Indagando su e giù
tra assurdi universi

Olismo è una parola affascinante, come lo sono molte delle parole che i greci, incauti e generosi, ci hanno consegnato in eredità. Olismo, da όλος, due grandi “o” ad avvolgere il palato mentre la si pronuncia, vuol dire “intero”. È il tutto interconnesso nel quale ogni elemento naturale, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, vive la propria esistenza. A coniarla nel 1926 fu un personaggio controverso, l’evoluzionista sudafricano Jan Smuts, si dice dopo una delle sue lunghe escursioni a piedi fino alla vetta del Table Mountain, a mille metri di altezza su Città del Capo. Protagonista eroico della seconda guerra boera contro gli inglesi, tra i fautori della Società delle Nazioni, prima, e dell’Onu, poi, è stato filosofo e fervente sostenitore dell’apartheid. Sì, Jan Smuts è stato un intellettuale e tra i maggiori esponenti della superiorità della razza bianca nel mondo. Tuttavia, se prendiamo per buono il postulato, seppure generale, secondo cui “l’intero è più della somma delle sue parti”, allora dovremmo limitarci a sostenere che, in quanto unità decifrabile solo come insieme, Jan Smuts è Jan Smuts.

Senza addentrarci nella giungla di definizioni e discipline sviluppatesi nel corso del XX secolo attorno a questa forma di pensiero e senza chiamare in causa il lungo dibattito accademico occidentale che ha finito per relegare l’olismo tra le pseudo-scienze in quanto approccio più filosofico che empirico, quello che è affascinante di tale visione è la sua interpretazione del reale come sistema basato su molteplici e indefinite interrelazioni. Non è, dunque, un’univoca relazione lineare tra causa (antecedente) ed effetto (successivo) a muovere il mondo, ma un’interconnessione circolare complessa nel quale passato, presente e futuro si incontrano tutti nella definizione dell’unità, organismo, oggetto o personalità che sia. Così lo spiega il sociologo Enrico Cheli: “Nella concezione sistemica invece questa distinzione rigida tra variabili indipendenti e dipendenti viene a cadere, poiché, come sostiene il principio di interdipendenza, ogni rapporto di influenza è sempre reciproco e quindi, se una certa variabile ne influenza un’altra, anche quest’ultima, in qualche modo e su qualche piano, influenzerà la prima”.

La sorte, il libero arbitrio e un corredo di meraviglie
Ora, proviamo a immaginare un quotidiano governato da sovrapposizioni di piani, circolarità delle azioni e paradossi temporali. Immaginiamo un universo regolato da un’inarrestabile forza mistica che collega tutte le cose e nel quale siamo come piccoli tasselli di un puzzle di cui però non riusciamo a vedere il disegno finito. Se provassimo a portare all’estremo le teorizzazioni olistiche, la volontà dell’uomo e la sua capacità di autodeterminazione si ridurrebbero a una farsa. “Homo faber fortunae suae”, recitava una celebre locuzione di Appio Claudio Cieco, a sottolineare la natura indefinita dell’uomo e la sua superiorità sulla sorte. Ma forse il letterato romano non è mai salito sulla cima di un monte per osservare la vastità del mare.

“«Qualunque cosa accadde, accadde.»

«Qualunque cosa che, accadendo, ne fa accadere un’altra, ne fa accadere un’altra.»

«Qualunque cosa che, accadendo, induce se stessa a riaccadere, riaccade.»

«Però non è detto che lo faccia in ordine cronologico»” (Adams, 1993).

Scrive così, dopo aver ringraziato i suoi storici collaboratori Sue Freestone e Michael Bywater per gli “insulti costruttivi”, lo scrittore e umorista britannico Douglas Adams nel suo Praticamente Innocuo, quinto libro della serie di romanzi cult Guida galattica per gli autostoppisti. E, in quelle poche righe sconnesse, riassume tutto il suo bizzarro e lisergico universo fatto di umorismo nonsense e trovate grottesche, citazioni di genere e surrealismo ai limiti dell’indecifrabile, dove l’uomo è la creatura primitiva, incapace di vedere l’insieme, l’όλος appunto, costretto com’è in uno sgabuzzino incasinato che è la propria esistenza, ma comunque alla costante ricerca di risposte. La dicotomia, squisitamente filosofica, tra la volontà degli individui e l’intervento del destino, che Adams tratta in molti suoi lavori, diventa vera e propria chiave di volta narrativa nella serie di romanzi sull’investigatore olistico Dirk Gently, che potremmo considerare come il cugino tanto strambo quanto inaffidabile di Sherlock Holmes: “Sherlock Holmes sosteneva che una volta eliminato l’impossibile ciò che rimaneva, anche se improbabile, doveva essere la risposta. A me, comunque non piace eliminare l’impossibile” (Adams, 2014, traduzione dell’autrice, ndr).

