Un lungo viaggio a tappe
esplorando terre letterarie

Joyce Carol Oates
Nuovo cielo, nuova terra
L’esperienza visionaria in letteratura
Traduzione di Viola Di Grado

Il Saggiatore, Milano, 2021
pp. 265, € 22,00

Joyce Carol Oates
Nuovo cielo, nuova terra
L’esperienza visionaria in letteratura
Traduzione di Viola Di Grado

Il Saggiatore, Milano, 2021
pp. 265, € 22,00


Nuovo cielo, nuova terra, di Joyce Carol Oates è un viaggio non convenzionale all’interno di uno spazio rilevante della letteratura, per il carattere visionario e per la natura e il grado di profondità dello sguardo che l’autrice riserva all’oggetto sommo del suo e, in qualche modo, nostro desiderio. Non saremmo suoi lettori se la letteratura non fosse l’insostituibile elemento della relazione amorosa in nome della quale il processo di lettura non si arresta e giunge fino a una scrittrice così arguta e poliedrica come lei.
Ogni viaggio consta di tappe in vista di una meta dall’incerta connotazione che, al termine, potrebbe rivelare che è tutto nel mentre il senso del medesimo, soprattutto laddove sia scandito da passaggi letterari: da Henry James a Virginia Woolf fino a Sylvia Plath, da Flannery O’Connor a Franz Kafka, nulla è come ci aspetteremmo perché attraversarli con la sua capacità analitica è la coscienza di un’attenzione pure ossessiva, ma monca di noi lettori incalliti. Non sono solo gli anni vissuti dietro a questi grandi amori a suggellarne il grado di approfondimento nella trattazione, ma quell’interesse che è solo della natura umana della relazione, sollecitato dall’attrazione, per cui non ci è sufficiente riconoscere l’evidenza di un accadimento, ma necessitiamo di sezionarlo per coglierne, più che la finalità, l’approccio all’esistenza di chi lo ingloba nel proprio gesto creativo, quasi la letteratura non fosse che un luogo d’elezione del riversamento della fatica di vivere e del modo, illusorio e, pertanto, fuori dall’ordinario, di resistere a essa.
Henry James e Virginia Woolf accedono alla stessa tappa del viaggio: entrambi distanti dal reale, seppure con artifizi letterari differenti, quel tanto che basta loro per assurgere a una possibile trascendenza di cui investire il reale in modo da travolgerlo. La vita nella sua problematicità concreta non entra nella loro poetica, domina l’estetica che salva il mondo perché lo eleva dalle tragiche nefandezze. La componente tragica entra nei loro romanzi, ma viene gestita quale deriva delle relazioni umane che interessano nell’opportunità proiettiva che offrono alla solitudine dell’individuo.

L’altro è il pretesto per tornare di nuovo su di sé, ma, mentre in James questo ritorno intimo si connota di una visione morale e di una funzionalistica direzione dal sapore educativo, in Woolf si fa più libero e arioso, quasi una ricerca ostinata di senso. Per il primo la vita reca una malefica suggestione rispetto a cui solo la qualità del pensiero, a fondamento della legittimità del processo psichico, è in grado di elevare il valore esperienziale spingendo l’agire dell’individuo verso la conoscenza intesa come coscienza della propria innocenza che, vittimizzata, nello scontro con il reale e con l’altro, genera la tragedia, ma al contempo trascende la vita singola offrendoci un margine di salvezza amplificando la portata morale della sua poetica, senza implicazioni cristiane. L’origine del fondo tragico risiede nella visione di innocenza della vittima e, dunque, nella tecnica impiegata dall’autore per scandagliare motivazioni e giudizi dei personaggi dei suoi romanzi. Entrare nel mondo è una sconfitta: l’atto dell’ingresso coincide, ai fini di una possibile sopravvivenza, con la resa alla superficialità mercenaria, occasione, peraltro, di riflessione in merito al potenziale risvolto libertario che la ricchezza offre.

