La vita, la scrittura
e altre Annie Ernaux

Strana l’avventura editoriale di Annie Ernaux. In Italia era stata introdotta già alla metà degli Ottanta, ma ha dovuto attendere almeno trent’anni per vedere crescere attenzione e curiosità intorno alla sua opera. Il grande successo italiano, culminato nel trionfo al Salone del libro di Torino 2017, tutte esaurite le copie del suo nuovo romanzo, non ha mancato di riflettersi in madrepatria, dove s’è ridestato un forte interesse verso il suo lavoro, al punto che Gallimard ha avviato da qualche anno la pubblicazione di una sua selezione nella prestigiosa collana ‘Quarto’. Come si spiega questa latenza percettiva? Come mai c’era qui, presente, qualcosa di cui ci si è accorti solo in differita?
Senz’altro è merito de L’Orma Editore aver preso in carico organicamente l’opera di Ernaux in Italia, garantendole da qualche anno a questa parte un’adeguata visibilità, per altro sempre abbinata a una lodevole cura editoriale.
Forse però è possibile avanzare un’altra ipotesi: forse per Annie Ernaux (classe 1940) è stato necessario aspettare che il mondo cambiasse fino a diventare ricettivo alla sua singolare scrittura. Sarebbe uno di quei casi in cui la retorica dell’artista “avanti sui tempi” acquisisce una densa materialità. Ciò che, secondo questa ipotesi, i tempi hanno prodotto per recepire adeguatamente la voce di Ernaux è la demolizione di ogni principio di identificazione edipica. Non è più l’interdetto edipico a dare forma ai rapporti dell’individuo con sé stesso e col mondo; una vera mutazione antropologica ha dirottato, da ormai diverse generazioni, la percezione di noi stessi in direzione di un individualismo edonistico e radicale, nel quale la soggettivazione coincide con una piena, espansiva e libera espressione di sé. È Narciso la nostra figura: i social network sono la caricatura ma anche il punto di massima incandescenza di questa molteplicità che rifiuta ogni sintesi, respinge qualsiasi logica sacrificale (sia pure quella minima di una procrastinazione temporale), e si afferma invece senza alcuna mediazione. Ciascuno oggi prende parola, e dice io.

Non solo prima persona singolare
Ernaux, allora, piace perché sempre sottopone la sua scrittura a questo indicale, perché dice ‘io…’ e si racconta. Inoltre la sua prosa è asciutta, quasi modulare, adatta a quella immediatezza aforistica di cui in qualsiasi momento, sottratto o incrociato a mille altre faccende, si può dire che ‘mi piace’. Snella e autoaffermativa: nella prosa di Ernaux si riflette molto dei gusti contemporanei. Qui, tuttavia, a partire da un commento al suo ultimo romanzo, Memoria di ragazza, si vorrebbe marcare ciò che eccede ampiamente non solo questa ipotesi di lettura, ma anche lo schema interpretativo che ormai spesso e diffusamente applica alla Ernaux e che continua a trattenerne la lettura in un registro sociologico.

Riguardo al primo punto, ciò che appare immediatamente evidente nel lavoro di Ernaux è certo il suo carattere introspettivo. Ma questo sguardo concentrato su di sé è capace di una severità, di una forza di concentrazione tali da portarlo verso una dimensione molto distante da quella puramente ludica nella quale la condivisione degli ego è semplice e priva di attriti. Nessuna immediata autoaffermazione, nessun vacuo narcisismo: Ernaux mette in scena intensità, forze, conflitti che con la socialità, le sue comunicazioni, condivisioni, spazi e tempi, risultano del tutto incompatibili. La sua è una scrittura inattuale, che si pone nel rovescio della personalizzazione (politica, commerciale, sociale) che dà forma alle trame del nostro tempo.
Quanto al secondo punto, è ormai consolidata l’interpretazione che nel testo di Ernaux legge un’autobiografia che è anche e simultaneamente scrittura del mondo, racconto e descrizione di un ambiente sociale. È un punto innegabile; non è esagerato affermare che Ernaux si confronta con una grossa parte della tradizione occidentale, almeno quella moderna, dove l’introspezione è un percorso a senso unico lungo il quale un soggetto sprofonda in sé stesso senza mai aprirsi a una dimensione che lo eccede. Contro questa ingombrante tradizione, Ernaux trova il mondo nell’intimo e sé nelle cose, in un chiasma inestricabile. Tuttavia anche qui è possibile cogliere nella sua opera il movimento di un ritiro, una fuga verso un’esteriorità che non è quella di un altro mondo, né interiorità psicologica né trascendenza metafisica, ma che è irriducibile al mondo sociale e accessibile solo attraverso il lavoro della scrittura.
Per meglio illustrare quanto detto sin qui, si vorrebbe far emergere due tratti, per altro complementari, della scrittura di Ernaux poco o per niente evidenziati dalla critica ma, forse, essenziali: il rapporto della sua scrittura con la morte; il carattere di evento del suo testo. Si tenterà di far emergere questi tratti dal commento del recente Memoria di ragazza.

