m04.jpg Rielaborazione di The Celebration of the Peace of Münster, Bartholomeus van der Helst, 1648, cm. 547 × 232,
Amsterdam, Rijksmuseum Amsterdam

LA CULTURA GASTRONOMICA
TRA
SAVOIR VIVRE
E COLLEZIONISMO

di Tito Vagni

 


Meno la forza umana è occupata, più tende all’eccesso;

il pensiero ve la porta irresistibilmente.

 

Honoré de Balzac, Trattato degli eccitanti moderni


Il collezionista intraprende una lotta contro la dispersione.

 

Walter Benjamin, I «passages» di Parigi



Le forme narrative, dal romanzo alla serialità televisiva, hanno avuto e hanno la capacità di raccontare un’epoca, ma per essere all’altezza del proprio ruolo, per raggiungere l’autocoscienza del presente, devono provenire da penne sensibili, come lo sono stati i grandi scrittori realisti dell’Ottocento, disegnando personaggi fatti di materia plastica, capaci di tenere insieme particelle della psiche individuale ed embrioni della società civile per fare in modo che una storia che si dipani sulle pagine di un romanzo sia in grado di autodeterminarsi senza essere vincolata al suo ideatore. Personaggi dall’alto valore simbolico, in grado di mantenere una costante tensione tra la propria intimità e l’ambiente sociale, rendendo palpabile lo spirito di un’epoca. Tipi, secondo la celebre definizione di Gyorgy Lukács, in cui “confluiscono e si fondano tutti i momenti determinanti, umanamente e socialmente essenziali, di un periodo storico” (Lukács, 1976). Anche i galatei sono uno strumento prezioso, seppure meno indagato, per chiunque voglia conoscere minuziosamente un momento storico, ma, al contrario della finzione, essi hanno la caratteristica di doversi attenere strettamente alla realtà, divenendo spesso più rilevanti di molte riflessioni straordinarie di geni intellettuali (Elias, 1982). I codici come La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene di Pellegrino Artusi non devono temere la resistenza dell’autore, la possibilità che quest’ultimo ne alteri la capacità conoscitiva, perché il loro contenuto è un coacervo di stereotipi, abitudini, passioni, imposizioni, storture che la classe sociale dominante ha maturato nella propria esperienza quotidiana e posto come elementi di condivisione e di appartenenza, facendoli divenire norma. La psiche dell’autore è l’oggetto del compendio, lo determina singolarmente, ne sporca il contenuto e, facendolo, lo rende vivo, vibrante. Tali codici si potrebbero chiamare fisiologie, rubando, come ha fatto Honoré de Balzac, questo termine alla medicina: studi analitici, attenti, ad esempio, alle norme e ai funzionamenti della toletta, dell’andatura o della tavola, che tradiscono lo spirito di un’epoca, lasciando affiorare i costumi, come riflessi inconsci e incontrollabili di una cultura. Il sussidiario di Artusi è nel novero di tali opere perché è un galateo che, al pari di quelli dedicati alle buone maniere nelle relazioni sociali o nell’abbigliamento, è in grado di rendere al lettore contemporaneo l’immagine di un tempo passato, a patto che non si arrenda all’evidenza dei fatti, considerandolo un ricettario o un complemento d’arredo. 