Lo spazio interiore e il mondo di fuori
In Woolf il rapporto tra l’intimo e l’esterno si articola in una costante tensione, anche nella modulistica temporale, nel mantenimento di un tempo scandito da accadimenti reali tra loro connessi dagli effetti della propria mente sognante: da un canto, la propria identità e il senso di disgregazione, dall’altro, l’esigenza di un’unità spirituale che passi dalla relazione con ciò che è fuori di noi e che ci offre l’indispensabile, ma fallibile occasione di sapere di esistere. In questo alternarsi di stati risiede la fragilità delle anime del mondo di Virginia: incapaci di limitarsi a vivere e nel tentativo di una ricomposizione, si affannano perdendo la meraviglia della condizione di cui sono portatrici. Non resta che la morte o l’empatia, laddove possibile.
Il viaggio prosegue con David Herbert Lawrence, il cui atteggiamento critico rivolto al passato, oggetto di accusa da parte della Woolf, è una delle ragioni della sua peculiarità, poiché si tramuta nel fondamento di una ricerca che spazia dall’idea non necessariamente angosciante del processo creativo fino alla negazione dell’autocelebrazione artistica in vista di una considerazione compassionevole, empatica degli altri uomini a cui l’arte si rivolge. Immediata la sua produzione poetica che parte dal basso. “Assorto nella bellezza del flusso spontaneo delle cose”, Lawrence non insegue la perfezione e la staticità dell’Essere, ma il flusso del divenire, generando nella critica una difficoltà classificatoria e l’elaborazione di giudizi non entusiasti dietro cui leggere la paura di un disordine, indice della turbolenza creativa e artistica per capire la quale lo scrittore parrebbe imporre di lasciare sé stessi per entrare nei suoi territori.

Virgina Woolf, Sylvia Plath, David Herbert Lawrence,  alcune delle figure letterarie prese in esame da Joyce Carol Oates.

È l’inferno il suo interesse, gli angoli in cui la bellezza parrebbe esclusa, ma dove per artifizio verbale esplode prepotentemente. Sarebbe capace di un estetico controllo finalizzato alla perfezione, ma lo nega a sé stesso in virtù del fatto che, schiavi del pensiero, dimentichiamo il senso più profondo dell’esistenza, vittime di un Ego irrisolto che ci conduce verso il nulla. Lawrence accede a un altro modo di percepire il mondo ordinario, allontanandosi dal rischio di un’eccessiva personalizzazione del processo poetico: è un mistico posto di fronte alla coscienza dell’importanza di un dialogo con l’altro e all’urgenza e alla fatica di affrontare la straordinarietà del suo sentire dentro i canoni espressivi della normalità. La tensione verso l’esterno non preclude, però, l’accesso al riconoscimento di uno stato ideale coincidente con l’alienazione, una sorta di disarmonia che offre all’individuo l’occasione della propria affermazione e che, dilatata oltremodo, lo conduce alla morte.

Entra in scena l’assurdo
Differente la costruzione riservata al mondo di Samuel Beckett dove proprio il linguaggio rappresenta il terreno di competenza dell’Io che per svolgere la sua funzione etica necessita di un paradosso, cioè della solida impalcatura metafisica a cui si riduce ai fini artistici l’esistenza degli uomini. Crollano i tradizionali parametri della tragedia e della commedia, ma non gli aspetti identificativi dell’una o dell’altra, la realtà non si apprende per il tramite del nesso di causalità, esiste solo la possibilità di un’osservazione costante dello stato di incertezza in cui versiamo e rispetto a cui le parole di chi lo attraversa non servono a dare ad esso maggiore sostanza. Così l’individuo si allontana silenziosamente da sé stesso essendo impossibile una conoscenza di sé e il mondo fuori è riconoscibile per effetto del processo della memoria di cui è lo scrittore il principale custode, che rammenta al lettore la tragedia o l’incubo delle infinite possibilità di scelta tagliate dallo scarto del pur necessario atto decisionale. I personaggi di Beckett mancano di coscienza e il senso tragico sfugge alle catalogazioni classiche poiché a prevalere è quello dell’assurdo che travalica il primo.

Un altro grande visionario esplorato da Oates: Samuel Beckett.

