Le inquietudini sottili
di Shirley Jackson


Una ragazza scompare da un campo estivo femminile e nessuna delle sue coetanee o delle operatrici della struttura riesce a fornire indizi o particolari che possano aiutare le ricerche. Un bambino di nove anni viene messo sul treno dai genitori per trascorrere l’estate dal nonno e durante il viaggio viene avvicinato da un’estranea. Una segretaria viene incaricata dal suo datore di lavoro di una consegna “particolare” e finisce risucchiata in una spirale di paranoia. I tre racconti di Shirley Jackson proposti da Adelphi in questo imperdibile volumetto della Biblioteca Minima, che prende in prestito il titolo dal primo del lotto, sono un diorama delle sue inquietudini, in cui fanno capolino i temi che attraversano tutta la sua opera.
Nata nel 1916 a San Francisco, Shirley Jackson crebbe tra i sobborghi della baia e New York. Fin da bambina subì l’atteggiamento oppressivo della madre e l’ambiente intollerante e reazionario della sua famiglia. Colpita giovanissima da attacchi depressivi, visse anche la scrittura come un atto di ribellione alla figura materna. Nel 1940 si laureò in lettere all’Università di Syracuse e sposò il compagno di studi Stanley Edgar Hyman, con cui aveva fondato la rivista The Spectre. Mentre il marito si affermava come critico, Shirley Jackson veniva relegata a un’esistenza domestica nella sua ombra. Nel 1945 lo seguì in Vermont, dove gli era stata offerta una cattedra dall’Università di Bennington. Qui crebbe i loro quattro figli in un ambiente in cui non riuscì mai davvero a riconoscersi o sentirsi integrata. Non a caso la comunità le fu d’ispirazione per il racconto che la rese celebre, La lotteria.

D’altro canto nemmeno il matrimonio le riservò particolari soddisfazioni: l’atteggiamento di Hyman nei suoi confronti e le sue continue scappatelle con donne più giovani non contribuirono a rendere l’isolamento più facile e spinsero Jackson all’abuso di alcol e amfetamine. Si rifugiò così nella scrittura e raggiunse la notorietà nel 1959 grazie a L’incubo di Hill House, da cui nel 1963 Robert Wise (già regista di Ultimatum alla Terra e Lassù qualcuno mi ama, e successivamente di Andromeda e Star Trek) trasse la pellicola di culto Gli invasati, prima di una sequenza di adattamenti che sarebbe culminata nel 2018 con la serie rivelazione The Haunting curata, con molte libertà, da Mike Flanagan per Netflix.
Nel 1962, pochi mesi dopo aver dato alle stampe Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson ebbe un crollo nervoso da cui impiegò diverso tempo a riprendersi. Per due anni non scrisse praticamente più nulla, lei che per oltre un quarto di secolo aveva mantenuto l’abitudine di scrivere almeno mille parole al giorno. Quando un’insufficienza cardiaca la colse nel sonno, a soli quarantotto anni, aveva ripreso da poco a scrivere e si era messa al lavoro su un’opera che avrebbe dovuto segnare una drastica svolta rispetto alla sua produzione precedente.

Dalla frammentazione dell’identità alla solitudine, dalle difficoltà a instaurare un canale di comunicazione con gli altri al peso schiacciante dell’ignoto, che blocca le sue protagoniste in un’altalena perpetua tra isolamento ed emarginazione, ritroviamo in queste pagine la poetica che l’ha resa celebre, meritandole l’ammirazione di maestri dell’horror e del fantastico come Richard Matheson, Stephen King e Neil Gaiman, il plauso di critici come Harold Bloom e l’inclusione nella prestigiosa Library of America in un volume curato nel 2010 da Joyce Carol Oates.
La ragazza scomparsa, del 1957, è emblematico in questo senso e per costruzione richiama proprio il più famoso dei racconti di Jackson, il summenzionato La lotteria (che risale invece al 1948): una comunità isolata e legata ai propri codici (lì era l’ancestrale istituto di un macabro concorso a premi, qui abbiamo le ragazze di un campo estivo suddivise in sottogruppi in base all’età, agli interessi, all’attitudine o semplicemente ai capricci del caso) che fa da specchio alla vita di provincia del New England; una galleria di personaggi attraverso i cui occhi assistiamo all’inesorabile consumarsi della tragedia nella banalità di una dimensione quotidiana; la costruzione di un meccanismo narrativo in grado di somministrare gradualmente dosi infinitesimali di ansia fino al raggiungimento di una massa critica destinata a detonare nel finale.

In Incubo, il racconto apparso postumo che chiude questo trittico, sembra quasi di ritrovare le ossessioni di Daniel F. Galouye (Stanotte il cielo cadrà, 1952), Philip K. Dick (innumerevoli racconti e romanzi, tra i quali ci limitiamo a citare L’uomo dei giochi a premio, del 1959, o il racconto Ricordiamo per voi del 1966) e di tanta fantascienza di quegli anni, ma filtrate attraverso un’ottica femminile e senza la risoluzione in qualche modo consolatoria dell’incubo privato in un orizzonte metafisico. Come gli altri racconti di questa raccolta, anche questo riesce a parlarci di altro usando gli schemi e gli attrezzi della letteratura di genere: nelle idiosincrasie di Miss Toni Morgan rivivono trasfigurate la società americana degli anni Cinquanta e Sessanta e la condanna della donna a un ruolo subordinato. Mentre accarezza l’illusione di un’emancipazione apparente, Miss Morgan continua invece a subire il peso schiacciante di un controllo dall’alto, perfettamente rappresentato dal dispositivo imperscrutabile di una stravagante campagna pubblicitaria che invade la sua sfera privata e si configura come una vera e propria aggressione psicologica ai suoi danni.
A completare il volume, Viaggio con signora è una storia che in apparenza si legge facilmente anche sganciata da riferimenti di genere, ma che esaminata con più attenzione si presenta invece come un manifesto d’intenti dell’autrice, che in una manciata di pagine ci regala una parabola sul bisogno di rompere le regole e sfidare le convenzioni, che poi è semplicemente quello che la buona arte fa da sempre.

Dopo la raccolta di inediti Paranoia pubblicata lo scorso anno, Adelphi prosegue la sua meritoria opera di valorizzazione di questa gigantesca scrittrice del Novecento e confeziona un sublime libricino impreziosito dalla traduzione di Simona Vinci. La scrittura di Shirley Jackson è alta letteratura anche grazie ai generi di cui si nutre e questi racconti sono congegni ad alta precisione che ci permettono di apprezzarne appieno la profondità.

Letture
  • Philip K. Dick, Tutti i racconti (1964-1981), Fanucci, Roma, 2016.
  • Philip K. Dick, Tempo fuor di sesto, Fanucci, Roma, 2017.
  • Daniel F. Galouye, Stanotte il cielo cadrà, Mondadori, Milano, 2008.
  • Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello, Adelphi, Milano, 2009.
  • Shirley Jackson, L’incubo di Hill House, Adelphi, Milano, 2004.
  • Shirley Jackson, La lotteria, Adelphi, Milano, 2007.
  • Shirley Jackson, Lizzie, Adelphi, Milano, 2014.
  • Shirley Jackson, Paranoia, Adelphi, Milano, 2018.
Visioni
  • Robert Wise, Gli invasati, Golem Video, 2015 (home video).
  • Mike Flanagan, The Haunting, Netflix, 2018.

 

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