L’Artusi è significativo per la sua forma, ancor prima che per il suo contenuto. Esso aveva un pubblico specifico, si rivolgeva alle “signore gentili” e alle loro famiglie, contribuendo ad uniformare, in questo modo, la cultura gastronomica della borghesia italiana – rafforzandone la coerenza complessiva, partendo dalle abitudini alimentari. Il libro è infatti una tecnologia che consente il “nuovo raggrupparsi di vecchie élite” (Eiseinstein, 2003) perché funge da collante, uniformando il proprio pubblico, la propria comunità di lettori. D’altro canto, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene ha dilatato ulteriormente la distanza tra le classi sociali perché, nonostante la sua diffusione, agli albori del XX secolo in Italia “i contadini veneti continuarono a mangiare la polenta di sempre e i braccianti del Sud le olive, le fave e i pomodori” (Camporesi, 2007). Mangiare secondo certi dettami prescritti dal buon tono significava appartenere a una società di tipo più stretto, intimo, come nella Parigi degli stessi anni, portare un bastone lavorato o un orologio da taschino, indossare dei guanti finissimi e avere un portamento raffinato, erano segni distintivi di un’appartenenza etica ed estetica ad un’élite sociale. Il cibo e la moda erano aspetti differenti della medesima necessità di riconoscersi in un legame di tipo nuovo, fondato sulla forza dell’effimero, del piacere, del gusto.
Il libro mostrava la sua natura anfibia: mezzo di divaricazione – che escludeva la maggioranza della popolazione a causa del censo e dell’analfabetismo, e così facendo rafforzava il principio secondo il quale la civiltà è eretta sull’alfabetismo (McLuhan, 2002) – ma anche medium della mobilità sociale: accedere alle informazioni attraverso la lettura era per la borghesia europea un passaggio indispensabile ma non sufficiente per colonizzare lo spirito del tempo. Il libro, come nel caso dell’Artusi, non era un prontuario ove sbirciare, per riprodurre grossolanamente la vita dell’aristocrazia. Conoscere il menù adeguato per un pranzo di magro o per il capo d’anno non faceva di un borghese un uomo di mondo, ma un impostore. La lettura dei galatei doveva essere profonda e volta a cogliere l’anima dell’autore. Penetrando gli archivi della sua mente, il borghese avrebbe interiorizzato l’insegnamento fondamentale che si celava dietro gli oleati meccanismi di funzionamento dell’etichetta: la conquista del proprio tempo da riempire non già di vita in abstracto, ma di vita vissuta. Disporre del tempo per leggere, per realizzare correttamente ricette elaborate, per selezionare con cura i prodotti migliori, per vestirsi, per conciarsi i capelli. Tempo liberato dal lavoro, tempo in cui l’arte del mangiar bene si affianca all’arte della toletta, a quella della conversazione, della flânerie, a quello che i francesi definiscono in maniera generale savoir vivre. Il tempo è sottratto all’ossessione produttiva del capitalismo industriale – il cui spirito è sintetizzabile, secondo la ricostruzione weberiana, con l’espressione di Benjamin Franklin “il tempo è denaro” – assecondando una propensione alla dépense (Bataille, 2003) tipica di quei soggetti che non avendo la necessità di lavorare per provvedere alla propria sussistenza, sono impegnati in una ricerca interminabile del piacere.