Resta la necessità di un ordine, che l’arte concede nella raffigurazione dell’interazione dei personaggi con la metafisica dell’esistente, ma se questa avviene per effetto di un Ego anche linguisticamente isolato, quale è quello di chi scrive, la tragedia è solo spostata su un piano differente. Diversa è la declinazione dell’apparato tragico nella trattazione della poetica di Harriette Simpson Arnow: la realtà e la sua sudditanza all’economia impongono il sacrificio delle aspirazioni spirituali dell’individuo innescando tempi e modi di un sentire tragico. Come fare arte in un mondo dominato dagli interessi economici? L’America deumanizzata irrompe nelle pagine di The Dollmaker, dove il presente è deprimente in ragione della vittoria del dettato capitalista nelle vite dei suoi personaggi e l’esistenza non riserva un finale differente, poiché vivere è un atto continuo di uccisione, dell’altro e della propria anima, di sacrificio di sé e della propria arte, di rinuncia al proprio desiderio, all’interno di una tragedia ciclica. Ciò non ne preclude la grandezza. Scrive la Oates:

“Mi sembra che le più grandi opere della letteratura abbiano a che fare con l’anima umana catturata nella corsa del tempo, incapace di calibrare la profondità di ciò che le passa sopra […] La società è catturata in una convulsione, che sia di crescita o di morte, e la gente ordinaria viene distrutta. Non comprende, comunque, di essere «distrutta»”.

Si salverebbe l’amore dei bambini se non fosse che anch’essi sono destinati, a cedere, per potere vivere, alle regole del gioco dominante. Disperante anche il misticismo di Flannery O’Connor non lascia spazio che a parabole grottesche. Tradita dal mondo in cui dovrebbe palesarsi il mistero di Cristo, prende le distanze dalla certezza fanatica e dall’empirismo rivolto allo straordinario, collocando il suo sguardo nel mezzo, laddove riconosce l’origine divina dell’inconscio e la sua manifestazione nella impossibilità umana di scegliere e, dunque, nella forma conseguenziale della violenza o della malattia corporale che pure consente all’uomo di vedersi. Di formazione cattolica, porta nella sua produzione il compromesso offerto dal cattolicesimo tra componente emotiva e ricerca dell’ordine, oltre che la formalità della struttura cerimoniale che congiunge all’eterno l’accadimento temporaneo, espressione del secolare e del volgare con cui si apre al sacro. Affronta questo tempo malefico Norman Mailer che ci introduce al totalitarismo spirituale in cui siamo precipitati e all’urgenza del recupero di un senso teleologico attribuibile all’inconscio: esiste un’istintiva tenerezza nella parte più profonda dell’essere umano, qualcosa che ci appartiene e che presagi, allucinazioni, sogni, visioni aiutano a portare alla luce.

Anche a Norman Mailer è dedicata una tappa del viaggio di Oates.

La salvezza non prescinde dal linguaggio: se la civiltà domina la natura intervenendo sul tempo e sui legami causalistici, distorcendoli, all’individuo non resta che farsi artista, creatore di una propria mitologia a cui accedere con l’inventiva di un linguaggio nuovo, se non intende regredire. La figura dell’adolescente nei panni di un anti-adulto racchiuderebbe l’emblema dell’eroe se non fosse che qui l’umanità è concepita in una condizione statica, senza una via di fuga verso la libertà poiché il fulcro di ogni cosa terrena è follia e oscenità in cui si è destinati a finire. La ritualità lontana dalla condizione urbana concede il conforto di una possibile ridefinizione dell’umanità ai sopravvissuti romantici sostenuti dalle profondità di cui sopra, altrove sepolte per sempre. Eppure paradossalmente tutto ciò confluisce nell’opera d’arte per effetto di un processo di assoggettamento del tempo al proprio volere da parte di chi scrive.

