Di amore, libertà,
poesia e anarchia

Un anarchico pieno di amore e di difetti. Un libertario che credeva nell’anarchia come perfezionamento della democrazia. Borghese per nascita, cattolico per cultura, disobbediente per vocazione. Libero, di una libertà autentica, febbrile, disperata. Poeta, cantastorie, intellettuale, uomo. Fabrizio De André ha abitato il mondo, dai vicoli di Genova ai monti della Gallura fino a ogni stanza e graffio sul giradischi e punta di dita e corda di chitarra e onda di mare, restituendone in versi ogni sussulto, riuscendo a cantare, senza pietà o censura, i dolori delle anime perse, i peccati degli ultimi, le loro preghiere smisurate, le loro bestemmie. Agli ubriaconi, alle prostitute, agli assassini, ai ladri, respinti o solo ignorati da quella maggioranza superba e meschina che semplicemente sta, immobile, ha concesso l’irriverenza di esistere per sempre, come si fa con le vite dei santi o degli eroi. E di Santi senza Dio, va detto, la sua discografia è piena.


Luca Marinelli nei panni di Fabrizio de André.

Ascoltava Georges Brassens, De André, leggeva Michail Bakunin ed Errico Malatesta, imprecava nei suoi testi – a volte rabbioso, a volte profondamente ironico, sempre sofferente – contro l’ipocrisia, l’avidità, contro l’odio, le etichette, contro una morale che eccede nel giudizio, ma difetta nella comprensione. In un mondo di allodole ben piantate sui rami, Fabrizio De André era un pipistrello che stava comodo solo se a testa ingiù.
Non c’è dubbio che la sua musica, la sua intera vita, perché separarle sarebbe impossibile, può essere letta come un’eccezionale antologia sulla ribellione, quella individuale contro il padre e quella sociale contro il sistema, e sull’amore, sacro, estremo, viscerale. Una raccolta di cattive e umanissime storie, testimonianza di scelte tanto sventurate quanto necessarie, come la morte o il perdono, nelle quali, tuttavia, è sempre possibile scorgere la luce fulgida della libertà e del libero arbitrio. A far trionfare una volontà e una dignità spezzata, ma mai vinta.

A volere trasferire questo universo, le sue persone, i suoi personaggi, il tempo e i molteplici spazi del reale, ma anche tutte le emozioni e le note e le parole di Fabrizio De André in un’opera di finzione si rischia di farne un’agiografia o, peggio, una caricatura con le sue parrucche posticce, gli estenuanti monologhi a voler racchiudere decenni, le inflessioni dialettali forzate, le voci fuori campo, una cortesia didascalica nei riguardi di uno spettatore che si presume essere sempre un passo indietro. Le biografie sono sempre state un terreno accidentato, al cinema come in televisione, non si può mica pensare di competere con la realtà, né tantomeno con la complessità di certe singolarissime esistenze.

Luca Marinelli con Matteo Martari che interpreta Luigi Tenco.

Fabrizio De André – Principe libero
, la mini-serie Rai, diretta da Luca Facchini e scritta da Giordano Meacci e Francesca Serafini, bisogna dirlo subito, non è un biopic, almeno non nel senso più tradizionale del termine. Piuttosto, come l’hanno definita i suoi sceneggiatori, è una canzone dedicata al loro personalissimo Faber, quello conosciuto un novembre di 26 anni fa in occasione della realizzazione del libro La lingua cantata. Di quell’incontro e della ragione che li ha convinti a farne un film, ci parlano proprio Francesca Serafini e Giordano Meacci, presenti sul set a fianco al regista, una rarità per chi lavora dietro una scrivania davanti al proprio pc.

“Il ricordo più vivo di quel giorno è Fabrizio, appunto. Soprattutto. Fabrizio che – a differenza dei miti che (terrore dello stesso Faber con Brassens) ti possono deludere incontrandoli – ne è uscito invece più curioso e umano e geniale e spiazzante di quanto avremmo mai potuto inventarci e immaginare noi. Fabrizio che alla fine del concerto riceve tutti – ripetiamo: tutti – quelli che vogliono conoscerlo e parlare con lui. Fabrizio che nel ricordo dilata il tempo trasformando quella chiacchierata in una consuetudine, in un’amicizia distante che noi rinnoviamo ogni volta che la ricordiamo.
All’inizio eravamo naturalmente spaventati al pensiero di raccontare Fabrizio. Ci ha convinto l’idea che ci è venuta di come poterlo raccontare. Perché: finché non è arrivata la forma giusta, la chiave d’ingresso che potesse rendere quel personaggio interessante e emozionante indipendentemente dalla figura reale del vero Fabrizio De André, non potevamo capire se eravamo o no in grado di raccontarlo, appunto. Tutto, come sempre, non dipende da cosa, ma da come”.

Sono sempre gli autori a spiegarci come si è concretizzata l’idea di Fabrizio De André – Principe libero:

“Questo è un progetto nato in modo particolare: con Dori Ghezzi che ha dato fiducia a un intero gruppo di lavoro; e quindi è stato in un certo senso naturale portarlo a termine in modo corale insieme con Luca Facchini che firma la regia. Poi: vedere vivi e in scena i personaggi che hai sognato (in questo caso si potrebbe scrivere immaginato dal vero), soprattutto quando a interpretarli sono attrici e attori straordinari (non possiamo che ringraziarli: tutte e tutti loro) è sempre un’emozione straniante che ci rincuora”.

