Un bouquet di film fioriti
in primavera, a Praga

Una notte nella vita di una coppia in conflitto permanente. Siamo a Praga nella repubblica socialista cecoslovacca. I due rientrano da una festa ufficiale del Partito alla quale hanno presenziato rappresentanti sovietici. Lui è Ludvik, un viceministro abile nell’evitare le mille insidie del Potere, lei è Anna e ha qualche problema con l’alcool e qualcuno in più con il marito. Sarà una notte difficile, alle prese con microspie disseminate in tutta la casa, una sorveglianza rafforzata da uomini della sicurezza annidati in una Tatra nera, l’automobile per eccellenza della Cecoslovacchia del tempo che fu; in una febbrile alternanza di scontri e tensioni della coppia, in un crescendo di recriminazioni e rinfacciamenti, l’affannosa cancellazione di documenti compromettenti e scene vieppiù grottesche del party, ‘a nuttata passa. Ecco in sintesi Ucho, ovvero L’orecchio, lungometraggio risalente al 1970 del regista Karel Kachyňa, un perentorio atto di accusa al sistema di potere oltrecortina, girato molto prima della data ufficiale d’uscita e immediatamente proibito. Venne liberato soltanto nel 1990. In pratica, una specie di Le vite degli altri (2006) di Florian Henckel von Donnersmarck, premiato agli Oscar, ma girato per così dire in controcampo e in tempo reale.
Il film è tornato anche su un grande schermo italiano nel corso della recente edizione (la numero trentasei) del Bergamo Film Meeting, che ha allestito la sezione speciale intitolata I ribelli del ’68. La nuova onda del cinema cecoslovacco, proponendo sette film realizzati tra il 1965 e il 1970 e in aggiunta un bonus: il corto d’animazione Uzel na kapesníku (Il nodo al fazzoletto) di Milos Komárek, Josef Pinkava, Hermína Týrlová, risalente al 1958.
Una selezione in rappresentanza di una stagione che vide fiorire talenti e sogni e che presto venne messa a tacere. Era il 21 agosto 1968. Momento fatale, fotografato così da Milan Kundera:

“Tereza passò sette giorni interi sulle strade a fotografare soldati e ufficiali russi in ogni genere di situazioni compromettenti. I russi non sapevano che fare. Avevano ricevuto precise istruzioni su come comportarsi se qualcuno avesse sparato contro di loro o gettato delle pietre, ma nessuno aveva dato ordini su come reagire se qualcuno avesse puntato su di loro l’obiettivo di una macchina fotografica. Tereza riempì una quantità di rullini. […]  Molte delle sue foto comparvero sui più diversi quotidiani stranieri: si vedevano carri armati, pugni che minacciavano, case distrutte, morti coperti da una bandiera bianca rossa e blu insanguinata, ragazzi in motocicletta che giravano attorno ai carri armati a velocità folle agitando bandiere ceche sopra lunghe aste, e giovani ragazze con minigonne incredibili che provocavano i poveri soldati russi, tenuti a digiuno di sesso, e baciavano davanti ai loro occhi passanti sconosciuti” (Kundera, 1989).

Se la stagione riformista guidata da Alexander Dubček, passata alla storia come La primavera di Praga, durò in pratica meno di un anno e si spense in una notte, il rinnovamento del cinema cecoslovacco ebbe una vita relativamente più lunga, muovendo i primi passi qualche anno prima dei tragici fatti dell’agosto 1968. Nel 1963 avevano esordito Jaromil Jireš, Miloš Forman, Věra Chytilová, Ivan Passer e Jaroslav Papoušek.
Tutti passati per la FAMU, ovvero la Facoltà di Cinema e Televisione dell’Accademia delle Arti di Praga, fucina di talenti e tempio della settima arte d’oltrecortina. Di quella covata, il nome che la storia ha coperto di maggior gloria è sicuramente quello di Forman, al quale BFM aveva dedicato lo scorso anno un’ampia rassegna retrospettiva, comprendente anche tutti i film realizzati in patria prima del trasferimento negli Stati Uniti: dal primo Černý Petr (L’asso di picche) a Hoří, má panenko! (Al fuoco, pompieri!) del 1967, che fu anche il suo primo film a colori, nonché irridente testimonianza dello scollamento del potere dalla realtà.
Autori tutti diversi, che bazzicavano teatrini d’avanguardia (dove si facevano largo nuovi autori come Václav Havel e Ivan Klima) e jazz club, accomunati soltanto dal desiderio di costruire un proprio percorso in autonomia non solo reciprocamente ma anche e soprattutto dall’imperante canone del realismo socialista. Spesso i loro lavori incrociavano quello dei nuovi scrittori dell’epoca, alfieri di una letteratura altrettanto libera dagli schemi, autori emergenti come il citato Kundera, o Ladislav Fuks e Bohumil Hrabal.