Inchiesta su una trama al di sopra di ogni singolo
Un detective convinto che ogni cosa sia profondamente legata ad un’altra e che solo attraverso la comprensione di simili collegamenti sia possibile arrivare alla verità. Niente scemenze come lanuggine, impronte digitali, tre indizi che fanno una prova, niente metodi convenzionali, insomma, poiché nell’universo regolato dal caos ogni singola particella influisce sull’altra, il battito d’ali di una farfalla in Cina su un uragano nell’Atlantico, la gamba di un tavolo sulla soluzione di un crimine. Tutto esiste, dunque, perché parte di uno schema più grande. Dirk Gently e la sua agenzia di investigazione olistica non potevano non approdare sul piccolo schermo e diventare una serie. È accaduto prima per la BBC Four nel 2010, poi, sei anni dopo, per Netflix e BBC America con la regia di Max Landis e un makeover totale. Dirk Gently. Agenzia di investigazione olistica, ovvero otto puntate nel corso delle quali assistiamo a stranezze di ogni tipo, malattie mentali che causano dolori e allucinazioni, trasmigrazioni di anime, omicidi efferati, esperimenti top secret, macchine del tempo, gag esilaranti quanto illogiche, uno squalo, un gatto, un corgi e così tanti piani narrativi da causare un’emicrania. Il mondo raccontato da Landis assomiglia a un circo affollato di freak, personaggi bizzarri, che sono l’uno l’antitesi dell’altro, e che rappresentano uno specifico elemento o visione dell’esistenza: fede e scetticismo, intelligenza e forza, abitudine e improvvisazione, solitudine e amicizia, menzogna e verità, insieme e particolare.

La serie, con trama impossibile da sintetizzare senza risultare folli, incentrata sul misterioso rapimento di un’adolescente e su un crudele assassinio, trae forza proprio dall’asimmetria di questi caratteri, mostrati sempre come dualità, a voler confermare l’antico detto che gli opposti si attraggono. Così ci imbattiamo in Dirk Gently, interpretato da Samuel Barnett, i suoi completi eccentrici, solo e senza amici, ma inspiegabilmente connesso al cosmo, il detective olistico che non cerca indizi, perché aspetta speranzoso che siano gli indizi a trovare lui. E c’è Todd, il volto emaciato di Elijah Wood, fattorino di un lussuoso albergo dove l’omicidio viene commesso, ex musicista, una sorella malata, un padrone di casa violento e molte bugie per tirare a campare e che diventa, suo malgrado, un moderno Watson, aiutante e migliore amico di Dirk. Ci sono Bart e Ken, killer seriale, naturalmente olistica, la prima (“se quella persona è morta, è stato l’universo a volerlo, altrimenti l’avrebbe impedito”), hacker senza alcun altro scopo che racimolare qualche dollaro extra, il secondo. Si incontrano, non per caso, e restano insieme, per scelta. E ancora il Trio Chiassoso (anche se in realtà sono quattro), punk anarchici strafatti di energia cosmica, e Amanda, la sorella di Todd, affetta da un disturbo mentale che le impedisce di uscire di casa. Sembrano una terribile minaccia, diventano l’unica cura efficace. Ci sono detective troppo stupidi per chiudere il caso e cattivi vestiti come rock star.

Sono relazioni complesse e apparentemente indistricabili quelle che si formano puntata dopo puntata, ci restituiscono la meraviglia e l’orrore dei rapporti umani, chiamano in causa il destino provvidenziale e il libero arbitrio, la volontà di autodeterminarsi e l’accettazione di un ordine inter- o sovrannaturale che sceglie per noi, qualunque cosa facciamo o proprio in ragione delle nostre azioni. Si limitano a dire, senza dare risposte chiare, come faceva il supercomputer Pensiero Profondo in La vita, l’universo e tutto quanto (Adams, 1982). Dirk Gently. Agenzia di investigazione olistica è una serie realmente olistica, dentro e fuori il plot narrativo: non possiamo goderne o comprenderla a pieno se non nella sua totalità, anche se ci lascia sconquassati, confusi e con un vago sentore di essere stati presi in giro per tutto il tempo.

Letture
  • Douglas Adams, Dirk Gently’s Holistic Detective Agency, Gallery Book, New York, 2014.
  • Douglas Adams, Dirk Gently, agenzia investigativa olistica, Mondadori, Milano, 2012.
  • Douglas Adams, Praticamente innocuoUrania, Mondadori, Milano, 1993.
  • Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti, Mondadori, Milano, 1999.
  • Douglas Adams, La lunga oscura pausa caffè dell’anima, Mondadori, Milano, 2011.
  • Enrico Cheli, Principi e concetti di fondo dell’Olismo, http://www.holiversity.it/documenti/princcipi.pdf
  • Gyorgy Jàr, I principi dell’Olismo di Jan Smuts, http://www.homolaicus.com/teorici/smuts/smuts.htm
  • Jan Smuts, Holism and Evolution, N & S Press Cape Town, 1926.