Se Rob Serling avesse letto La succursale di Ángel Bononimi (1929-1994), l’avrebbe adattato in men che non si dica per un episodio della sua magnifica invenzione: Ai confini della realtà. Gli episodi delle cinque stagioni storiche si dipanarono dal 1959 al 1964 e ai tempi Bonomini componeva versi, cosicché non se ne fece nulla, perché quel racconto all’epoca non era ancora stato scritto. Bonomini esordì nella prosa (breve) soltanto nel 1972 con I novizi di Lerna ed è qui che apparve La succursale, esemplare svolgimento di un tema di per sé vertiginoso: quello del doppio. L’intera raccolta è stata finalmente tradotta in Italia per la prima volta e pubblicata da Safarà, che prosegue nella meritoria impresa di riscoperta/valorizzazione di autori e autrici fuori dai radar dei venditori di prodotti di facile consumo. Una cerchia della quale fa parte anche Bonomini, non apprezzato in vita quanto avrebbe meritato, come la critica periodicamente sottolinea salvo poi consegnarlo con regolarità all’oblio. È un merito dell’editore da sottolineare, ma non si può sorvolare sulla svista riportata nella nota bio-letteraria di Bononimi. Vi si legge: “l’omonimo racconto che dà il nome alla raccolta è stato incluso nell’Antologia della letteratura fantastica del xx secolo curata da Borges e Bioy Casares”. Un libro che non sarebbe dispiaciuto ai due argentini, cultori di pseudobiblia, ma I novizi di Lerna uscì nel 1972, dunque oltre trent’anni dopo quella silloge di settantacinque storie intitolata Antologia della letteratura fantastica, che Borges, Bioy Casares e Silvina Ocampo allestirono nel 1940. Hanno fantasticato altrettanto anche alcune recensioni ribadendo l’imprecisione. Lo hanno fatto Gianni Montieri su Esquire e Gilles Nicoli su Minima et Moralia. Ci ha pensato il traduttore Raul Schenardi a mettere le cose a loro posto, scrivendo in un suo articolo che Bononimi
“[…] era molto apprezzato da Borges e Bioy Casares. Ne fa fede una lettera all’autore di Bioy datata 18 settembre 1972: «Sono talmente entusiasta del libro [I novizi di Lerna] che una sera, quando è venuto da me Borges, gli ho proposto la lettura di questo racconto. […] Io e Borges stiamo preparando un’antologia di testi in cui compaiono dei doppi. Crede che potremmo includere I novizi di Lerna?». Questo progetto non si realizzò, ma nel 1973 il racconto fu inserito in un’antologia curata da Alberto Manguel”
(Schenardi, 2026).
È quest’ultima a intitolarsi Antología de literatura fantástica argentina. Narradores del siglo XX. Quindi, al pari di Serling, anche il trio che concepì la storica antologia nel 1940 non avrebbe potuto gustarsi alcun racconto presente ne I novizi di Lerna per il semplice motivo che ai tempi Bonomini aveva appena undici anni. Insomma, indicato da più parti, compresi i recensori succitati, come un autore i cui meriti sono tuttora da riconoscere appieno, è almeno doveroso non pasticciarne i dati certi della biografia. A meno di non aver preso alla lettera uno dei racconti de I novizi di Lerna, ovvero Il rapporto, dove si legge
“Sono arrivato alla conclusione che il tempo scorre al contrario […] Vale a dire che quello che succederà ha creato a poco a poco quello che è e quello che fu. […]”.
Quali sono invece i meriti letterari da riconoscergli definitivamente? La capacità di maneggiare con cura l’intero repertorio del fantastico: presenze spettrali (in particolare femminili), fratture temporali, pratiche paradossali e metafisiche, luoghi immaginari, abilità straordinarie di alcuni personaggi, solitudini e destini implacabili, irruzione del doppio, a cui si è già accennato, mentre la sua scrittura è sempre oscillante tra la ricerca di una rappresentazione verosimile della realtà e la piena consapevolezza dell’impossibilità di tale compito. Bonomini adotta spesso uno stile privo di ornamenti, in cui la precisione del linguaggio rende più verosimili ma per questo più inquietanti gli eventi narrati. Il tempo è sovente rigirato come un guanto, ribaltato (si è detto de Il rapporto), volta per volta sospeso, circolare, parallelo, rappreso, lineare, eterno, mentre a sua volta lo spazio viene reiterato, trasfigurato, traslato (cfr. Favaro, 2020).
