Gauchos, letteratura
e tradizione

Ultimamente, grosso modo a partire da quando è diventata una professione, la letteratura ha vissuto degli aggiustamenti che l’hanno portata a diventare un argomento da salotto snocciolabile tra una cosa e l’altra, sotto il dettame della leggerezza di cui necessitano il mercato e i consumatori, copia sbiadita e volgare di quelle bestie monastiche che sono i lettori. Il dibattito è lungo, e nonostante l’avverbio “ultimamente” usato in apertura non nasca oggi, né domani avrà conclusione: perché sempre proviene dalle malinconie dei “bei tempi di una volta”. Fatto sta che da quando gli scrittori (alcuni) sono stati promossi al rango di mondani opinionisti ammantati di un’autorevolezza da spendere preferibilmente alla tv, capita spesso di imbattersi in libri fatti su misura per un pubblico svogliato, pronto soprattutto a sottrarsi a una stancante lotta ermeneutica con le pagine. Per dirla in altri termini, sembra che il lettore voglia identificarsi con le storie che incontra, trovare tra le pagine un ambiente familiare in cui muoversi comodamente e trovare magari sogni più o meno melensi e a buon mercato, scansando il rischio di incontrare ostacoli nascosti, tornanti, precipizi o asperità.

Seguire a ritroso la scia di un gancio alla mandibola
Della leggibilità dell’opera a tutti i costi, della subordinazione dell’autore all’industria culturale e al mediocre appetito del lettore massificato, ci hanno parlato e ci parlano in tanti. Lo ha fatto anche Roberto Bolaño nella conferenza I miti di Cthulhu, capitolo di chiusura della raccolta di racconti (cinque) e conferenze (due) Il gaucho insopportabile, primo libro pubblicato dopo la morte dello scrittore, avvenuta nel 2003, e tradotto da Adelphi in un volume il cui risvolto non esita a parlare di “testamento spirituale e letterario” dell’autore. In una conferenza, un Bolaño ironico e rancoroso affronta il tema fin qui discusso sullo scenario della letteratura latinoamericana, i cui maestri riconosciuti sembrano ormai essere celebrità come Isabel Allende, Luis Sepúlveda e Tomás Eloy Martínez, usurpatori di un trono che invece spetterebbe a gente come Jorge Luis Borges, Macedonio Fernández, Juan Carlos Onetti, Juan Rulfo, José Revueltas, Julio Cortázar, Adolfo Bioy Casares, ma anche Jorge Ibargüengoitia, Manuel Puig e Roberto Arlt. Non è un caso che nella conferenza Bolaño citi anche Arlt tra i più illustri esponenti della letteratura latinoamericana del Novecento: lui che in vita si era scagliato contro la letteratura salottiera dalla facile fruizione e che già negli anni Trenta, per contrastare la deriva verso la leggibilità-a-tutti-i-costi e preconizzare con ironico ottimismo un cambio di rotta, nell’ormai celebre prologo del suo romanzo I lanciafiamme scriveva: “Il futuro è nostro, grazie alla forza schiacciante del lavoro. Creeremo la nostra letteratura, non restandocene a chiacchierare continuamente di letteratura, bensì scrivendo, in orgogliosa solitudine, libri che racchiudono la violenza di un gancio alla mandibola” (Arlt, 2015).

Come Arlt, Bolaño disprezza la letteratura facile e vuole prendere il lettore (il vero poliziotto) a pugni in faccia, anche se in maniera diversa rispetto al collega argentino. Come Arlt, Bolaño pensa che i libri non debbano essere strade conosciute, bensì tragitti da percorrere con attenzione, rigore e l’occhio attento a cogliere i dettagli nascosti nelle trame della narrazione; dettagli che sono riferimenti, citazioni, incastri, evocazioni: insomma atti volontaristici con cui collocarsi in una tradizione che di certo non è quella di Allende o Sepúlveda. Spesso, infatti, la narrativa di Bolaño si presenta alla lettura come un duplice ambiente le cui zone comunicano tra loro facendosi costitutive l’una dell’altra: da una parte ci sono la storia e i personaggi, spesso simili se non gli stessi nei vari libri dell’autore; dall’altra c’è una lunga serie di rimandi al modello, o meglio ai modelli, che dimostra una tensione inarrestabile (di acquisizione o di rivolta non importa) verso la tradizione letteraria. In sostanza, detto e pensato brutalmente, l’opera di Bolaño può forse essere considerata come una nazione autonoma, con leggi e norme precipue, che sottostà però ai dettami superiori, in termini amministrativi e non ontologici, di un sistema di diritto internazionale costruito anche e soprattutto per tenere insieme l’intera tradizione (latinoamericana in questo caso) in un’unica e complessa idea di sintesi.

