Il carcere, l’apocalisse,
la sconfitta: Volodine

Ci sono alcune domande che serpeggiano da un po’ di tempo nel suburbio degli ambienti editoriali italiani, domande che ruotano attorno a uno dei nomi più pronunciati, in Italia e non solo, tra chi s’abbevera insaziabile alla prodiga fonte dell’apocalisse. Parliamo di Antoine Volodine, nome plurale che ne nasconde altri: Manuela Draeger, Lutz Bassmann, Elli Kronauer. Attorno a questi nomi, si diceva, nascono numerose domande, del tipo: cos’è questo maledetto post-esotismo, letteratura che dall’altrove si rivolge all’altrove? E quest’altrove? Si tratta di un concetto spaziale, di una proiezione intrapsichica oppure un mondo di possibilità discorsive inespresse? E una poetica del fallimento che metta in scena per allegorie l’assodato declino dell’intrapresa umana sulla terra e che contemporaneamente rifugga dal realismo, parlando di e da un tempo indifferentemente anteriore o posteriore, dev’essere sempre chiamata distopia? Si tratta di domande a cui stiamo cercando di dare una risposta libro dopo libro, traduzione dopo traduzione, in attesa che anche qui da noi si possa avere a disposizione l’intera opera di un autore che, vellicando l’uzzolo della critica, è in grado di mobilitare approfonditi e succulenti dibattiti: Antoine Volodine, nome plurale di chi altrimenti si firma Manuela Draeger, Lutz Bassmann, Elli Kronauer.
Poco tempo fa, grazie alla pubblicazione in rapida sequenza di tre testi sensazionali come Angeli Minori (2016a), Terminus radioso (2016b) e Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima (2017), avevamo avuto qualche elemento in più per rispondere alle domande di cui sopra. Oggi, quando sui nostri scaffali possiamo ospitare anche Gli animali che amiamo e Lisbona ultima frontiera, rispettivamente editi dalle già post-esotiche 66thand2nd e Clichy (proprio quest’ultima ha avuto il merito di portare Volodine qui da noi, pubblicando nel 2013 Scrittori e Undici sogni neri), abbiamo altri dettagli su cui ragionare. E di certo non saranno gli ultimi, ci piace pensare.

L’universo carcerario del post-esotismo
Partiamo dal principio: Chi è Antoine Volodine? Nient’altro che un autore che scrive in francese e che probabilmente ha origini russe, si dirà. Un autore che ha fatto dell’utilizzo inveterato dell’eteronimia un metodo letterario, e che grazie ai tanti suoi nomi ha avuto l’ardire di fondare una nuova corrente letteraria: il post-esotismo, una letteratura che come detto nasce nell’altrove per procedere verso l’altrove. Altrove, ossia innanzitutto un luogo morale di rivolta e di sconfitta, ma anche un luogo fisico, per quanto letterario: un carcere, una grande casa di detenzione in cui sono rinchiusi da chissà quanto donne e uomini (tutti invariabilmente scrittori) colpevoli di sedizione nei confronti di un regime che s’approssima, estremizzandolo, al nostro peggior capitalismo, e di cui poco altro si conosce, se non che soggioga, schiaccia e annichilisce i subalterni.
E quel carcere è appunto il mondo, l’intero mondo per chi lo abita. Lì, in una solitudine resa ancor più profonda dal fallimento delle loro intenzioni rivoltose, gli autori internati marciscono, e marcendo scrivono, commentano e ricordano opere piuttosto evocative, potremmo dire elaborate in codice, da loro stessi firmate. Si tratta di opere del tutto peculiari, perché nelle intenzioni (il proseguimento incessante della sedizione), nell’atmosfera (la decadenza, la fine, il disastro), nel tono diffusamente ironico e finanche nella struttura e nel registro formale sono proprie soltanto del post-esotismo: nascono infatti sotto lo sprone di un redivivo senso di lotta che, nonostante il carcere e la sconfitta, muove ancora la mano degli autori post-esotici.

