L’ora tarda
della rivoluzione

Quasi leggera morte, è ossimoro evocante una penombra lenta e mite, una gravità sottile, la piroetta rovinosa di una foglia tra ramo e suolo. Il paradosso è all’angolo del fraseggio, perché a rendere mortali è proprio la conoscenza, come il tracimare irrevocabile di una condizione già posta secoli fa dal Qoelet nel “qui auget scientiam, auget dolorem”. Quasi leggera morte, è il titolo di una raccolta di undici Ottave di Osip Mandel’štam, curata nell’edizione italiana per Adelphi da Serena Vitale. “Poesie sulla conoscenza”, come le contrassegnò il suo autore, una conoscenza che danna.
“Ma se pure non gli fosse stato dato – come ormai appariva evidente – di essere immortale in quanto persona fisica, elemento individuale, si era comunque meritato l’immortalità come artista. L’avevano definito primo poeta russo del XX secolo” (Šalamov, 2005). Così lo descrive chi ne ha condiviso le ultime ore a Vladivostok, in un campo di transito per la Kolyma. Destinazione insonne per Mandel’štam, che nel 1933 aveva azzardato i versi più coraggiosi sotto il regime sovietico di quel tempo, “Viviamo senza più avvertire sotto di noi il paese” (Mandel’štam, 2009). La nera vampata di un epigramma rivolto a Stalin, “il montanaro del Cremlino” dalle “tozze dita come vermi” con “intorno una marmaglia di gerarchi/dal collo sottile”, si stringe freneticamente intorno al finale, “ogni messa a morte, con lui è una lieta/cuccagna”. Epilogo con cui il poeta si guadagna consapevolmente un futuro periferico di gelo e fame.
Nato a Varsavia nel 1891, borghese di origine ebraica, Mandel’štam verrà indirizzato da Pietroburgo a Parigi nel 1907 dai genitori, preoccupati dalle sue aspirazioni rivoluzionarie. Lì ha il privilegio delle lezioni di Bergson, lì si innamora della letteratura francese, dalla Chanson de Roland fino a Verlaine. Un anno dopo, il rientro a Pietroburgo e la sua prossimità ai simbolisti russi, da cui presto prenderà le distanze per aderire alla “Gilda dei poeti”, matrice della stagione acmeista in Russia. E dall’Acmeismo bisogna partire. È il 1913 quando Anna Achmatova, Nikolaj Gumilëv, Osip Mandel’štam determinano la frattura con il Simbolismo coevo, approntando un proprio manifesto. L’Acmeismo intende proporsi come immagine di un tempo propriamente russo, fatto di ideali rivoluzionari, fremiti, tradimenti e sangue.
L’astrazione, la dimensione individuale, i toni rapiti e sublimi del Simbolismo più non scolpiscono la concretezza e la coralità del tempo. La poesia, immediata, essenziale, di una limpidezza neoclassica, deve dare cittadinanza alla quotidianità, prefiggersi lettori diversificati, raccontare senza mediazioni le tinture della storia.

La reazione alla degenerazione bolscevica
Entusiasmato da questo spirito della realtà, Mandel’štam sfiora la brezza della Rivoluzione di Febbraio, restandone poi sbaragliato, come altri acmeisti, dall’egemonia bolscevica. É la ragione per cui esemplificherà sempre più nei suoi scritti degli anni Venti e Trenta le costrizioni del potere rivoluzionario, liberando la schiavitù delle sue lettere dalla paura di un regime che viceversa recluta molti scrittori, soprattutto nell’ora in cui assume lo sguardo irriducibile di Josif Stalin. Parlare della storia significa questo.
Se già nel 1929 un’accusa infondata di plagio aveva messo alle strette Mandel’štam, tanto da indurlo ad un allontanamento volontario tra Georgia e Armenia, è proprio l’epigramma a Stalin a portarlo ad un primo arresto a Mosca nel 1934, per quell’esattezza della parola, causa prima della sua morte, ragione della sopravvivenza dei suoi versi smisurati. Eppure, lo scontro ciclopico tra i due avversari si risolve con una mossa astuta da parte dello stratega. Stalin serba a Mandel’štam l’indulgenza di un esilio a Voronež, e non il sadismo della pena capitale, per dimostrarsi tanto più forte quanto più capace di disorientare le aspettative della folla. Solo quattro anni dopo, con l’accusa di azione controrivoluzionaria, un secondo arresto consegnerà il poeta alle crepe della morte di Vladivostok. Quasi leggera morte raccoglie poesie composte tra il 1931-1934, molte delle quali parallele al celebre epigramma antisovietico. Mandel’štam e sua moglie Nadežda provarono a rievocare nell’isolamento di Voronež i versi scritti in quegli anni e affidati a Mosca in custodia ai cuscini.