Un tempo memorabile, quello dei diciotto anni
Nel suo nuovo romanzo Ernaux ricostruisce un momento cruciale della sua esistenza. È il 1958 e Annie passerà una parte dell’estate in una colonia in Normandia come educatrice. Ha diciotto anni ed è la prima volta che si allontana da casa per stare coi suoi coetanei. Si lancia in questa che le appare come una grande avventura con energia, slancio, desiderio. Ma la ricostruzione di quella estate procede con fatica, per scatti continui. Non abbiamo a che fare con un lungo flusso di coscienza, al contrario il racconto inciampa di continuo, e piuttosto che un’interezza coerente fa emergere dei frammenti. Questo perché la scrittura deve penetrare la materia densa dei ricordi, ma soprattutto deve superare la sfida continua della vergogna.
I ricordi, infatti, sono estremamente scabrosi. Si tratta del primo incontro col sesso e con l’amore, ma è una scoperta senza gioia né piacere. Tutto passa per una consapevole umiliazione di sé, per lo sviluppo di una dipendenza nei confronti di un maschio pressoché sconosciuto, ma ai cui gesti è appesa la salvezza di questa adolescente scavata da un desiderio immenso, irriducibile a una sessualità senza inibizioni, e che è invece pura “disperazione della pelle”. Quello della giovane Annie resta un erotismo non vissuto ma solo e sempre atteso, il suo desiderio si arroventa fino a diventare “bruto, semplice – chimicamente puro –, forsennato quanto quello dello stupro: quello di essere sverginata e posseduta da lui”.  Diventerà oggetto di scherno dei suoi colleghi, la chiameranno ‘la puttana della domenica’.  Ma per Annie non è questione di autostima né di cercare il proprio piacere:

“Lei vuole che lui compia i gesti, tutti quei gesti che stanno a significare che la desidera. Vuole che tragga da lei il suo piacere, che si sfinisca di piacere su di lei. Per sé stessa, invece, di piacere non se ne aspetta”.

Forse è per colmare questo scavo interiore che Annie si getta sul cibo, anche qui con una voracità che non ha a che fare col gusto e col piacere, ma solo con una coazione a ripetere. Annie mangia di continuo, non ha controllo sul suo appetito, ruba del cibo senza lo scrupolo di farne cadere la colpa sui bambini della scuola estiva. L’esperienza della bulimia, raccontata senza psicologismi, ma solo per effetti, è oggetto soprattutto della seconda parte del romanzo, quella in cui Ernaux racconta la partenza dalla colonia e l’inizio della formazione universitaria, dapprima a Rouen, poi a Londra, che significa anche svezzamento definitivo dalla famiglia. Ma la vicenda della Colonia continua a essere il frame di tutte le sue successive esperienze, sempre attraversate da un senso di vuoto e inadeguatezza, e da una contrazione fisica impossibile da sciogliere: le mestruazioni che mancano per mesi e mesi sono ancora motivo di vergogna.

Scrittura essenziale, sofisticata e rigorosa
È bene notare subito che il racconto di Ernaux evita sistematicamente i toni pittoreschi e patinati d’antico spesso assunti dalle narrazioni (anche cinematografiche) che si confrontano coi temi dell’eros. Ernaux non concede nulla alla retorica del corpo, all’idea di una fisicità originaria, all’immaginario di una ruralità selvaggia o di un mondo arcaico. La Memoria non risale a una potenza originaria, al contrario torna su un punto fragilissimo. Di conseguenza lo stile di Ernaux è estremamente controllato, preciso e minimale, di una eleganza raffinatissima. È una prosa che sta sul limite dell’asetticità scientifica. Ernaux, infatti, imposta il suo romanzo come un’inchiesta che consulta documenti, lettere, fotografie: il tutto alla ricerca di un’oggettività che resta impossibile. Il lirismo, profondo e coinvolgente, emerge da questa impossibilità sia della distanza che della prossimità. Ernaux dice io ma parla di sé in terza persona. Servono cinquant’anni per iniziare a scrivere questo libro e occorre attraversarne tutto il percorso per ammettere infine che quella Annie “è me, sono lei”.
Questa raffinatezza stilistica, che non si adagia mai su immaginari codificati, non è, come già evidente, un pregio solo formale. È piuttosto il contraccolpo esteriore di una presenza che è passaggio, non permanenza. La scrittura di Ernaux non si aggancia a una sostanza, ma produce effetti, fenomeni effimeri; raccontare il passato non è per lei ricostruirlo, edificare un contenuto in pianta stabile. Piuttosto la sua scrittura dà forma a immagini e sensazioni che durano nella scrittura, e in essa si estinguono. Il rapporto dell’opera di Ernaux con la vita va colto, secondo la lettura qui proposta, non nel contenuto più o meno autobiografico dei suoi testi, ma a questo livello ontologico della sua scrittura.
Della vita il suo testo ha il carattere evenemenziale e semelfattivo. La funzione inevitabilmente referenziale della scrittura qui è ridotta al minimo non attraverso un banale esercizio dadaista, ma perché Ernaux piuttosto che rappresentare delle cose collocate in una certa casella temporale, vive delle sensazioni qui e ora, ovvero nella scrittura: “non cerco di ricordarmi, cerco di esserci”. Nel testo di Ernaux la scrittura non riproduce qualcosa che è già lì, ma fa esperienza di qualcosa che nasce nella scrittura stessa, e con essa svanisce: rovesciando un sedimentato senso comune, il tratto scritto qui rinuncia alla permanenza e enfatizza lo svanire, il passare di ciò che è puro evento e non permanenza.