 

Questi esseri non hanno altro stato che coltivare l’idea del bello nella propria persona, soddisfare le proprie passioni, sentire e pensare. Possiedono così, a loro piacimento e in larga misura, tempo e denaro, senza i quali la fantasia, ridotta a fugace fantasticheria, non può tradursi in azione. È sin troppo vero, ahimè, che, senza tempo e denaro, l’amore può essere al più un’orgia plebea o il compimento di un dovere coniugale. Anziché capriccio ardente e sognante, diventa ripugnante utilità (Baudelaire, 1994).

 

Le parole di Charles Baudelaire, intimamente coinvolto dalla descrizione degli abitanti della metropoli, fa chiarezza su un atteggiamento, latente nell'Artusi ed esplicitato dall'autore nell'introduzione: “con le tendenze del secolo al materialismo e ai godimenti della vita, verrà giorno, e non è lontano, che saranno maggiormente ricercati e letti gli scritti di questa specie; cioè di quelli che recano diletto alla mente e danno pascolo al corpo, a preferenza delle opere, molto più utili all’umanità, dei grandi scienziati” (Artusi, 2007).
La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene rinnova ad ogni lettura la sua importanza storica, quella di segnalare l’ingresso dell’Italia nella cultura dei consumi. Lo fa indicando la strada più semplice per una nazione priva di vere metropoli – in cui la sola Napoli sembrava essere paragonabile alle altre capitali europee – ovvero quella del cibo, uno tra i più effimeri dei piaceri. Attraverso questa lettura del libro di Pellegrino Artusi è possibile proiettare il ragionamento sulla società contemporanea che, fuori da ogni casualità, sta facendo dell’attenzione per la cultura gastronomica uno dei suoi tratti distintivi. La proliferazione di programmi televisivi dedicati alla cucina, la fortuna di alcuni ricettari, la nascita di corsi di laurea in Scienze Gastronomiche, sono solamente alcuni indicatori di una crescente attenzione al tema del cibo. Se si vogliono rinvenire, invece, le tracce della sensibilità emergente nell’opera artusiana occorre prestare particolare attenzione ai blog di chi si dedica con passione ai piaceri della tavola. I mutamenti delle pratiche e dei comportamenti rispetto alla fase aurorale della civilizzazione moderna sono notevoli, ma questi nuovi soggetti – che prendono il nome di gourmet, tradendo e rivendicando in questo modo una discendenza non casuale con la nazione europea, la Francia, in cui prese forma con anticipo e con straordinaria potenza la società dei consumi – possono essere considerati gli eredi di quella cultura perché sono in grado di assecondarne le pieghe, sfruttandone massimamente le possibilità. 
Alcuni studiosi come Nicola Perullo hanno meritoriamente posto l’accento sulla figura del gourmet, proponendo una distinzione con quella del “gastronomo edonista”, caratterizzato da un atteggiamento che:

 

… non chiama in causa quegli elementi formativi e culturali direttamente scelti e coltivati dal percipiente. È l’atteggiamento di chi ama il piacere del cioccolato senza conoscerne la storia, l’origine, la varietà, il modo di lavorazione. Come abbiamo visto, questo atteggiamento è tendenzialmente ricettivo, poiché si lascia soprattutto “invadere” dall’oggetto; tuttavia, ricettivo non significa passivo, perché la percezione ricettiva è relazionale e contestuale, tanto nelle esperienze più intense e sensuali quanto in quelle più blande e ordinarie. L’esplosione e l’espressione del piacere dipendono, in questa esperienza di piacere immediato, dalla trama di cui è composta la materia prima (Perullo, 2010).

 

Quella descritta da Perullo sembrerebbe un’esperienza ingenua e asociale, che si fonda sul valore primordiale del piacere gustativo, sorvolando le sovrastrutture della storia. Di conseguenza divenire gourmet significherebbe incamminarsi lungo un sentiero di progressiva castrazione, in cui l’animalità del desiderio, la propensione edonista al consumo, è coscientemente mortificata attraverso una formazione sul campo che trasforma le passioni più selvagge in uno stimolo conoscitivo. In realtà questa distinzione è frutto di un fraintendimento: il gourmet è lo stadio avanzato di un consumatore edonista sopraffatto dai piaceri della tavola. Come scrive Walter Benjamin riportando le parole di Eduard Fuchs:

 

… bisogna rendersi chiaramente conto che l’orgia rientra tra quelle cose […] che ci distinguono dall’animale. A differenza dell’uomo, l’animale non conosce l’orgia […]. L’animale abbandona il suo istinto più succulento e la fonte più limpida una volta che la sua fame e la sua sete sono appagate, e in genere il suo istinto sessuale è limitato a brevi e ben determinati periodi dell’anno. Tutt’altro per l’uomo, specialmente per l’uomo creativo. Questi non conosce il concetto dell’abbastanza (Benjamin, 2000).

 

