Riecco Papini, precursore
del realismo metafisico
 


Dopo decenni di ingiusto oblio, Giovanni Papini (Firenze, 1881-1956), uno degli scrittori e intellettuali italiani più prolifici del Novecento, è protagonista di una meritata riscoperta. L’uscita per le fiorentine Edizioni Clichy di tutti i suoi racconti, da quelli metafisici (“novelle o elegie, o colloqui, o favole filosofiche, o fantastiche liriche” come le definisce l’autore nella prefazione alla secondo edizione) de Il tragico quotidiano (1906) e Il pilota cieco (1907), amatissimi – lo vedremo – da Borges, fino ai racconti di fantasia geografica e antropologica, moraleggianti e satirici nello spirito di un nuovo Luciano di Samòsata, è solo l’evento più recente di una serie di ristampe e riproposte: dall’autobiografico Un uomo finito (2014) a Dante vivo (2016), da Gog a Il Diavolo, fino al Crepuscolo dei filosofi, uscito nel 2022 a centoventi anni dalla prima edizione. Chi ama il genere fantastico-metafisico-paradossale-misterioso alla Ernst Theodor Amadeus Hoffman, alla Edgar Allan Poe, alla Oscar Wilde, alla Franz Kafka, non può lasciarsi sfuggire questi racconti straordinari.

Riguardo a Hoffman, il personaggio del racconto Una morte mentale (da Il pilota cieco), Otto Kressler, inventore di una nuova modalità di suicidio, “pareva la caricatura di un’apparizione hoffmaniana. Orbite profonde, incredibilmente profonde, con due bagliori in fondo; naso lungo, curvo, spirituale; bocca sinuosa ma non d’espressione femminile e voluttuosa, bensì sarcastica e amara”.
È invece molto kafkiana la situazione nella quale il protagonista del racconto Chi sei? (da Il pilota cieco) si accorge di non ricevere più lettere: l’interruzione del flusso epistolare gli genera un’ansia che, in termini contemporanei, è l’equivalente dell’odierno panico da disconnessione causato dal forzato distacco da internet e dai social. È uscito di casa, gli amici non lo riconoscono più. Uno scherzo? Un tragico rovesciamento della dimensione heimlich nel suo contrario, l’unheimlich? Non diremo come finisce: leggere questo racconto vale assai la pena. Come nota Raoul Bruni nella sua ottima e istruttiva introduzione a questo volume, “la prefazione a Il tragico quotidiano può considerarsi uno dei manifesti teorici più importanti e originali del fantastico primonovecentesco. Papini anticipa alcuni aspetti centrali del famoso saggio di Sigmund Freud Das Unheimliche, a cominciare dalla dialettica tra Heimlich (‘abituale’ ‘familiare’) e Unheimlich (‘perturbante’)”.

A proposito di Freud, nel racconto la vita di Nessuno, riproposto in questa raccolta, a narrare in prima persona la propria biografia è un feto, dal concepimento fino alla nascita. Come precisa Raoul Bruni, la vita di Nessuno, uscita nel 1912, è la prima opera della nostra letteratura per cui si possa parlare di freudismo. È in anticipo anche sul Kotik Letaev di Andrej Belyj, il Joyce russo, uscito a puntate tra il 1915 e il 1917 e pubblicato per la prima volta nel 1922. Il romanzo di Belyj narra la vita prenatale e dell’infanzia più remota; un’esperienza che prefigura, però, quella dell’umanità. È comunque difficile parlare di modelli, nel senso diretto del termine, per questi racconti papiniani. Quella di Papini è una nuova prospettiva che rovescia certi modelli ottocenteschi, come vedremo meglio nel caso di Due immagini in una vasca (Il pilota cieco) e de Il ritratto profetico (Parole e sangue).
Leggendo racconti come Chi sei? o Non voglio più essere quello che sono, o Il prigioniero di sé medesimo, incentrati sulla perdita o sul conflitto d’identità, non si può fare a meno di pensare a Luigi Pirandello, anche se nell’ambito del fantastico Papini si impone prima dello scrittore siciliano, “la cui produzione più strettamente fantastica sarà valorizzata solo tardivamente” (Raoul Bruni) e comunque, i conflitti identitari sottesi ad alcune opere narrative pirandelliane come Il fu Mattia Pascal (1904) o Uno, nessuno e centomila (1927) si dipanano in contesti molti più realistici, e lontani dal fantastico in senso stretto. Come ricorda Stefano Lazzarin è il precursore di un genere che troverà piena prosecuzione in Massimo Bontempelli, Alberto Savinio, Tommaso Landolfi, Dino Buzzati, Italo Calvino, per citare solo alcuni dei principali alfieri novecenteschi del fantastico italiano (cfr. Lazzarin, 2010). Ed è Italo Calvino stesso a sottolineare questo primato di Papini: nella recensione a un’antologia di racconti fantastici, Calvino considera il Pilota cieco (1907) come “il momento in cui il fantastico italiano si stacca dai modelli ottocenteschi e diventa un’altra cosa (o molte altre cose)”.