La nuova onda praghese è dunque un movimento eterogeneo, che cresce in un contesto come quello della Cecoslovacchia di allora, come scrive Paolo Vecchi nel catalogo generale del festival, “la cui economia è collassata sotto la pressione del modello socialista. La conseguente crisi politica mina la credibilità dell’establishment, in difficoltà anche per i ritardi nella riabilitazione delle vittime delle purghe staliniane, che diventa oggetto di scontro all’interno del Partito. In questo panorama in lenta ma costante evoluzione, con la perdita di autorevolezza di quel soffocante apparato che è il Partito, trae vantaggio il mondo culturale. C’è, di conseguenza, un soffio di libertà che comincia ad attraversare tutte le espressioni del pensiero. Il teatro, la musica e le arti figurative possono finalmente cercare di sottrarsi ai dettami imposti dal regime” (Vecchi, 2018).
I sette film presentati a Bergamo ben esemplificano queste linee generali, le urgenze e il raggio d’azione della Nová vlna.
La critica diretta e frontale al regime non costituì il bersaglio unicamente de L’orecchio; anche Žert (Lo scherzo) di Jaromil Jireš (1969), tratto dal primo romanzo di Kundera, ne denunciò le logiche di potere. Rispetto al testo, il film privilegia il punto di vista del protagonista, Ludvik Jahn, alternando con eleganza scene del suo presente e flashback, raccontandone il desiderio di vendetta nei confronti degli artefici della sua espulsione dall’università, dal partito, dal consesso civile. Tutto a causa di una frase scritta per scherzo alla sua fidanzata, l’incorruttibile Helena: “L’ottimismo è l’oppio dell’umanità. Lo spirito sano puzza di stupidità. Lunga vita a Trotsky”. La censura qui intervenne già durante le riprese (cfr. Kral, 1994) e tuttora è raggelante la scena della votazione nell’aula universitaria con i compagni di studi (Helena compresa) che all’unanimità votano per la cacciata di Ludvik.

Spalovač mrtvol (L’uomo che bruciava i cadaveri) di Juraj Herz.