L’orgia educata che si celebra nelle sale da pranzo è il segno che il piacere non è più un elemento eversivo ma può essere una componente integrata del vivere contemporaneo. 
L’elogio della lentezza, come tributo alla ricchezza di tempo da dedicare al piacere, è celebrato dai gourmet di tutto il mondo: i loro pranzi hanno una durata spropositata rispetto a quelli delle genti comuni, i prezzi che sono disposti a pagare potrebbero fare arrossire un commensale ordinario, le conversazioni che intrattengono sulle proprie performance culinarie richiedono immensa pazienza da parte di un involontario interlocutore. Ma il cultore dell'alta cucina non trova completamente soddisfazione facendo esperienza dell'oggetto nel mondo – intrufolandosi anonimamente in un ristorante per consumare il proprio pasto – vuole inglobarlo, fagocitarlo, portandolo in casa propria. Per tale ragione riproduce i piatti che consuma attraverso la fotografia, a cui aggiunge sofisticate didascalie per privare la foto di ogni tipo di ambiguità e sottrarla alla libera fantasticheria dell’utente. Il gourmet, riproducendo l’esperienza gastronomica nel suo blog – nell’intimità di un diario digitale – la ingloba nel proprio spazio simbolico ottenendo il duplice obiettivo di spettacolarizzare la propria esperienza edonista, rendendola, al contempo, costantemente presente a se stesso. Le pratiche del gourmet si sviluppano, quindi, su due piani differenti in costante tensione: la soddisfazione individuale e il riconoscimento sociale. Egli, come il collezionista analizzato da Benjamin, ha un tesoro conservato nel proprio spazio digitale e sente per tale ragione di essere un “milionario”. È custode di una bellezza che ha fatto sua e di cui dispone liberamente, come libero è l’acceso per ogni visitatore, ma tale “orgoglio” non lo induce a rinunciare ad altre forme di bellezza, perché è il mondo quotidiano della persona, delle identità singolari, a sentire crescere sempre più la propria vicinanza alla bellezza e ai suoi antichi privilegi. “Una bellezza che è appunto aperta a grandi rivoluzioni, a nuove soggettività, dunque – seppure in forme interrogative – a nuove etiche e nuove politiche” (Abruzzese, 1998).
Oggi è difficile imbattersi in un gourmet “vestito molto miseramente” come i collezionisti descritti nei romanzi di Balzac, perché questi soggetti dalla libido incontrollabile hanno interiorizzato lo spirito del consumismo moderno e tentano di assaporare ogni piacevole frutto della vita, contemplando una stringa di passioni potenzialmente inesauribile. Rispetto all’epoca in cui scriveva Pellegrino Artusi, la strettissima società che sapeva vivere così bene da destare ammirazione nelle persone che escludeva, si è disarticolata da un punto di vista sociale, allargandosi notevolmente, almeno quanto il ventre del più umile dei gourmet.

 


 

LETTURE

× Abruzzese Alberto, La bellezza per te e per me, Bompiani, Bologna, 1998.

× Artusi Pellegrino, La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene, Einaudi, Torino, 2007.

× Balzac Honoré, Patologia della vita sociale, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.

× Balzac Honoré, Illusioni perdute, Garzanti, Milano, 2009.

× Bataille Georges, La parte maledetta, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.

× Baudelaire Charles, Il pittore della vita moderna, Marsilio, Venezia, 1994.

× Benjamin Walter, I «passages» di Parigi, Einaudi, Torino, 2002.

× Benjamin Walter, Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico, in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino, 2000.

× blog.paperogiallo.net

× Campbell Colin, L’etica romantica e lo spirito del consumismo moderno, Edizioni Lavoro, Milano, 1992.

× Camporesi Piero, Il paese della fame, Garzanti, Milano, 2000.

× Colaiacomo Claudio, Post-etica rivoluzionaria. La conquista dell’insensibilità nel discorso leopardiano,
in Critica del testo, VIII/1, 2005.

× Eiseinstein Elizabeth, Le rivoluzioni del libro, Il Mulino, Bologna, 1995.

× Elias Norbert, La società delle buone maniere, Il Mulino, Bologna, 1982.

× lacatana.wordpress.com

× Leopardi Giacomo, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, Feltrinelli, Milano, 2008.

× Lukács Gyorgy, Saggi sul realismo, Einaudi, Torino, 1976.

× Maffesoli Michel, La parte del diavolo. Elementi di sovversione postmoderna, Luca Sossella Editore, Roma, 2003.

× McLuhan Marshall,Gli strumenti del comunicare, Net, Milano, 2002.

× Perullo Nicola, Filosofia della gastronomia laica, Meltemi Editore, Roma, 2010.

× Rafele Antonio, Figure della moda. Metropoli e riflessione mediologica tra Ottocento e Novecento, Liguori, Napoli, 2010.

× Weber Max, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano, 1991.

× www.passionegourmet.it/