Sogni eretici
e segni erotici

Millenovecentosettantasette: annata eccellente per la creatività. Sul finire dell’anno, nelle sale cinematografiche campeggia Guerre Stellari. Lo proiettano all’Excelsior, il distributore di sogni e immaginario per eccellenza. Oggi, come quasi tutti gli altri Excelsior di quartiere, quel cinema Excelsior è diventato un supermercato, o una scuola guida, oppure una sala slot. Per chi era bambino, Guerre Stellari fu una vera epifania audiovisiva, ma che ne resta oggi? Nessuna trama, solo brevissimi flash stipati alla rinfusa. Tra tutti l’immagine dell’uomo nero: Darth Vader. Sono semi per un imprinting culturale sempre più basato su monitor e schermi, sempre meno su caratteri tipografici. Fine dei Settanta e inizio degli Ottanta: comincia una mutazione profonda nell’assetto dei media.
‘77, Anno Cannibale è il titolo comune a una mostra e a un libro che rievocano quell’epoca irripetibile facendo particolare riferimento a quanto accadeva in Italia. La mostra si è tenuta al Museo PAN di Napoli (8 aprile – 14 maggio). Legata a Napoli Comicon, era naturale che l’iniziativa mettesse in risalto i fumetti. Sulle pareti del PAN sono passate circa centocinquanta tavole originali e altri gadget per ricordare non solo i protagonisti del fumetto italiano e internazionale ma anche il contesto storico-sociale. Un monitor trasmette un supermontaggio che introduce il contesto. Notevole e denso di significati il raccordo tra Guerre Stellari e la guerriglia urbana legata alla contestazione studentesca e operaia: l’immaginazione e il potere. Due o tre sale più in là, una bella scenografia ricorda angoli di facoltà universitarie occupate, tavoli con macchine da scrivere colmi di imprescindibili volantini ciclostilati. Molto spazio all’esperienza della bolognese Radio Alice, l’emittente radiofonica militante chiusa dalla polizia proprio nel 1977.

Il clima politico e intellettuale dell’epoca
Con queste premesse lo spazio per l’ironia e la fantasia sembrerebbe schiacciato, un po’ come stare in un corteo nel mezzo tra autonomi tozzi e incattiviti e uno Stato che reprime e manganella senza fare distinguo. Ma nel volume che prende il nome dalla mostra, Sergio Brancato ricorda le due facce del Movimento nel 1977: “le forme storiche della politica venivano erose e sostituite dall’azione di nuovi modelli di comportamento, stili, mode: un insieme di linguaggi che interpretavano la tensione verso l’affermazione di innovative identità sociali […] attraverso una generale riscrittura dei modelli di pensiero e interazione sociale” (Brancato, 2017). Da una parte la voglia di controinformazione e di scontro frontale con lo Stato; dall’altra la creatività e l’irriverenza della “controcultura”. Insomma ci vuole un po’ per orientarsi e capire la dialettica interna di questa strana annata. Scorre il video della conferenza stampa dell’indiano metropolitano che rispondeva al nome di Gandalf il Viola. Accanto a lui, imperturbabile, Massimo D’Alema, allora segretario FIGC. Il video alloggia anche sul Web. È un servizio giornalistico RAI a caccia di note di colore in anni piuttosto cupi. Gandalf il Viola ci tiene a ricordare che parla anche a nome di tutte le tribù degli Indiani Metropolitani, tra cui vanno citate le Risate Rosse, le Cellule Dadaedoniste, gli Elfi del bosco di Fangorn, l’Internazionale Schizofrenica, Godere Operaio, Godimento Studentesco.

A questo punto tutto diventa possibile, anche un Darth Vader che irrompe con una guarnigione di stormtrooper nei locali di Radio Alice gridando: “Se questa è un’astronave consolare, dov’è l’ambasciatore?” Da una parte le “forze ribelli” combattono apertamente contro il discorso d’ordine; dall’altra lavorano nell’ombra (e forse con maggiore efficacia in prospettiva) contro l’ordine del discorso.