Scrittura vs esperienza
Si può azzardare l’ipotesi che l’opera di Ernaux sia il primo esperimento di scrittura narrativa che porta nella letteratura il concetto di happening che le arti propriamente performative hanno acquisito sin dagli Cinquanta (probabilmente si deve a John Cage il primo happening della storia, nel 1952). Nella prospettiva ontologica che qui si è assunta, infatti, non rientrerebbero in questo discorso gli esperimenti, pur radicali, degli scrittori della beat generation: in quel caso resta un nocciolo essenziale, di ordine psicologico, di cui la scrittura è riflesso. Nella scrittura di Ernaux, invece, nessun nucleo interiore permane dietro i segni: tutto emerge dinanzi a noi che leggiamo e dinanzi a noi svanisce. Noi assistiamo al momento in cui qualcosa accade e si inscrive. Insomma Ernaux non allestisce uno spettacolo, espone un evento.
Così come la scrittura di Ernaux destituisce ciò che racconta, così la presa della vita qui non accade se non attraverso il suo contrario. ‘Scrittura di sé’ non significa, per lei, scrittura in presa diretta. Della vita, suggerisce l’autrice, non si dà presa, ma solo esperienza; non la si afferra, ma, appunto, la si vive, ovvero la si lascia andare. “Vivere per raccontarla”, diceva Gabriel García Márquez; qui il motto sarebbe ‘cancellarla per scriverla’.
In Ernaux il rapporto della scrittura (di sé) con la morte è quanto mai evidente nello straordinario L’altra figlia (2016). Quel romanzo portava alle estreme conseguenze il carattere ostensorio della scrittura. Concepito come una lunga lettera a una persona morta e mai conosciuta, ma della quale l’autrice sente di essere l’ombra o l’alter ego, il testo perdeva ogni possibilità referenziale per esporsi come puro invio di un senso verso un’alterità radicale, un’assoluta assenza:

“Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere”.

Anche nella sua Memoria, Ernaux non consegna i suoi ricordi alla scrittura per metterli in salvo, ma per esporsi a quella opacità che attraversa le nostre vite e che nessuna acutezza di sguardo può squadernare; è precisamente questa esposizione a un negativo che scava la presenza a motivare la scrittura di Ernaux: “nel progressivo aggiornamento di quella verità dominante su se stessi che la narrazione di sé ricerca per assicurare una continuità dell’esistenza, c’è sempre un elemento mancante: l’incomprensione di ciò che si vive nel momento in cui lo si vive, quell’opacità del presente che invece dovrebbe bucare ogni frase, ogni asserzione”. Letteratura non è per Ernaux qualcosa che svetti sopra l’esperienza e la domini rimuovendone l’opacità; è invece un esercizio di esposizione sempre rinnovata a questa opacità, a ciò che nella presenza è irrimediabilmente inappropriabile.

Oltre il dato autobiografico
Il luogo comune del carattere autobiografico dell’opera di Ernaux, col corollario di tutto un mondo sociale che traspare attraverso lo sguardo dell’io narrante, va accettato a patto che in questo caso non si intenda l’autobiografia come auto-affermatività. Lungi dall’affermarsi, dal presentarsi, Ernaux schiva la stabilità di ciò che è presente e permanente. Il libro non è per lei un archivio che mette in salvo un vissuto; al contrario è strumento per verificare che ne è di un testo quando in esso fa irruzione un vissuto, ovvero qualcosa che consiste, ammesso che abbia consistenza, nel mero passare. Raccontare la vita non è per Ernaux confezionare un diario, ma rispondere all’interpellazione di quella opacità non appropriabile che insidia il presente vivente. Il racconto della propria vita non serve a rimuoverne il rovescio; è precisamente quanto accade nelle dimensioni social dove si costruiscono, per conservarle, soggettività che si danno solo in positivo, per addizione e accumulo continui. In questo spazio senza interruzioni, senza negativo, la condivisione delle esperienze è semplice perché accade su un livello sostanzialmente neutrale. La scrittura di Ernaux, invece, è precisamente apertura a ciò che scava la vita dal suo interno, e in tal modo si tende verso una dimensione assolutamente singolare, fuori dai legami sociali e dalle condivisioni che li attraversano. La nostra autrice racconta la sua esperienza mondana, ma si tende fuori dal mondo.
Annie Eranux scrive di sé, dice io, ma così, proprio così, sempre si assenta.

Letture
  • Annie Ernaux, L’altra figlia, L’Orma Editore, Roma, 2016.