Nel volume appena pubblicato da Adelphi, leggiamo anche dei racconti che chiariscono quanto si va dicendo. Si prenda quello che dà il nome alla raccolta, Il gaucho insopportabile, storia che già nel titolo riconosce la sua filiazione: 1) la figura del gaucho, appunto, che secondo Rosalba Campra rappresenta uno dei tre “archetipi dell’emarginazione” (Campra, 2013) della letteratura ispanoamericana, insieme all’indio e all’immigrante; 2) l’opera di Borges, grande maestro delle lettere di lingua ispanica che anche dal gaucho ha tratto ispirazione per far letteratura. Il racconto sembra fatto apposta per collocarsi in una tradizione, se è vero che proprio tra le sue pagine il modello di Borges, nella fattispecie nel racconto Il Sud (2003), è espressamente citato, poi riformulato, dall’autore cileno. E sembra fatto apposta perché si possa pensare con altri strumenti (la finzione narrativa) alla destituzione dei legittimi sovrani della letteratura latinoamericana, così come si dice nella conferenza I miti di Cthulhu. Vediamo come.

Vecchi e nuovi eroi della pampa
Nel racconto Il gaucho insopportabile assistiamo alle vicende di Pereda, avvocato porteño che, dopo la crisi finanziaria argentina e le conseguenti ricadute sul suo patrimonio, lascia Buenos Aires per trasferirsi in campagna, alla ricerca della selvatichezza dimenticata nella vita urbana, e abbracciare la vita e l’etica del gaucho. Giunto in una pampa ormai addomesticata, in cui scarseggiano vacche e cavalli ma abbondano conigli feroci, l’avvocato tenta con tutti i suoi mezzi residui di percorrere l’aspra via della vita rurale, trovandosi però al cospetto di un ambiente popolato da timidi gauchos che “avevano venduto i loro cavalli al mattatoio e ora andavano a piedi o in bicicletta o facevano l’autostop”. Gauchos ormai dimentichi della tradizione, del lazo e del coltello. Gauchos ai quali Pereda dice, appena prima di tornare deluso a Buenos Aires dopo tre anni: “Stiamo perdendo la memoria”. Di nuovo nella capitale, Pereda incontra un gruppo di scrittori (“che in realtà sembravano lavorare per un’agenzia pubblicitaria”) seduti al tavolino di un bar e intenti a dissertare di letteratura universale. Uno di questi, acceso dallo sguardo torvo di Pereda e dalla coca, lo sfida a duello, e si ritrova il coltello del gaucho-avvocato piantato nell’inguine. In breve: l’avvocato abbandona la vita urbana per diventare gaucho, ma la pampa non è più quella di un tempo; così torna in città e proprio lì, portatore di parte di una tradizione morente, vilipesa dalle chiacchiere di quattro scrittorucoli cocainomani, fa col suo coltello ciò che facevano i gauchos.

In questo racconto, mentre Bolaño segue le tracce di Borges, Pereda fa lo stesso con Dahlmann, il protagonista del succitato racconto Il Sud, storia gauchesca per eccellenza che ci racconta le gesta di un segretario della biblioteca comunale di Buenos Aires che, dopo una setticemia e la successiva operazione, va a passare la propria convalescenza in una tenuta del Sud. Arrivato nell’ultimo paese servito dalla ferrovia si ferma in un’osteria, a rifocillarsi e leggere in solitudine Le mille e una notte al tavolino, tre guappi lo prendono di mira finché lui non decide di affrontarli. Uno dei tre afferra minaccioso una lama, e dal fondo dell’osteria un gaucho solitario lancia al protagonista offeso il suo coltello: “Era come se il Sud avesse deciso che Dahlmann accettasse il duello”. Sia ne Il Sud che ne Il gaucho insopportabile, una disgrazia provoca il trasferimento del protagonista, in entrambi i casi questi ritrova la via della pampa, in entrambi i casi il gaucho rivive in loro tramite un coltello. Ma se ne Il Sud tutto avviene in una realtà campestre che ancora combatte per appartenere alla sua tradizione, ne Il gaucho insopportabile il contesto è ormai cambiato, e ha lasciato il posto a un mondo imbolsito, chiacchierone e rassegnato in cui soltanto le lame, sembra, continuano a portare con sé la tradizione. Ecco la continuità tra la conferenza I miti di Cthulhu e il racconto Il gaucho insopportabile, continuità che va cercata nella malinconica e irata necessità (non quella degli inveterati conservatori) di rendere omaggio alla vera tradizione, in letteratura ma non solo.

Letture
  • Roberto Arlt, I lanciafiamme, Sur, Roma, 2015.
  • Jorge Luis Borges, Finzioni, Adelphi, Milano, 2003.
  • Rosalba Campra, America Latina: l’identità e la maschera, Arcoiris, Salerno, 2013.