Inesorabile discesa,
inevitabile inferno

New York. Berlino. Parigi. Roma. Città enormi dove è facile perdersi ed è quasi impossibile ritrovarsi.
Sherman Square, i quartieri dormitorio di Gropiusstadt, le banlieue, la stazione Termini. Simili ai nonluoghi teorizzati da Marc Augé nella sua etnologia della solitudine, spazi anonimi mossi solo da un’indicibile disperazione e dalla costante negazione del sé. Sono il contrario di una dimora, di una residenza, privi di storia, di relazione; il senso che si prova attraversandoli è “di smarrimento identitario, d’emarginazione, di sradicamento e di solitudine”. Gli uomini e le donne che li abitano sono creature invisibili, spettri di guerre mai combattute ma già perse in partenza.
Nessuno vuole vedere la miseria, il fallimento, la volontà fatta a pezzi dal vizio, l’afflizione e le macerie di una vita sbagliata. Come se a guardarli, quegli uomini e quelle donne, si potesse restare pietrificati, condannati in eterno all’immobilità con le bocche e gli occhi spalancati davanti all’orrore. E, tuttavia, essi continuano a esistere dietro i vetri abbaglianti della normalità. Esistono, per parafrasare una delle battute più celebri de L’odio di Mathieu Kassovitz, come formiche perse nello spazio intergalattico.
Galleggiano dentro bolle di indifferenza, qualcuno sopravvive persino. I più vengono inghiottiti e risputati, lungo le strade, sui bordi dei marciapiedi, accanto ai rifiuti, dentro stanze luride e affollate, in mezzo a cartoni umidi. Precipitano verso l’inferno per stare al caldo più a lungo.
È questa la surmodernità di Augé, la società delle offerte 3×2 e del successo gratta e vinci, del consumo rapido e programmato, che priva i suoi figli più deboli, quelli senza nome e senza patria, di ogni possibilità di redenzione, concedendo loro il lusso dell’ineluttabilità e della rabbia. Sono un rigurgito, un errore, il risultato di un progresso schizofrenico che ha sostituito le identità con le etichette.

L’atttore protagonista di Sette passi, Ibrahim Keshk. Foto di scena di Angelo Turetta.

È raro che il cinema riesca a raccontare tutto questo senza imbellettarsi, senza smussare qua e là gli angoli più spigolosi della narrazione affinché lo spettatore non vada a sbatterci contro, senza bilanciare la conta dei vinti e dei vincitori per non offendere nessuno. Quando con coraggio arriva a farlo, a dire l’indicibile, a mostrare l’osceno, a raccontare di personaggi maledetti e prigionieri, senza curarsi troppo delle conseguenze, la realtà sullo schermo è così brutale da sembrare irreale. È uno schiaffo in pieno viso mentre stiamo guardando altrove.
Non stiamo parlando di una semplice e asfittica esposizione del reale come un campo di osservazione scientifico, quanto piuttosto dell’assunzione di una posizione di ordine critico rispetto al contesto sociale in cui viviamo. L’assunzione di responsabilità di un autore.
La storia di Said, adolescente egiziano emigrato in Italia, e di quella terra di nessuno che è la stazione Termini, con le sue risse, i suoi stupri, le aggressioni, i palazzi occupati, il disagio mentale e l’alcolismo, i sottopassi che diventano gironi danteschi, è una storia tra le storie.

 

A raccontarla nel bellissimo cortometraggio Sette passi, vincitore all’ultimo Roma Creative Contest, Matteo Graia, che lo ha scritto e diretto. Quello stesso Matteo Graia che tre anni fa raccontò con grande intensità il dietro le quinte di Non essere cattivo di Claudio Caligari in un bianco e nero malinconico e feroce, esplicito omaggio alla fotografia del francese Pierre Aïm. Proprio come allora, anche la produzione del suo cortometraggio non è stata facile, ci ha raccontato il regista:

“Inizialmente avevo scritto il soggetto per un lungometraggio, naturalmente con più personaggi e una storia che iniziava da molto lontano, poi le difficoltà produttive mi hanno spinto a realizzare un corto. Ho dovuto, quindi, sintetizzare in sceneggiatura tutta la storia di Said concentrandola in sette momenti precisi, certo avevo il timore che in questo modo lo spettatore non riuscisse ad affezionarsi al protagonista per i salti temporali nella narrazione, ma ciò che mi preoccupava maggiormente era trovare un produttore coraggioso che mi permettesse di raccontare quella storia senza tagliare nulla. Quando il produttore Mauro Calevi mi ha detto che Raoul Bova era fortemente intenzionato a produrla così com’era ho capito che potevo riuscirci davvero. Li ringrazio davvero”.

Il film di Graia possiede un tempo e uno spazio propri. Ci sono le ore che si tramutano in giorni e che segnano l’arrivo di Said in Italia, straniero in terra straniera. 5 ore, 43 giorni, un anno. E poi gli spazi della città, la banchina di Porta Maggiore, la casa di Yasser, il letto di Katia, i sottopassi di Termini dove spacciare, bucarsi, fare marchette, il tavolo con gli scacchi di Mourad.