Prendiamo il succitato La succursale, un’istantanea dalla vita quotidiana di due cugini. Uno è Rolando, il narratore, l’altro il Rosso, così è soprannominato, soliti ritrovarsi un bar della catena c.c.c., tutto qui. Una banalità sconcertante, se non fosse che ogni giorno alla stessa ora i due si accorgono di ritrovarsi in tutti i bar identici della catena, serviti dallo stesso cameriere, replicando le consumazioni, effettuando le medesime mosse giocando a carte. Insomma, sbotta Rolando:
“Ogni giorno, in tutti i c.c.c., io e lui ci trovavamo alla stessa ora, ripetuti […] L’idea che ogni volta che io prendevo una tazza di caffè ci fossero diversi Rolandi (io mi chiamo Rolando) che sollevavano la mano simultaneamente mi ha fatto orrore”.
La soluzione che adottano per venirne fuori è esplosiva…
Se però due persone duplicate più volte potrebbero parer poche, avrà pensato Bonomini, meglio moltiplicarle vertiginosamente. Nasce così I novizi di Lerna, un gioiello della letteratura fantastica. La vicenda si svolge nell’immaginaria Università di Lerna, sede di un progetto che coinvolge ventiquattro studiosi tra cui il protagonista/narratore, l’ultimo a essere cooptato: Ramón Beltra. A lui rimarranno oscure le finalità del progetto e incomprensibili le regole di comportamento, ma molto altro sarà subito evidente: tutti e ventiquattro i convocati sono assolutamente identici e come a ribadirlo sono tenuti a indossare la medesima divisa, una tuta celeste. Sorgono riflessioni fallimentari e vane indagini alla ricerca di un senso. Prendono forma considerazioni come questa:
“Mi domandai quale mente demoniaca avesse inventato quella realtà, capace di spingere anche il più assennato sull’orlo della follia. Indubbiamente si trattava di una trappola”.
Tra quotidiano metafisico e abbozzi di relazioni tra identici, si insinuerà la morte. Tra gli altri racconti, si distinguono alcune altre gemme, a iniziare da La modella, in fondo un’ennesima variazione sul tema del doppio, qui infarcito con un corto circuito temporale davvero magistrale, il pirotecnico La tigre del Bengala, gioco verbale con ascendenze surrealiste, ma in fondo ciascuno vanta meriti. Che dire, per esempio, del racconto Il martire, che esibisce un incipit da manuale, da autentico narratore di razza:
“Qui, a cento metri dal punto del pianeta in cui il 34° parallelo sud si interseca con il 38° meridiano ovest, nell’appartamento al 30° piano dell’edificio Pampa, situato sulla costa della città di Buenos Aires, non ci sono mosche”.
Non si può non concordare con quanti lamentano il mancato risalto dato all’opera di Bonomini, testimonianza anche della singolarità di questo genere di letteratura argentina, della sua ramificazione, al di là dei nomi più celebrati, oltre che della sua vitalità tuttora persistente e non solo in letteratura. Basti pensare allo straordinario Trenque Lauquen (2022) diretto da Laura Citarella, moltiplicatore di voci narranti un mistero, più misteri. Terra fertile di storie appartenenti alle varie declinazioni del fantastico, ma perché ciò avvenga rimane a sua volta un gigantesco enigma.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Silvina Ocampo, Antologia della letteratura fantastica, Einaudi, Torino, 2007.
- Alice Favaro, Después de la caída del angel, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2020.
- Raul Schenardi, Siamo io grazie agli altri, Perle e cicatrici, 5 giugno 2026.
- Laura Citarella, Trenque Lauquen, El Pampero Cine, Grandfilm, 2022.