Si prenda la shaggå, per esempio, un componimento che procede per allusioni e linguaggi cifrati, fatto di sette brani di eguale lunghezza, con minima variazione tematica, seguiti da un commento redatto per indirizzare l’interpretazione del lettore; oppure il narrat, una narrazione brevissima, costruita a partire dal conflitto tra realtà e memoria, che ha il respiro di quelle che gli ispanoamericanisti chiamerebbero microfinzioni; o ancora l’intrarcane, testo abbastanza simile alla nouvelle; o infine il romånso che, avvicinandosi al romanzo per “ambizioni narrative, dimensioni e stile”, se ne distingue tuttavia per vari aspetti, formali e non (si legga il Post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, per una puntuale introduzione all’argomento). E ognuno dei libri che vengono stampati nel nostro mondo con il nome di Volodine o dei suoi eteronomi in copertina è parte integrante di quello stesso mondo letterario che ci parla dall’altrove, poiché proprio da lì generato. Ognuno dei libri di Volodine, rispettando le strutture narrative del post-esotismo, non è nient’altro che questo: romånso, raccolta di narrat, intrarcane con inserimento di shaggå, e così via.

Apocalissi post-umane di solitudine e sconfitta
Proprio l’ultimo appena elencato (intrarcane con inserimento di shaggå) è il caso di Gli animali che amiamo, primo dei due volumi sopra richiamati e di recente tradotti in italiano: qui, come d’abitudine nei testi di Volodine, il narratore ci parla di un mondo già abbondantemente collassato (schiacciato dalla guerra nera, dal disastro nucleare o dagli ordigni molli) in cui erratici esseri a metà strada tra il regno umano e l’animale, rinchiusi in “un’esistenza larvale e solitaria”, spendono la fase necessariamente discendente della loro parabola biografica senza cercare più un senso dopo l’ecumenico disastro che ha reso la storia soltanto confuso e indicibile passato.
A inframezzare i frammenti in cui si racconta questa narrazione desolata (cosa abbastanza comune nei volumi di Volodine), ce ne sono altre altrettanto desolate: narrazioni di isolamento in cui “si avverte la volontà, da parte degli autori [post-esotici], di descrivere il Caos della storia e le sue convulsioni come una sorta di carnevale in cui nulla ha più molta importanza: più nessuna lotta giunge a buon fine, il destino di ciascuno è quello di assassinare o di essere ucciso, mentre tutt’intorno dilaga una sanguinosa baraonda”.
Descrivendo un mondo di profonda immaginazione, fatto di esseri zoomorfi senzienti e parlanti, Gli animali che amiamo trascina così lo stato d’animo e l’indole degli scrittori post-esotici (e necessariamente anche quello degli attoniti lettori) in una remota apocalisse dove non c’è più speranza, dove la riproduzione della vita umana, zoomorfa e post-umana è vista soltanto, in chiave espressamente ironica, come una stupida possibilità, quando non diventa addirittura una minaccia: “Sotto l’ironica facondia si cela a stento un grido, dolente, rassegnato e senza domani”.

Il tempo indefinito e la necessità della rivolta
Le narrazioni post-esotiche, infatti, siano shaggå, narrat o romånso, sciogliendo al massimo grado il freno all’immaginazione, trasferiscono in un estremo scenario di traslazione, più o meno apocalittico, quella stessa condizione carceraria degli scrittori post-esotici di cui si diceva sopra: una condizione in cui il tempo risulta essere esteso, senza limiti, e disordinato, perché muove i suoi vettori indifferentemente verso il futuro o verso il passato: la sua direzione non importa, poiché nella continua attualità della detenzione indeterminata, chi scrive (ossia gli scrittori post-esotici, per tramite di Volodine) non può far altro che oltrepassare la concezione del tempo per come siamo abituati a pensarla. Lì, infatti, in gattabuia e nella proiezione dell’asfittica apocalisse del poliedrico universo di Volodine e dei suoi eteronimi, il tempo è esattamente questo: “Un crepaccio assoluto e nero le cui dimensioni hanno come unità di riferimento solo il caos, e poi grida caotiche, allucinazione caotiche di tempo e spazio, squarci caotici in cui pochi mesi orribili valgono anni”.

