La scena del crimine?
Il castello kafkiano

L’idea è certo interessante: collocare uno dei più celebri autori della letteratura del Novecento in un’insolita detective story, farcita di amici vecchi e recenti che spariscono. E fargli incontrare rivoluzionari e anarchici, mentre si aggira fra archivi e tombe, maneggia pratiche e bombe, ponendolo proprio nel bel mezzo delle atmosfere che prendono vita da alcune delle sue trame più note. Distribuito in Italia col titolo di Delitti e segreti da Life International, Kafka è un film di Steven Soderbergh del 1991, a due anni di distanza dalla vittoria della Palma d’oro al 42º Festival di Cannes di Sesso, bugie e videotape. L’edizione con Wim Wenders presidente di giuria fece conoscere alle platee più vaste quel regista di Atlanta, allora ventiseienne, che, dieci anni più tardi, conquisterà l’Oscar per la miglior regia con Traffic. La prova successiva al trionfo francese ha, però, un ritmo ben diverso da quella precedente sin dalle prime scene, con l’uccisione, cruenta quanto inspiegabile, di Eduard Raban, collega e amico del protagonista.
Sotto quest’aspetto, il titolo scelto dalla distribuzione per l’edizione italiana ha il pregio di porre l’attenzione su due capisaldi essenziali della narrazione: vale a dire uccisioni inumane/disumane e una circostanza di mistero già di per sé connaturata in qualsiasi ambientazione nell’affascinante, magica Praga, ma che la fotografia, prevalentemente in bianco e nero, di Walt Lloyd esalta, fondendosi sia con le intuizioni di Gavin Bocquet, scenografo di molti lavori di George Lucas, sia con la colonna sonora dell’eclettico Cliff Martinez, batterista dei Red Hot Chili Peppers nell’omonimo disco d’esordio (1984) e in quello successivo, Freaky Styley (1985). Il protagonista è Jeremy Irons, perfetto nella rappresentazione di un individuo tormentato sia da un opprimente passato che da un incerto futuro, e ancor più inadeguato a sopportare un insidioso presente: l’attore britannico restituisce del geniale autore boemo una maschera di quei tratti salienti del clima esistenzialista, a cui lo stesso Kafka, così come Fëdor Dostoevskij, fu accostato proprio per la capacità di maturare una profonda sensibilità riguardo al tema della finitudine della condizione umana (cfr. Abbagnano, Fornero, 1992).

Personaggi e sceneggiatura di taglio kafkiano
Accanto a Irons, che proprio nell’anno di uscita nelle sale di Delitti e segreti guadagnava l’Oscar per la miglior interpretazione maschile con Il mistero Von Bulow, c’è un cast considerevole. Alcuni degli attori danno vita a personaggi il cui nome rievoca quelli che respirano tra le pagine dello scrittore praghese, tenuto conto che già quello del collega ucciso, Eduard Raban, è tratto dai frammenti di un racconto incompiuto del 1907, Preparativi di nozze in campagna. C’è Theresa Russell, che nel film è la bella e pasionaria Gabriela Rossmann, ossia il cognome di Karl, il protagonista di America (1927): sarà la giovane, un tempo amante di Eduard Raban, ad accostare Kafka a una temeraria causa rivoluzionaria. C’è Joel Grey, nei panni di Bürgel, il superiore che controlla, e tiranneggia, sia Kafka che i suoi colleghi: ordinario e odioso individuo, intollerante a ogni rottura dell’equilibrio organizzativo precostituito di cui è (e si crede) custode, vanta la propria funzione di messaggero che attraverso la consegna dalle proprie mani delle pratiche ai vari reparti rende l’atto solennemente ufficiale. Fisicamente non di certo un “uomo gagliardo [che] muovendo ora questo ora quel braccio, si fa strada tra la folla” (Kafka, 1989) come il messo inviato dall’imperatore in un breve racconto kafkiano, ma piccolo come l’omonimo personaggio de Il Castello, ossia il segretario del funzionario Friedrich. “Tra Friedrich e il villaggio, io fungo da collegamento fra i suoi segretari al Castello e quelli che ha qui al villaggio, per lo più io sono al villaggio, ma non sempre: devo esser pronto, ogni momento, a raggiungere il Castello” (Kafka, 2017), dirà Bürgel all’agrimensore K., entrato per errore nella sua camera d’albergo.
Da Il castello la sceneggiatura scritta da Lem Dobbs eredita altri due personaggi, i singolari assistenti di K: anche il Kafka di Soderbergh ha due aiutanti, Ludwing (Keith Allen) e Oscar (Simon McBurney), maldestri e contraddittori, nel senso che si contraddicono a vicenda di continuo. Jeroen Krabbé è Bizzlebek l’addetto al cimitero (come becchino o scalpellino?), grande estimatore dei lavori di Kafka, in particolar modo del racconto La colonia penale (1919). Alec Guinness è il capo ufficio che rimprovera uno scarso coinvolgimento nel lavoro al suo, benché diligente, sottoposto, accusandolo di essere un solitario e incoraggiandolo a cercarsi passatempi più atletici rispetto alla scrittura. Armin Mueller–Stahl interpreta un ispettore che condivide con la padrona della stanza in cui vive Joseph K. non solo il cognome (Grubach), ma anche l’abilità meschina di dispensare disprezzo: se ne Il processo (1925) l’affittacamere non esita a diffamare sottilmente la signorina Bürstner, il poliziotto fomenta odio classista fra una riflessione e l’altra sulle misteriose sparizioni. Un ruolo di rilievo è affidato a Ian Holm, nei panni del dottor Murnau, richiamo al celebre maestro del cinema espressionista, l’avanguardia in auge ai tempi degli ultimi anni di vita di Kafka e i cui cupi contesti riverberano in Delitti e segreti.