Violenza e tragedia nell’io contemporaneo
Torna il tema della violenza, ma come reazione inevitabile al processo di depersonalizzazione subito dalla società, nella trattazione della poetica di James Dickey, tra i contestatori dell’epoca moderna. Evidente in lui la complessità del mistero della personalità che egli rende facendosi interprete di chi, in cerca di un significato nell’universo, non ha gli strumenti per comporre coscientemente il puzzle. Dunque, non solo vocazione sostitutiva, ma anche ammonimento rispetto alla necessità di un ordine all’interno del quale l’Io, anche linguisticamente “composto”, possa assumere significato nella vita di ciascuno. Qui la ferita: se l’intelletto non è giurisdizione esclusiva dell’individuo, poiché si inserisce nell’universo in qualità di intruso, come fa l’uomo a garantire coerenza tra l’origine del proprio pensiero e il suo sviluppo verbale e, di conseguenza, l’ordine a cui aspira?
La ferita apre alla tragedia laddove l’interesse di Dickey per la personalità che, sola, potrebbe salvarci si traduce nella sconfitta della coscienza dell’abbandono delle maschere attraversate in una risultante di nulla, oltre che nel possibile divario tra la capacità immaginifica del pensiero e la fragilità e la malattia del corpo.

Le tappe dedicate a Sylvia Plath e a Franz Kafka rimangono tra le più riuscite, rivelando una capacità analitica che involge, più che altrove, la componente personalistica dello scrittore indagato fino a farne emergere, con nitore quasi sacro, le cause della peculiarità visionaria. La prima è l’occasione non solo per affrontare il tema dell’inevitabilità della morte spirituale, ma anche per sancire la chiusura di un’era Plath guardando alla sua poetica con un grado di distacco tale da consentirne un’equilibrata analisi, essenziale per una scrittrice “romantica” come lei. Il suo universo è di chiusura verso l’esterno individuato come causa della sua sofferenza. Gli altri sono capaci di ferirla e non esiste nessuno al mondo in grado di percepire l’esistenza lungo le sue stesse frequenze. Tutti sono nemici. E non c’è margine per forme empatiche che non siano rivolte a un proprio passato di innocenza. Ci si disprezza e le donne non meritano la stima.

L’eroe moderno e l’espiazione della colpa
Restano gli uomini: colpevoli di un’assenza o di un abbandono e, laddove amati, latori di una più grave responsabilità da fare scontare sui figli in un ciclo vendicativo e senza conforto. Ogni cosa vive in una perenne competizione ed è, pertanto, soggetta a una valutazione che la connota inesorabilmente. Persino la natura è in opposizione all’individuo ed essendo essa depositaria di una sacralità, tutto ciò che in essa si muove, anche se giudicato dall’intelletto come sottosviluppato, recherà tracce della medesima, ma non potrà essere detto, perché il linguaggio non ne è capace, in una visione suicida dell’espressione verbale.
Kafka è il perfetto punto conclusivo di questo viaggio.
Lo scrittore praghese viene “semplificato”: la sua visione della vita quale paradosso non impone altro, perché non se ne esca sconfitti, che un’accettazione delle regole che ne presiedono lo svolgersi. Il fallimento e la conseguente paralisi sono nella speculazione, nell’umano tentativo di uscire dal gioco per comprenderlo, in una “revisione tragica del paradiso”. La morte dei suoi personaggi non è l’emblema di una sconfitta, ma l’evento imprescindibile perché la trascendenza, una sorta di illuminazione o grazia, si compia. Recita un passaggio:

“Nella mitologia di Kafka, comunque, l’eroe deve morire, deve essere spazzato via insieme ai rifiuti, affinché possa avere luogo una trascendenza che sia in qualche modo esterna a lui […] In Kafka è l’intero «processo» a essere eroico, un processo il cui scopo più elevato è realizzare la radiosità, ma non importa e non può importare chi, nello specifico, lo vive”.

L’Io non è funzionale a questo scopo, il suo dibattersi è suicida: è il sogno, e tutto ciò che appartiene all’intuitivo, a rivelare con le sue visioni l’anticipo di ciò che sarà. L’isolamento di chi scrive è la naturale conseguenza della visione, la condizione di chi, posseduto dall’arte, non può che raccontare il paradosso dell’esistenza non senza effetti: esso genera la colpa di fare sprofondare l’altro nella miseria del proprio inarrestabile conflitto. È abbastanza chiaro quanto le tappe del viaggio della Oates siano indicative del ruolo della letteratura nelle nostre vite e di quello dei percorsi esistenziali di chi scrive nella loro produzione poetica. Nuovo cielo, nuova terra ha il merito di renderci amanti consapevoli di un oggetto del desiderio raramente indagato così bene.