Cronache di una rivoluzione anche produttiva
I paradigmi del linguaggio dei media sono scardinati liberando energie creative che trovano un facile sbocco grazie alla flessibilità produttiva e distributiva dei comics. Nella prima sala, la mostra accoglie il visitatore con un’edicola a grandezza naturale sottolineando il punto nevralgico dell’apparato distributivo dei sogni di allora. Anche sul piano produttivo, come nota Gino Frezza, diversi generi fumettistici molto popolari in quegli anni (specialmente il fumetto sexy-porno) acquisiscono agilità e vitalità evitando le sceneggiature di ferro e privilegiando il più duttile e veloce strumento della sceneggiatura-scaletta, riflesso di un dinamismo informativo e spettacolare introdotto dalla televisione (Frezza, 1987). Il mondo dei comics si predispone così all’occupazione da parte di fumettisti audaci e strafottenti. In evidenza i nomi di Andrea Pazienza, Stefano Tamburini, Tanino Liberatore, Filippo Scòzzari e Massimo Mattioli che fecero squadra attorno alla rivista Cannibale, nata sotto il segno del dadaismo omaggiando l’omonima rivista di Francis Picabia del 1920. Dopo una prima distribuzione sganciata da qualsiasi logica industriale (tramite vendita a mano militante) l’esordio in edicola (nonostante l’endorsement di Oreste Del Buono) risulta un flop. Ma tutte le successive uscite sono giudicate esplosive e seminali sul piano della creatività dagli altri protagonisti della scena italiana. Giusto quindi, nonostante gli insuccessi commerciali, mettere in evidenza e ben al centro della mostra, questa rivista le cui intuizioni sarebbero successivamente maturate in Frigidaire.
Cannibalismo ma anche auto-cannibalismo come mostra il manifesto dell’evento che riprende la copertina del primo numero (anche se indicato come numero tre) di Cannibale: un coatto anonimo (originariamente doveva essere il fondatore Stefano Tamburini) che mangia se stesso. Tanto spazio per fantasy e fantascienza: i cannibali italiani prendono possesso dell’immaginario americano targato Marvel/DC Comics. Nei fumetti di Scòzzari, Mattioli e Pazienza, la schizofrenia e le altre mostruosità caratteriali di quei supereroi e dei rispettivi villain, sono riprogrammate e diventano “una incessante, dissacrante parodia del freak, dello snob, dell’aristocratico ricco e di sinistra, del coatto ribelle, dell’eroinomane e cocainomane, dei comportamenti normalizzati e super accumulati in un territorio solitario e tecnologico, stratificato o deserto” (Frezza, 1987). Creatività, libertà, anticonformismo, edonismo, sesso, voglia di divorare e rielaborare la narrativa americana: con tutta questa fame il percorso dell’artista non può che chiudersi auto-divorandosi.

Il percorso storico della mostra
Seguendo il tracciato della mostra targata Comicon, la meraviglia pop e i fermenti antisistemici si mescolano insistentemente con un’altra potente matrice immaginifica del 1977: la voglia di fare e disegnare sesso, l’impegno a sovvertire i costumi borghesi. Le sfumature sexy-porno sono evidenti nei fumettisti cannibali ma anche in tante altre pubblicazioni fino al mainstream delle copertine di settimanali quali Panorama o L’Espresso. La mostra parte dalle radici, citando i dirty comics americani: pubblicazioni semiclandestine che sin dagli anni Venti prendevano in giro pornograficamente lo star system hollywoodiano. Prodotti in locali nascosti (fuori mano come se fossero distillerie di whisky in Tennessee) questi detour erotici costituiranno le fondamenta per il fumetto alternativo statunitense degli anni Sessanta e Settanta. Umorismo nero e sessualità esplicita che, passando attraverso le tavole dell’influente S. Clay Wilson, insegnano a Robert Crumb e Gilbert Shelton (Fritz il gatto e Freak Brothers) un modo per scatenare il subconscio. In un’intervista posta come introduzione al volume The Art of S. Clay Wilson Crumb commenta: “Era qualcosa di mai visto prima in quanto a violenza, caos, donne nude, parti del corpo smembrate, organi sessuali giganteschi e osceni. […] Improvvisamente il mio lavoro sembrava insipido…” (S. Clay Wilson, 2006). Quando il fumetto si concede piccoli sfoghi clandestini emergono le sue caratteristiche espressive più potenti rispetto alle rigidità e alle lentezze di altri medium: tutto sembra possibile e dicibile, specialmente quelle visioni del corpo e del quotidiano più dissonanti rispetto al senso comune. “Quale sarebbe stata la storia del fumetto senza la produttività seminale delle sue deviazioni nella pornografia?” (Brancato, 2017). Nei Sessanta e Settanta, la riconciliazione tra il godimento erotico e l’immaginario disegna linee di influenza molto produttive proprio in Italia dove i primi fumetti definiti “d’autore” furono caratterizzati dal segno erotico. Si pensi a maestri come Magnus, Guido Crepax, Milo Manara. Insomma 1977, anno di fluidi che si incontrano: magma politico-sociale e importanti novità nei modi e nelle tecniche di trasmissione di immaginario.
Prima di salutare la mostra e tornare al 2017, un’ultima occhiata al blob televisivo che scorre sul monitor. L’occhio si distoglie dall’orgia fumettistica e cerca istintivamente di riguadagnare un registro mediatico più familiare e riposante. Si sta chiudendo la conferenza stampa di Gandalf il Viola. Cavallo Pazzo alias Mario Appignani contesta l’intervento. La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà.

Letture
  • Autori vari, Dirty Comics, Savelli, Roma, 1977.
  • Sergio Brancato, Il piombo e l’inchiostro. Ragioni e sentimenti di un decennio, in AA. VV., ’77 anno cannibale. Un anno di svolta, Comicon Edizioni, Napoli, 2017.
  • Gino Frezza, La scrittura malinconica. Sceneggiatura e serialità nel fumetto italiano, La Nuova Italia, Firenze, 1987.
  • S. Clay Wilson, The Art of S. Clay Wilson, Ten Speed Press, Berkeley, 2006.