“Non è stato facile girare in quei luoghi. Ricordo che quando andai a fare le foto agli spazi, prima delle riprese, un ragazzo del Ghana, che pensava stessi fotografando lui, ha minacciato di picchiarmi. C’è una tensione sociale palpabile e il racconto che ne fanno i media – in quei giorni Termini brulicava di giornalisti – non aiuta affatto”.

Il soggetto e la messa in scena richiamano alla mente pellicole cupe e spietate, le stesse che in qualche modo appartengono all’immaginario personale del regista.

“In questo corto rivedo, pur con le dovute proporzioni perché quello che sto per citare è un capolavoro, Elephant di Gus Van Sant, il film ispirato al massacro della Columbine nel 1999, sia per le tematiche trattate, sia perché anche lì, come in Sette passi, la camera segue la vita dei protagonisti fino alla fine. Nella messa in scena e nella fotografia, invece, ci sono i film che ho amato di più nella mia vita, come Biutiful di Alejandro González Iñárritu e Il Profeta di Jacques Audiard”.

Sette passi è il tempo fisico ed emotivo del cambiamento, è la distanza che separa Said dal suo destino, sono i capitoli di una vita che si improvvisa, si spacca e fallisce ad ogni tentativo di rimettere insieme i pezzi. Sette passi sono quelli che percorrerebbe un uomo morso da un black mamba prima di essere sopraffatto dal suo veleno e morire. E la morte, come il dolore, in questa storia, ci sembrano, sin dall’inizio, l’unico epilogo possibile, soprattutto nell’incontro con il colto Mourad che apre a Said le porte di una casa borghese piena di libri, cibo e martirio. È l’accadere di un supplizio in un’assolata giornata romana. “A volte per operare il bene serve un atto di estrema violenza […] bisogna estirpare il male alla radice” dice Mourad a Said mentre insieme osservano la miseria che li circonda.
L’ultimo passo, il settimo, è quello che non vediamo, ma è l’unico che ci terrorizza, perché conduce verso di noi. Said guarda in macchina, gli occhi si spalancano, ci fissano, si appiccicano ai nostri e scavano a pescare immagini di corpi sull’asfalto, tra le lamiere, di auto che falciano la folla, di urla, di frammenti di quello che eravamo e che siamo ora. Said è l’elefante nella stanza che troppo a lungo abbiamo ignorato, è il fantasma che alimenta i nostri incubi peggiori.

Miloud Mourad Benamara e Ibrahim Keshk. Foto di scena di Angelo Turetta.

Sette passi non parla di religione o di estremismo, piuttosto di difetti, di mancanze nella capacità di lettura e di giudizio del tempo che viviamo. “Non mi interessa parlare di Islam, di Isis – prosegue Graia – e so che questo tipo di tematiche fa paura a molti, anche nel cinema. Quello che volevo fare era provare ad indagarne le cause, mostrando le ragioni che spingono ragazzi vulnerabili ad abbracciare l’orrore”. La forza di questo cortometraggio risiede nell’autonomia produttiva, nella grande onestà intellettuale e in quella umiltà che hanno solo gli autori talentuosi.

“Ho voluto lavorare con professionisti giovani, appassionati, non ancora affermati, fuori dai soliti giri, dagli elenchi dei più richiesti, che non conoscevo direttamente (fatta eccezione per Chiara Ferrantini ai costumi che avevo conosciuto per Non essere cattivo), voglio citarli tutti: Emanuele Zarlenga alla fotografia, Francesco Galli al montaggio, Anna Forletta alla scenografia, Riccardo Amorese alla musica – per cui è stato anche premiato – e Bruno Glisbergh al suono. Volevo scegliessero il progetto prima di tutto, volevo che avessero la mia stessa fame, che credessero in questa storia. Ed è per la stessa ragione che per due mesi ho cercato un ragazzo senza alcuna esperienza disposto a lavorare a fianco di attori professionisti, da Federica Sabatini a Yaser Mohamed Merisi e Miloud Mourad Benamara, prima di trovare Ibrahim Keshk, egiziano di seconda generazione, per il ruolo di Said. Per me è stato importante lavorare con una squadra così”.

Ci vuole determinazione e una certa audacia per invitare a guardare oltre, per scegliere tra i propri collaboratori non i più famosi, ma i più affamati, di lavoro, passione, verità. E cercarla quella verità senza sconti agli altri o a sé stessi.

Visioni
  • Jacques Audiard, Il profeta, Bim distribuzione, 2009.
  • Claudio Caligari, Non essere cattivo, Kimerafilm, Taodue film, Rai Cinema, 2015.
  • Alejandro González Iñárritu, Biutiful, Universal Pictures, 2010.
  • Mathieu Kassovitz, L’odio, Mikado Film, 1995.
  • Gus Van Sant, Elephant, Bim distribuzione, 2003.