Un autore dimenticato
Uno dei racconti di Giovanni Papini che possiamo leggere in questo libro dà anche il titolo (Lo specchio che fugge) a uno dei volumi della Biblioteca di Babele, “collana di letture fantastiche diretta da Jorge Luis Borges”, edita da Franco Maria Ricci. Alla fine dell’introduzione Borges avanza il sospetto che “Papini sia stato immeritatamente dimenticato” (Papini, 1975). È più che un sospetto: è un dato oggettivo, e ce lo conferma Raoul Bruni:

“In Italia, l’ultima edizione complessiva dei racconti uscì oltre sessant’anni fa, all’interno del volume mondadoriano Poesia e fantasia del 1958. Erano gli anni in cui, dopo essere stato protagonista delle nostre scene letterarie per vari decenni, Papini iniziava a essere rimosso dal canone letterario, in primo luogo per la sua nota compromissione con il regime fascista. Anche dopo il repêchage di Borges, le riproposte editoriali del Papini narratore saranno sempre molto parziali e perlopiù limitate alle antologie di genere”.

L’ultimo grande editore che recuperò i racconti di Papini (scelti dai primi libri dello scrittore fiorentino: Il tragico quotidiano, Il pilota cieco e Parole e sangue), fu Sellerio che nel 1992 ristampò l’antologia Strane storie allestita dallo stesso Papini per Vallecchi nel 1954. Lo specchio che fugge è un breve racconto tra il filosofico e il surreale, ambientato in un treno, un dialogo tra l’autore e un ignoto passeggero (definito Signor Uomo) che elogia il progresso e il futuro, le leopardiane “magnifiche sorti e progressive” (Leopardi, 2013). La risposta dell’autore all’ottimismo dell’Uomo conduce a una riflessione sul tempo e sulla vana proiezione in avanti delle attese, vana perché il futuro “non esiste come futuro” ma – in quanto attualità continua – “non è che una creazione e una parte del presente”. È lo specchio che fugge, questa corsa verso giorni che in realtà non portano a nient’altro che alla morte.

“Immaginate, uomini, una cosa impossibile, una cosa assurda, pazza, incredibile e terribile. Immaginate che tutto il mondo si fermasse ad un tratto, in un certo istante, e che tutte le cose restassero in quel punto in cui erano e che tutti gli uomini diventassero immobili, quasi statue, in quella posa in cui erano in quel momento, in quell’atto che stava compiendo… Se questo accadesse e che nonostante tutto ciò continuasse ancora negli uomini il pensiero, ed essi potessero ricordare e giudicare quello che fecero e quello che stavano facendo, e potessero considerare tutto quello che hanno compiuto fin dalla nascita e ripensare a quello che avrebbero potuto compiere prima della morte, immaginatevi quale disperazione brucerebbe sotto il tragico silenzio di questo mondo arrestato all’improvviso! […] Gli uomini pensano il futuro, vivono per l’avvenire, consacrano perpetuamente tutti gli oggi a dei domani che devono venire. Ogni uomo non vive che per quello che prevede, aspetta e spera. Tutta la sua vita è fatta in modo che ogni instante ha valore per lui soltanto in quanto egli sa che questo istante prepara un istante successivo, ogni ora un’ora che verrà ogni giorno un giorno che seguirà. Tutta la sua vita è fatta di sogni, d’ideali, di progetti, di aspettative -tutto il presente è fatto di pensieri intorno al suo futuro. Tutto quello che è, ch’è presente, ci sembra oscuro, meschino, insufficiente, inferiore, e noi ci consoliamo soltanto pensando che tutto questo presente non è che una prefazione, una lunga e noiosa prefazione al bel romanzo dell’avvenire”.