“I letti li avevano rivoltati da cima a fondo, ma i cuscini, chissà perché, non li avevano toccati”.

Manoscritti che Nadežda prova a recuperare un anno dopo, nel suo viaggio verso la città interdetta al marito. La pratica si ripete per tutti gli scrittori dissidenti, la memoria supplisce l’inchiostro laddove scrivere è colpa mortale. Ma perché i due coniugi tenevano tanto a quelle liriche ritenute le più indecifrabili del poeta, al punto da ricostruirle nella memoria? “Lo scrittore è un pappagallo […]. Il padrone, se gli viene a noia, lo copre con un drappo nero, che per la letteratura è un surrogato della notte” (Mandel’štam, 2012). La letteratura sovietica di quel tempo attraversa con folgorazioni risibili piani quinquennali e nazionalismo, ma raccontare il quotidiano, le cose, la storia significa sterrare fino in fondo. “Voi […] dando al piede il sostegno di una terra/forzata,/cos’avete scoperto? Un principio/sagace:/che il moto delle labbra non può venir/sottratto” (Mandel’štam, 2009).

Una parola resistente, ricca di suggestioni
Lui in esilio, la sua voce, no. Resistere significa spesso spostare l’asse della propria sapienza narrativa, tradendo con sottigliezza l’ordine di propaganda. Non osteggiare in maniera scoperta, ma limitarsi a parlare di altro, senza accettare di lusingare con toni multiformi il despota di turno. Esigenza da cui nasce il tentativo di recuperare le Ottave in questione. Poesia sulla conoscenza quale strumento privilegiato nel desacralizzare ogni dogma di regime. Da qui, le suggestioni dell’evoluzionismo di Jean-Baptiste de Lamarck, in ordine alla convinzione che tutti gli organismi viventi partecipino di forme di adattamento ambientale, senza il selettivo discrimine darwinistico tra vincitori e perdenti. Senza tralasciare le influenze della filosofia di Henri Bergson e della polifonica poesia di Dante, accomunate soprattutto dall’idea di creazione come libero slancio vitale. Si può contraddire così il presente, inquadrando qualcosa di apparentemente distante, il paritario diritto di sopravvivenza senza conflitto di specie, teorizzato da Lamarck, la possibilità di vita e letteratura come spontaneo e libero moto.

In altre parole, ribadendo il diritto alla vita di tutti gli esseri viventi, la libertà degli stessi. A Dante, in particolare, Mandel’štam è legato da una comune norma della materia poetica come metafora, ibrido, metamorfosi, fascio di forme e sfumature cangianti (cfr. Mandel’štam, 1994).
Da queste premesse si può tentare un approccio alle liriche. Così, nelle Ottave, la conoscenza, come libera conquista dello spazio intorno, coincide con la parola che ritmicamente si fa verso, progredendo tumultuosa sulla pagina vuota. La scoperta del mondo, al pari della creazione poetica, è fatica di spessore, densità, volume, che acquieta solo laddove prende rilievo intellettivo, visivo, fonico, “e infine arriva/il sospiro che risana”. Più chiaramente nella settima Ottava la parola poetica evoca un “sussurro” che precede le labbra, un incompiuto che si accresce fino a riconoscere le sillabe di cui comporsi, tastando “il polso della folla,/in lei credendo”. A conferma che la poesia è bene e possesso del popolo, perché già nell’interiorità di tutti ancor prima che qualcuno le dia identità, nell’interiorità di noi tutti “vive moschee […]/una Hagia Sophia/con occhi innumerevoli”.
Occhi, intesi dal poeta come strumenti di pensiero, tali da accogliere nella loro direzione anche un “sordo animacolo”, che tenta “una strada a corno ritorta” pur di affermare la sua vicenda fragile e virginea. Noi stiamo lì ad osservare la realtà, come “di fronte al groviglio delle asticelle/il bambino resta in silenzio”. Condannati ad una quasi leggera morte se beviamo da “calici appestati” una goccia della conoscenza, quel sorso amaro a cui Mandel’štam volle dare la precedenza.
“Dal cielo sono cadute tre mele: la prima è per chi ha raccontato, la seconda per chi è stato ad ascoltare, la terza per chi ha capito. Così si concludono la maggioranza delle favole armene” (Mandel’štam, 1988).

Letture
  • Osip Mandel’štam, Conversazione su Dante, Il Melangolo, Genova, 1994.
  • Osip Mandel’štam, Viaggio in Armenia, Adelphi, Milano, 1988.
  • Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, Einaudi, Torino, 2009.
  • Osip Mandel’štam, Il rumore del tempo e altri scritti, Adelphi, Milano, 2012.
  • Varlam Šalamov, I racconti di Kolyma, Einaudi, Torino, 2005.