene Cernan a conclusione della missione Apollo 17, a trentasei anni dalla pubblicazione di Apollo. Atmospheres and Soundtracks, il freddo e inospitale satellite richiama ancora ricordi, sogni, suggestioni, e molti di questi si traducono in musica.

Un altro omaggio confezionato per il cinquantennale arriva dal musicista e artista visuale Maurizio Martusciello, in arte Martux_m, con un album intitolato Apollo 11 Reloaded. Si accendono subito i motori, quella di Martux_m è elettronica dai forti accenti ritmici e il suo è un viaggio che mira a ricostruire in musica il mitico viaggio di mezzo secolo addietro, fatto d’ardimento e tecnologia, con il suo bagaglio di echi sonori che sono entrati nella memoria collettiva: infatti sono presenti e decisamente manipolate Space Oddity e Us and Them, quest’ultima da The Dark Side of the Moon. Piaccia o meno, questa è stagione di retromania e non c’è tanto da meravigliarsi.

Prova a uscire dal seminato un altro musicista italiano, Massimo Falascone, che mette su disco il suo progetto Méliès. L’album coniuga le suggestioni dell’opera del maestro francese con quelle del free jazz e del prog, riuscendo a seguire una traiettoria originale che trova il suo vertice, guarda caso, nel brano Luna Trip. Anche White Night, l’album più recente del tedesco Stephan Micus, nome di riferimento della cosiddetta world music, contiene un elegiaco brano intitolato The Moon, ma l’intero album per esplicita ammissione nasce dalla suggestione e dalla magia che suscita il chiaro di Luna. Anche qui la traiettoria è altra, antimoderna, per così dire, ma come si è visto lassù c’è una folla eterogenea di musicisti e di visionari in generale.

La strana e privilegiata relazione con la Luna è destinata a durare e gli anniversari fungono soltanto da effetti speciali. Non può essere altrimenti, non solo per il fascino secolare esercitato su poeti, scrittori, musicisti e artisti d’ogni tipo. Lo è anche per quell’effetto di distorsione temporale che avvolge il mondo, quel tempo fuor di sesto nel quale sprofondiamo vieppiù a ogni tentativo di venirne fuori, come accade scivolando nelle sabbie mobili (in questo caso del tempo).
Ce lo dice con candore irresistibile la strana band di Simon Hanes da Boston, che se di sicuro sa male l’italiano, sembra conoscere bene un intero filone di pensiero radicale, che da Bifo va a Mark Fisher. La sua orchestrina, che ruota intorno alla vocina deliziosa di Sami Stevens, l’ha chiamata Tredici Bacci, lasciando tradurre malamente “kisses” da Google, ma è stato più attento quando ha deciso di intitolare sempre in italiano l’ultima fatica discografica che ripropone una volta di più quelle sonorità di inizio anni Settanta, specie delle musiche italiane da film, di cui va pazzo.

Il disco? L’ha intitolato La fine del futuro ed è il più degno festeggiamento della conquista della Luna, tra motivetti pop, lounge, jazz, folk e soul; il lato festoso dell’astronauta ballardiano incatenato alla sua orbita senza soluzione, quasi a suggerirci che in fondo siamo noi a girare a vuoto intorno alla Luna e alla nostra esistenza tardo moderna. Quest’ultima, Tredici Bacci evita pudicamente anche solo di nominarla perché, parafrasando Heinlein, in questo mezzo secolo si è visto che la Luna è una severa maestra di musica.

Ascolti
  • Air, Moon Safari, Parlophone, 2018.
  • Air, Voyage dans la Lune, Virgin, 2012.
  • David Bowie, Space Oddity, in Legacy, Parlophone, 2016,
  • Ornette Coleman, Man On The Moon, Impulse!, 1969.
  • Brian Eno, Music for Films III, All Saints, 2005.
  • Ferrante & Teicher, Soundproof – The sound of Tomorrow Today!, Westminster, 1956.
  • Bill Frisell, Guitar in the Space Age!, Okeh, 2014.
  • Petra Haden, Bill Frisell, Moon River, in Petra Haden and Bill Frisell, Sovereign Artists, 2005.
  • Russ Garcia & His Orchestra, Fantastica – Music From Outer Space, Sonitron, 2015.
  • Herbie Hancock · Foday Musa Suso, Moon / Light, in Village People, Columbia, 2008.
  • Dick Hyman, Mary Mayo, Moon Gas, Captain High Records, 2016.
  • Steve Lacy, Moon, Sunspots, 2002.
  • Les Baxter, Space Escapades, Hallmark Music & Entertainment, 2015.
  • Charles Lloyd, Moon Man, Kapp Records, 1970.
  • Stephan Micus, The Moon, in White Night, Ecm, 2019.
  • Moon Safari, Moonwalk, in Blomljud, Blomljud, 2008.
  • Oregon, Moon and Mind, Vanguard, 2001.
  • Lucia Pamela, Into Outer Space with Lucia Pamela, Arf! Arf!, 1992.
  • Pink Floyd, Moonhead, in The Early Years 1965 – 1972, Pink Floyd, Records, 2016.
  • Pink Floyd, Dark Side of the Moon, Pink Floyd, Records, 2018.
  • Radiohead, Sail to the Moon, in Hail to the Thief, Capitol, 2003
  • R.E.M., Man on the Moon, in Automatic for the People, Craft Recordings, 2017.
  • Residents, Fly Me to the Moon, in The Sandman Waits, Ralph Records, 2007.
  • Harry Revel & Dr. Samuel J. Hoffman, Music Out Of The Moon – Music For Peace Of Mind, Capitol, 1955.
  • Klaus Schulze, Moondawn, Belle Antique, 2018.
  • Raymond Scott Quintet & Gene Lowell, By Rocket to the Moon,
  • Radiophone Archives, 2012.
  • Leith Stevens, Destination Moon, Monstrous Movie Music, 2012.
  • Sun Ra, Cosmic Tones for Mental Therapy, Enterplanetary Koncepts, 2014.
  • Sun Ra, The Night of the Purple Moon, Enterplanetary Koncepts, 2014.
  • Sun Ra, My Brother the Wind, Vol.II, Enterplanetary Koncepts, 2014.
  • Piero Umiliani, L’uomo nello spazio, Dagored, 2015.