La complessa relazione con il Padre
Più che il tentativo di risolvere un giallo, o, meglio, una serie di misteri, la pellicola di Soderbergh traccia un filo che lega due rapporti: il primo è quello tra Kakfa e suo padre, scrivendo del quale alla propria madre il protagonista entra in scena nel film; il secondo è quello fra l’individuo e ciò che il castello rappresenta. Sia il severo genitore, sia l’imponente edificio risultano due emblemi di un dominio lontano e inattaccabile e per questo, in un certo senso, imparentabili. A tal riguardo, tra le righe di Lettera al padre, riferendosi a Hermann Kafka, il figlio Franz nel 1919 (pubblicata nel 1925) aveva scritto: “Il mondo si divideva per me in tre parti, e nella prima io, lo schiavo, vivevo sottoposto a leggi concepite solo per me e alle quali, senza saperne il motivo, non riuscivo del tutto ad adeguarmi, poi c’era un secondo mondo infinitamente lontano dal mio in cui vivevi tu, occupato a dirigerlo, a impartire gli ordini e ad arrabbiarti se non venivano eseguiti, e infine un terzo, dove il resto dell’umanità viveva felice e libera da ordini e da obbedienze” (Kafka, 2005). Che il legame con il padre sia essenziale per comprendere Kafka lo si deduce anche dal fatto che egli espresse l’intenzione di intitolare l’insieme della propria opera Tentazioni di evasione dalla sfera paterna (Carrouges, 1949). Georges Bataille, autore di una postfazione all’opera del 1919 nella quale riporta spesso le riflessioni di Carrouges, ridimensiona i tentativi di fuga dell’autore di Lettera al padre: “Non dobbiamo ingannarci su questo punto: Kafka non volle mai evadere veramente. Egli voleva piuttosto vivere nella sfera, come un escluso. Sapeva in partenza di essere estromesso. Non si può dire che egli fosse estromesso dagli altri, non si può dire che egli si estromettesse da sé. Si comportava semplicemente in modo da rendersi insopportabile all’ambiente dell’attività utilitaria, industriale e commerciale; voleva restare nell’infantilità del sogno” (Bataille, in Kafka, 2005). 
Delitti e segreti è tuttavia una creazione che esclude un altro Kafka, distante da quello incarnato da Irons, ossia dal compassato impiegato da otto anni e sette mesi all’Istituto assicurazioni e infortuni sul lavoro e che la sera rinuncia ad assistere al cabaret con gli amici perché impegnato a scrivere “la storia di un tizio che svegliandosi si trova trasformato in un insetto gigante”: recensendo Due passi per Praga insieme a Kafka di Klaus Wagenbach, Andrea Casalegno affermò in un suo articolo: “Le persone che hanno conosciuto Kafka ce l’hanno descritto come un uomo non solo buono e generoso, ma anche allegro, capace di ridere di cuore con gli amici [;] era anche sportivo, remava e nuotava con piacere, dedicava molto tempo a lunghe passeggiate. Eccezionale in Kafka è l’interiorità, non la vita, i gusti o le abitudini” (Casalegno, 1996).

Ascolti
  • Cliff Martinez, Kafka, Virgin Movie Music, 1992.
Letture
  • Nicola Abbagnano, Giovanni Fornero, Filosofi e filosofie nella storia, Vol. III, Paravia, Torino, 1992.
  • Andrea Casalegno, Praga, a spasso insieme a Franz, in Il Sole24ORE, n. 323, 24 novembre 1996.
  • Michel Carrouges, Franz Kafka, Labergerie, Parigi, 1949.
  • Franz Kafka, La metamorfosi e altri racconti, Garzanti, Milano, 1989.
  • Franz Kafka, Lettera al padre, Feltrinelli, Milano, 2005.
  • Franz Kafka, Preparativi di nozze in campagna, in Franz Kafka, Racconti, Mondadori, Milano 1994.
  • Franz Kafka, America, Garzanti, Milano, 2007.
  • Franz Kafka, Il castello, Feltrinelli, Milano, 2017.
  • Franz Kafka, Il processo, Feltrinelli, Milano, 2014.
  • Klaus Wagenbach, Due passi per Praga insieme a Kafka, Feltrinelli, Milano, 1996.
Visioni
  • Steven Soderbergh, Sesso, bugie e videotape, Sony Pictures, 2013.
  • Steven Soderbergh, Traffic, Cine Video Corporation, 2001.