Il brano che abbiamo citato de Lo specchio che fugge suggerisce echi della teoria leopardiana del piacere, e come nota ancora Raoul Bruni, alle Operette Morali di Leopardi è da ricollegare la predilezione di Papini per il dialogo filosofico che, soprattutto nelle prime raccolte a partire da Tragico quotidiano, prevale sulla pura narrazione.

Lo specchio e il Doppio
Lo specchio è una metafora che ritorna nei racconti di Papini. In Due immagini in una vasca, tratto da Il pilota cieco, l’io narrante (Papini stesso) incontra la sua immagine, il suo io di sette anni prima. Ne rivede il volto riflesso sull’acqua di una vasca nel giardino che era tornato a visitare dopo tanto tempo:

“Volsi ancora l’occhio alla vasca e contemplai di nuovo la sua immagine riflessa sul cupo fondo. In un momento mi accorsi della verità: la sua immagine rassomigliava perfettamente a quella ch’io riflettevo sette anni innanzi!”.

Si tratta di un rovesciamento del mito di Narciso: l’incontro con la propria immagine del passato, lungi dal generare un amore irresistibile, scatena nell’io attuale un trauma dovuto alla difficoltà di identificarsi in quello che si era soltanto qualche anno prima e che risulta quasi un alter ego irriconoscibile:

“La sua testa era ancor tutta piena di quel romanticismo generico, a grandi masse, fatto di chiome disordinate, di montagne maledette, di foreste oscure, di tempeste e di battaglie con rullio di tuoni e di tamburi e il suo cuore si disfaceva in quel pathos germanico (fiori azzurri, luna tra le nubi, tombe di fidanzate caste, cavalcate serali, ecc.) del quale vivevano gli smilzi bellimbusti malinconici e le signorine bionde”.

Insomma, “venne dunque un giorno in cui l’odio contro quel passato me stesso non seppe più contenersi. Io gli dissi allora con molta fermezza che non potevo più vivere con lui e che dovevo fuggire la sua compagnia per vincere il mio disgusto”. Pur non anticipando nulla sulla conclusione del racconto, si può ben immaginare che uno dei due “io” sopprime l’altro. Il tema del Doppelgänger, l’incontro con sé stessi, con un’immagine che è il nostro doppio, la nostra copia, spesso perturbante, è già in Edgar Allan Poe: il tema di Due immagini in una vasca sembra riprendere il racconto William Wilson di Poe, ma la differenza è nella diversa reazione psicologica dei protagonisti: quello del racconto di Papini non prova terrore o spaesamento, anzi è stupito fino a un certo punto perché “solo l’impossibile diventa qualche volta reale”. Nel Ritratto profetico (da Parole e sangue) il parallelo con il Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde è solo di traccia tematica: a differenza di quanto accade in Wilde, nel racconto di Papini, il protagonista non si riconosce affatto nel ritratto, anzi lo odia a tal punto da volerlo distruggere, salvo poi rendersi conto, con il passare degli anni, che quel ritratto gli somiglierà, invece, perfettamente.
Per quanto riguarda il rapporto con Edgar Allan Poe, il maestro di tutti i narratori del terrore e del misterioso, è importante rileggere quello che lo stesso Papini scrive in una delle tre prefazioni a Il tragico quotidiano:

“Io mi sono proposto di suscitare la meraviglia e lo spavento ma non ho voluto ricorrere alle strane avventure e alle eccezionali invenzioni come hanno fatto coloro che sono conosciuti col nome di novellieri fantastici. Il meraviglioso e il terribile di codesti racconti – e neppure il gran Poe fa eccezione – sono il resultato di qualcosa di straordinario ma esteriore, quasi sempre, alle anime dei personaggi. […] Io voluto far scaturire il fantastico dall’anima stessa degli uomini, ho immaginato di farli pensare e sentire in modo eccezionale dinanzi a fatti ordinari. Invece di condurli in mezzo a peripezie bizzarre, in mondi non mai veduti, in mezzo ad avvenimenti incredibili, li ho posti davanti ai fatti della loro vita ordinaria, quotidiana, comune, ed ho fatto scoprire a loro stessi, tutto quello che c’è in essa di misterioso, di grottesco, di terribile”.