Altro film e altra vicenda agghiacciante dall’inizio alla fine è quella narrata in Spalovač mrtvol (L’uomo che bruciava i cadaveri, 1968) di Juraj Herz, tratto dal romanzo Il bruciacadaveri di Ladislav Fuks. È la storia di Karel Kopfrkingl, interpretato magnificamente da Rudolf Hrušínský, addetto al forno del Crematorium di Praga, omino perbene, “untuoso impasto di tenerezza” come lo definì Angelo Maria Ripellino presentando il romanzo, ormai da tempo fuori dal catalogo Einaudi (Ripellino, 1972), innamorato del suo lavoro e assertore della reincarnazione, credo basato sulle parole del Dalai Lama di cui è un fervente seguace. Tanto basta per rendere il suo lavoro una missione che rende più rapida la liberazione dal corpo. Siamo nel 1938, sulla Cecoslovacchia sta calando cupa l’ombra del Terzo Reich, Kopfrkingl ne sposa gli ideali. Guadagna stima con il suo lavoro e la sua delazione ne confronti degli ebrei (moglie e figli compresi), e la sua dedizione gli farà ottenere un grande incarico di massima responsabilità, grazie al quale le reincarnazioni saranno su larga scala, con nuovi grandi forni inceneritori, di portata ben superiore a quello crematorio praghese. Spettacolare ed essenziale al tempo stesso l’uso costante del grandangolo che distorce e altera le proporzioni, ben esprimendo lo stato di alterazione progressiva del personaggio.
Al tempo dell’avvento del nazismo è ambientato anche Obchod na korze (Il negozio sulla strada, 1965), di Ján Kadár e Elmar Klos, coppia collaudatissima e ribelli della prima ora, perché già il loro primo film Únos (Rapiti, 1952), storia di un agente della CIA camuffato da aviatore cecoslovacco, si beccò l’accusa di populismo borghese, ma poi la censura fu clemente.
Quello proiettato al BFM è il loro magnum opus e primo lungometraggio cecoslovacco a vincere l’Oscar nel 1966 per il miglior film straniero e uscito regolarmente anche in Italia, talvolta recuperato in occasione del Giorno della memoria. Arriva anch’esso da un testo letterario, il racconto La trappola di Ladislav Grosman, mai tradotto in italiano. È la storia della difficile, tenera e drammatica relazione tra Tóno Brtko, sfaccendato falegname al quale il cognato in carriera (nazista) affida il compito di arianizzare un negozio di proprietà di una vecchietta ebrea assai sorda, la signora Lautmann. All’oscuro di tutto, dell’escalation che condurrà alla deportazione di massa, la signora Lautmann, ha tuttora qualcosa in comune con Mr. Magoo e con Chance, il giardiniere di Oltre il giardino: la capacità di attraversare il mondo mantenendo un equilibrio che ha del magico. Vale anche per la signora Lautmann, la cui tragica fine la porrà comunque al riparo dall’orrore.
Ai tempi del Reich, questa volta ripreso nella sua curva discendente, è ambientato Ostře sledované vlaky ovvero Treni strettamente sorvegliati di Jiří Menzel (1966) dall’omonimo romanzo di Bohumil Hrabal (altro film vincitore agli Oscar l’anno successivo, nel 1967). Complice l’insostenibile leggerezza della scrittura di Hrabal, e già basterebbe a comprovarlo il solo incipit sull’eroismo che anima l’albero genealogico del protagonista, il candore di quest’ultimo è difficile da dimenticare, rendendo il finale magistralmente amaro.

Ostre sledované vlaky (Treni strettamente sorvegliati) di Jiří Menzel.

È la storia di Miloš Hrma, giovane vice aiuto-capostazione assillato e tormentato da eiaculazione precoce. Dalla stazioncina passano convogli militari tedeschi, si organizzano azioni di resistenza al nemico, intanto i tentativi sentimentali/sessuali di Miloš non fanno progressi, tenterà anche il suicidio, poi il consiglio del collega Hubička e l’esperienza della partigiana Victoria porteranno alla soluzione, ma non ci sarà tempo per godersela. L’espressione incantata di Miloš (il bravissimo Václav Neckár) vale da sola la visione del film.
Il regista di Žert, Jireš, è autore anche di un altro film inserito nella rassegna bergamasca, come nel caso de Lo scherzo kunderiano, anch’esso tratto da un romanzo: Valerie a týden divů (Valeria e la settimana delle meraviglie) romanzo surrealista di Vitĕzslav Nezval. Il film si trovò ribattezzato in italiano il titolo un po’ casereccio Fantasie di una tredicenne.
In questo caso il film segue fedelmente il romanzo, a esclusione del finale e dell’età della protagonista, che da diciassettenne diventa tredicenne, mantenendo soprattutto intatta l’inafferrabilità della trama e l’esuberanza delle situazioni oniriche. Storia di un passaggio dall’infanzia all’adolescenza, segnato dall’arrivo delle mestruazioni e popolato di incubi, desideri, scivolamento dei piani e delle personalità dei protagonisti. Una via di mezzo tra un romanzo gotico farcito di vampiri e il paese delle meraviglie di Alice con echi di Una settimana di bontà di Max Ernst. D’altronde il surrealismo ceco è l’unica grande esperienza europea all’altezza (se non superiore, per certi versi, si pensi all’opera di Jan Švankmajer) a quella francese e la sua persistenza anche in quegli anni ne prova il radicamento culturale.
Spesso i registi della Nová vlna si affidavano agli scrittori coevi. Emblematico in tal senso fu Perličky na dně (Perle dal profondo, 1966), un portmanteau che coinvolse Jireš, Chytilová, Jiří Menzel, Jan Němec e Evald Schorm alle prese con episodi tratti da racconti di Hrabal.