Proprio così lo si definisce in Lisbona ultima frontiera, secondo volume cui vogliamo far diffuso richiamo in questa sede. Si tratta di un libro che, a differenza degli altri che abbiamo conosciuto di Volodine qui da noi, pur riferendosi al medesimo mondo di cui si diceva sopra, ci riporta in ambientazioni maggiormente riconoscibili, se prendiamo a parametro la nostra contemporaneità e il più recente passato occidentale. Un libro che inoltre conserva, nemmeno troppo nascostamente, la consolazione dell’amore, quello romantico e impossibile dei libri: un amore che tiene uniti una donna (autrice post-esotica anch’essa, sovversiva come i suoi colleghi post-esotici, ma ancora fuggiasca a differenza loro) e un uomo (cane da presa delle forze dell’ordine tenuto al guinzaglio dall’ordine costituito) fino al momento in cui lei dovrà fuggire sotto copertura, per sparire e non lasciare più traccia di sé: ma ecco che nuovamente emerge la rivolta, ed ecco che nuovamente la rivolta si fa letteratura poiché lei, volendo almeno lasciar minima traccia di sé, scriverà in linguaggio cifrato un romanzo che, parlando di un’epoca e un tempo immaginari (il Rinascimento e il II secolo), racconterà “l’opacità dello Stato, la sua violenza illimitata, il suo fare da paravento ad attività inconcepibili, la tragica solitudine di chi cerca la verità, la congenita mediocrità dei burattini al potere, il mutismo di quelli che tirano i fili”.

Niente distopie, solo fallimento
In questo senso (per riprendere il filo con il tema lanciato tramite l’ultima delle domande con cui si è aperto), le proiezioni passate o future, le descrizioni di mondi alternativi in cui a dominare sono l’apocalisse o la violenza di un regime che soggioga e schiaccia i subalterni come ogni regime, non hanno nulla a che fare con la distopia, ed è lo stesso Volodine a suggerircelo in un’intervista rilasciata un anno fa: “Personalmente, non ho mai ho mai inteso scrivere dei testi distopici, né ho mai riflettuto sul problema […]. Io scrivo a partire dalla memoria storica e dagli echi che quest’ultima suscita nei miei sogni e in quelli dei miei personaggi e dei miei narratori. […] Niente di distopico, dunque, negli universi che compaiono nel mio progetto letterario, o, per meglio dire, negli universi descritti libro dopo libro nell’edificio post-esotico della mia opera. Soltanto una visione onirica del nostro immane fallimento collettivo” (Mignola e Russo del Vivo, 2016).
La distopia, infatti, aggiungiamo per chiudere, nascendo come concetto oppositivo rispetto alla matrice utopistica, e avendo come scopo anche l’estremizzazione dell’attuale nel tempo remoto e posteriore del chissà quando, suggerisce per sua natura che ancora siamo in tempo per cambiare le cose e provare a fare altrimenti. Ma in Volodine, come sappiamo, il tempo non esiste più, perché esiste soltanto il fallimento.

Letture
  • Manuela Draeger, Undici sogni neri, Clichy, Firenze, 2013.
  • Luca Mignola e Antonio Russo De Vivo, Intervista a Antoine Volodine, in «Ô metis», n. 6, 2016.
  • Antoine Volodine, Scrittori, Clichy, Firenze, 2013.
  • Antoine Volodine, Angeli minori, L’Orma, Roma, 2016a.
  • Antoine Volodine, Terminus radioso, 66thand2nd, Roma, 2016b.
  • Antoine Volodine, Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, 66thand2nd, Roma, 2017.