Sostenibilità ante litteram
Non pochi racconti di Papini sono di un’attualità sconcertante. In particolare i racconti La legge contro i poeti e La rivolta dei ragazzi, pubblicati in Buffonate, una delle raccolte più originali di Papini, uscita in prima edizione nel 1914, una serie di “interviste immaginarie, dialoghi inverosimili, satire moderne, avventure di socco e coturno, storie straordinarie di uomini ordinari e ritratti di sicure imbecillità” come spiega lo stesso Papini in una lettera ad Ardengo Soffici del 16 febbraio 1914, citata da Raoul Bruni. Ne La legge contro i poeti, un deputato promette un disegno di legge che mira a proibire per cinquant’anni la stampa e la diffusione di ogni genere di opera in versi. Le motivazioni? A parte quella di impedire il profluvio di opere inutili e di scarso valore, le ragioni sono anche di natura ecologica e attinenti alla sostenibilità come si direbbe oggi:

“Tu sai che il prezzo della carta sta salendo continuamente e sai pure che la maggior parte della carta che si adopra oggigiorno è fatta di pasta di legno. In cinquant’anni, calcolando cinquecento volumi all’anno tirati a duemila copie, io riduco il consumo di tutte quelle tonnellate di carta che sarebbero necessarie per stampare cinquanta milioni di copie. Ammesso che ogni volume pesi in media quattrocento grammi, io faccio risparmiare ventimila tonnellate di carta, vale a dire, se non sbaglio, parecchi boschi. Non è vero scandalo vedere questi poetini cantare la bellezza della campagna, delle foreste e degli uccelli, proprio su quella carta che importa diminuzione di piante e perciò anche di uccelli?”.

Altrettanto attuale, ma decisamente più ironico, è La rivolta dei ragazzi. Questo racconto è in un certo senso il gemello narrativo del pamphlet Chiudiamo le scuole uscito nel 1914, lo stesso anno di pubblicazione di Buffonate, il libro che contiene questo e altri fra i migliori racconti di Papini. Mentre legge la Persuasione di Carlo Michelstaedter, Papini si accorge di un ragazzino di dodici o tredici anni tutt’al più, vestito alla marinara, e intento a scrivere. Rotti gli indugi, riesce ad aprire un dialogo col giovanissimo interlocutore che gli comunica di aver appena fondato una Lega dei Ragazzi: ne sta appunto abbozzando un Manifesto. L’obiettivo della Lega non è solo l’abbandono delle scuole:

“L’abbandono delle scuole non è che una conseguenza. È anche una protesta ma nulla di più. La nostra idea è più alta, più grande, più nobile. Noi vogliamo fare per i bambini quel che le femministe fanno per le donne. Vogliamo proclamare, conquistare e difendere i diritti della fanciullezza! Noi per primi ci siamo accorti dello stato di abbassamento e di schiavitù in cui siamo tenuti e vogliamo che sia riconosciuta e rispettata la nostra individualità”.

Alla fine di tutte queste rivendicazioni, di questi proclami rivoluzionari, “il piccolo apostolo tacque e fece il viso rosso. Mi voltai. In fondo al viottolo era apparsa una signora, attempata, abbrunata, accigliata. Il ragazzo si alzò e le scappò incontro senza neppur salutarmi. -Mamma! Mamma! Eccomi qua!”. Così finiscono le rivoluzioni…

Le influenze su Borges
Un altro racconto – non a caso tra quelli scelti da Borges per la Biblioteca di Babele – è Il mendicante di anime nel quale Papini narra “un’altra scoperta, quella dell’anonimo e generico individuo che è l’uomo comune” (Borges, 1975). È la storia di uno scrittore che, in cerca di spunti per una novella, decide una sera di fermare uno sconosciuto che gli racconti la sua vita. L’obiettivo, infatti, è quello di trarre ispirazione dalle vicende di un uomo comune, un uomo come tutti noi. L’individuo nel quale finalmente si imbatte lo scrittore, comincia, dopo non poche esitazioni e paure, vista la stranezza della richiesta, a descrivere la propria vita: è la vita normale, regolare di un perfetto cittadino, sposato, due figli, lavoro fisso, tipica e tranquilla routine da travet. La paradossalità del racconto sta nella meraviglia/incredulità con cui Papini reagisce alla narrazione dello sconosciuto:

“Ecco – dissi fra me – il famoso uomo normale e comune in nome del quale i medici austeri ci disprezzano e ci condannano come dementi e degenerati! Eccolo l’uomo modello, l’uomo tipo, il vero eroe dei nostri giorni. La piccola ruota della grande macchina, la piccola pietra della gran muraglia – l’uomo che non si nutre di sogni malsani e di pazze fantasie”.

Questo racconto dà fra l’altro la misura di come Papini, sul piano stilistico, riesca a creare un’atmosfera di attesa e tensione surreali su un motivo in apparenza semplice, se non fosse per il rovesciamento paradossale della figura del questuante che ferma i passanti per chiedere un’elemosina sotto forma di racconto… L’ultima visita del gentiluomo malato sembra anticipare incubi contemporanei di una distopia virtuale, da metaverso, stile Matrix. È la storia di un giovane che vive solo perché qualcuno lo sta sognando:

“Quando quest’uno ha cominciato a sognarmi ho cominciato ad esistere; quando si sveglierà cesserò di esistere. Io sono una sua immaginazione, una sua creazione, un ospite delle sue lunghe fantasie notturne. Il sogno di quest’uno è talmente duraturo e intenso ch’io son divenuto visibile anche agli uomini che vegliano”.

Questa è una delle favole papiniane che ha ispirato a Borges alcuni dei suoi racconti. Per esempio, L’altro (che inaugura la raccolta Il libro di sabbia, del 1975, lo stesso anno dello Specchio che fugge), sviluppa il motivo di Due immagini in una vasca, l’incontro dell’io narrante maturo con il doppio giovanile di sé stesso. E L’ultima visita del gentiluomo malato di Papini ispira Le rovine circolari, uno dei racconti più famosi di Finzioni (1944). Borges incluse il racconto di Papini sia nell’Antologia della letteratura fantastica (1940) curata con Silvia Ocampo, sia nel Libro dei Sogni (1976). Entrambi i racconti si basano sull’idea che l’esistenza di un personaggio dipenda da colui che la sta sognando.

Infine, un breve accenno al racconto La città della gioia (da Le pazzie del poeta) caratterizzato da una costumanza che ci riporta ai nostri giorni: nella “bellissima” città di Lausia – retta da un triumvirato costituito da un filosofo, da un poeta e un sacerdote – tutti gli abitanti sono obbligati a portare una maschera. Questo perché “le leggi della repubblica punivano severamente la malinconia e, con pene più dure, la disperazione. Chi fosse, per caso, – e il caso era rarissimo – di umore nero doveva nascondersi come un colpevole”.

Letture
  • Andrej Belyj, Kotik Letaev, Franco Maria Ricci, Parma, 1973.
  • Stefano Lazzarin, Una magia «troppo irrimediabilmente intelligente»: Papini, Bontempelli e il fantastico novecentesco, Bollettino ‘900, n. 1-2 / I-II Semestre 2010.
  • Giacomo Leopardi, La ginestra in Opere, Utet, Torino, 2013.
  • Giovanni Papini, Lo specchio che fugge, La Biblioteca fantastica, Franco Maria Ricci, Parma, 1975.
  • Giovanni Papini, Strane storie, Sellerio, Palermo, 1992.
  • Giovanni Papini, Un uomo finito, Mondadori, Milano, 2014.
  • Giovanni Papini, Dante vivo, La scuola di Pitagora editrice, Napoli, 2016.
  • Giovanni Papini, Gog, La scuola di Pitagora editrice, Napoli, 2017. 
  • Giovanni Papini, Il diavolo, Gog Edizioni, Roma, 2018.
  • Giovanni Papini, Il crepuscolo dei filosofi, Gog Edizioni, Roma, 2022.