Da sinistra: Valerie a týden divů (Fantasie di una tredicenne) di Jaromil Jireš; Dáma na kolejích (La signora dei binari) di Ladislav Rychman.

Settimo film della rassegna, Dáma na kolejích (La signora dei binari, 1966) di Ladislav Rychman è un musical, il secondo in assoluto della cinematografia cecoslovacca. Il primo lo aveva realizzato lo stesso Rychman (Starci na chmelu, 1964) puntando al pubblico dei teen ager, mentre nel secondo film cambiò target, raccontando una storia di relazioni tra adulti. A suo modo un’opera surrealista, dal momento che tranne per le battute iniziale e conclusive, l’intero film è in realtà un sogno della protagonista, Marie Kučerová, tranviera di professione che, mentre è in servizio, incrocia per caso suo marito con un’amante. Partirà da lì la sua lotta di liberazione ed emancipazione, ma alla fine ci sarà il risveglio.
Anche optical in alcuni momenti, con scene musicali efficaci, come quella del coro dei vicini nella tromba delle scale e una bravissima Jiřina Bohdalová, la stessa attrice ammirata in Ucho nei panni della moglie ubriaca e rancorosa di cui si è detto in apertura.
Sopra si è anche accennato al cortometraggio Uzel na kapesníku del trio Komárek, Pinkava e Týrlová, quest’ultima autrice del primo film animato con pupazzi prodotto in Cecoslovacchia negli anni Trenta.
Scuola che vanta tradizione e geni assoluti, come il citato Švankmajer, anche se qui appare davvero come un bonus relativamente pertinente, a meno di non voler prendere alla lettera proprio il titolo del corto, che in italiano suona come Il nodo al fazzoletto. È quello che un ragazzino fa per ricordarsi che il rubinetto perde acqua e che andrà presto riparato. Invece esce e se ne dimentica giocando a calcio con gli amici. Nel frattempo il fazzoletto si anima e vola fuori di casa affrontando diverse avventure incontrando altri tessuti che si sono animati.
Dunque perché prenderlo alla lettera? Forse per farne un altro di nodo per ricordarsi, a cinquant’anni di distanza, che c’è qualcosa che vale ancora la pena di (ri)vedere: la Nová vlna.

Letture
  • Ladislav Fuks, Il bruciacadaveri, Einaudi, Torino, 1972.
  • Bohumil Hrabal, Treni strettamente sorvegliati, E/O, Roma, 2014.
  • Petr Kral, Uno sguardo sulla “jeune vague” del cinema ceco, in Roberto Turigliatto (a cura di), Nová vlna, cinema cecoslovacco degli anni ’60, Lindau, Torino, 1994.
  • Milan Kundera, Lo scherzo, Adelphi, Milano, 1991.
  • Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi Milano, 1989.
  • Vitĕzslav Nezval, Valeria e la settimana delle meraviglie, E/O, Roma, 1998.
  • Angelo Maria Ripellino, Fuksiana, in Fuks, Il bruciacadaveri, Einaudi, Torino, 1972.
  • Paolo Vecchi, A cinquant’anni dal sorriso di Praga. Uno sguardo sulla Nová vlna, in BFM Catalogo generale, Edizioni di Bergamo Film Meeting, Bergamo, 2018.
Visioni
  • Juraj Herz, Spalovač mrtvol (L’uomo che bruciava i cadaveri), Filmové Studio Barrandov, 1968.
  • Jaromil Jireš, Žert (Lo scherzo), Filmové Studio Barrandov, 1969.
  • Jaromil Jireš, Valerie a týden divů (Fantasie di una tredicenne), Filmové Studio Barrandov, 1970.
  • Karel Kachyna, Ucho (L’orecchio), Filmové Studio Barrandov, 1970.
  • Ján Kádár, Elmar Klos, Obchod na korze (Il negozio al corso), Filmové Studio Barrandov, 1965.
  • Milos Komárek, Josef Pinkava, Hermína Týrlová, Uzel na kapesníku (Il nodo del fazzoletto), Krátki Film, 1958.
  • Jiří Menzel, Ostre sledované vlaky (Treni strettamente sorvegliati), Filmové Studio Barrandov, 1966.
  • Ladislav Rychman, Dáma na kolejích (La signora dei binari), Filmové Studio Barrandov, 1966.