In questo biopic, o meglio in questa canzone, come si è detto, la verità, risultato di un lungo e dettagliato lavoro di documentazione, che ci mostra le tappe più importanti della formazione personale e artistica di De André, viene abilmente incastonata in un universo finzionale, carico di simboli e figure retoriche, che ne fanno, per forza di cose, una traduzione orgogliosamente imprecisa, fedele allo spirito più che alla lettera, avrebbe detto il saggista Luciano Bianciardi.

Un racconto apocrifo che procede per metonimie e sineddoche, la parte per il tutto, il contenente per il contenuto, come fosse il frutto di una memoria distorta, un po’ ballerina, che combina i momenti, le persone, lasciando però intatte le emozioni e il sentire. Così, il personaggio di Paolo Villaggio rappresenta sì l’attore amico di De André, ma anche tutte le altre frequentazioni di quel periodo e, ancora, Luigi Tenco non è solo il cantautore ligure, ma è la sintesi della Scuola genovese, e, dunque, accoglie su di sé nomi come Gino Paoli, Bruno Lauzi, Sergio Endrigo, Umberto Bindi. A questo proposito abbiamo chiesto agli autori se questa sia stata una scelta stilistica, ben chiara sin dal principio, o, invece, una necessità drammaturgica in corso di scrittura e quali rinunce ciò abbia comportato.

“Fin dall’inizio abbiamo capito che non potevamo affrontare punto per punto le vicende biografiche (con tutto quello che comporta) di Fabrizio De André. Il rischio opposto era quello di trasformare in funzioni i personaggi che accorpano nella storia varie suggestioni e periodi. L’unica soluzione era quella – sperando di esserci riusciti – di dare tridimensionalità ai personaggi raccontati in quell’universo di finzione in cui Luca Marinelli è Fabrizio e Gianluca Gobbi è quel Paolo lì. Non parleremmo di vere e proprie rinunce, dal punto di vista estetico della sceneggiatura: perché ogni ellissi consapevole dà più forza a quello che viene messo in scena e che resta. Le rinunce affettive (alcune persone fondamentali nella biografia di Fabrizio) sono evidentemente costate molto di più a Dori Ghezzi: che però da subito è stata persuasa dalle necessità drammaturgiche. Da questa doppia percezione è poi venuto il film così come lo volevamo”.

Fabrizio, Bigio, Bi, Faber ha in questo universo fittizio l’aspetto e la voce di Luca Marinelli, ne indossa i vestiti, ne assume pose e atteggiamenti, la sigaretta sempre accesa in una mano, il bicchiere vuoto nell’altra, ma non lo imita, piuttosto ne comprende le intenzioni, ne riconsegna i turbamenti e i conflitti interiori, la coscienza diffratta: “il marito con moglie e figlio che fa finta di niente, l’uomo innamorato di Dori che vorrebbe stare solo con lei, il cantante che più si espone e meno viene capito, quello che guarda dal basso e giudica gli altri te”. Vicino tanto da sembrarne, in alcune scene, la copia perfetta, ma distante e già altro. Un’interpretazione che nasce dallo stesso rispetto e dalla medesima vivacità creativa che De André usava per le traduzioni di Bob Dylan o Leonard Cohen. Non si può, in fondo, ridurre un’esperienza artistica in un asfittico articolo di cronaca. Anche per questo, la scelta dei protagonisti non è stata guidata dalla somiglianza fisica, come criterio assoluto e imprescindibile, quanto più da un’attitudine dell’anima.
Come si è arrivati a Luca Marinelli per il personaggio di De André? Qualunque attore si sarebbe spaventato all’idea di interpretarlo, lo stesso Marinelli, infatti, si era detto terrorizzato.

“La sceneggiatura di Principe libero è stata scritta molto prima di Non essere cattivo. Durante il periodo – triste per un verso e bellissimo per molti altri – in cui la Banda Caligari s’è trovata a frequentarsi a lungo e a vivere insieme la scomparsa di Claudio e la vita esterna del film: ci siamo resi conto che con la sua naturale dolcezza e sensibilità (ma anche con il suo immenso talento) Luca Marinelli era l’unica persona che avrebbe potuto interpretare a modo suo e bene il personaggio di Fabrizio in Principe libero. Tra l’altro, Dori Ghezzi aveva posto come vincolo un’unica cosa: «sono sicura che chi si spaventa all’idea di fare De André è il solo in grado di farlo». Spavento – terrore, come ha ribadito Marinelli – che Luca ha manifestato immediatamente, la prima volta che gli è stato chiesto di leggere la sceneggiatura”.

Il tema della libertà, così caro a De André, all’uomo prima ancora che all’artista, non poteva che essere anche il tema centrale del film. Non è, dunque, un caso che si sia scelto di narrare in un tempo più dilatato rispetto a quello di altri eventi l’episodio del sequestro avvenuto nel 1979 per mano dell’Anonima sequestri sarda; quattro lunghi mesi sulle montagne di Pattada, l’Hotel Supramonte, insieme all’allora compagna Dori Ghezzi, in cui la violazione della libertà è stata totale e totalizzante, perché fisica e tristemente condivisa.

Luca Marinelli e Valentina Bellè, ovvero Fabrizio de André e Dori Ghezzi.

A rendere intenso, duro e realistico il racconto sullo schermo di quei giorni anche la presenza sul set della stessa Ghezzi che ha seguito l’intera produzione della serie.

“Come ha detto Valentina Bellè (che interpreta Dori Ghezzi, ndr) è difficile recitare con il proprio personaggio in carne e ossa che ti guarda dal monitor. Ma diventa, anche – sempre parole della Dori di Principe libero – una sfida; che ti porta, alla fine, ad augurarti di avere sempre (e di tenerti cara), in ogni interpretazione, la sensazione costante della presenza del tuo personaggio in carne e ossa al monitor: reale o inventato che sia. Avere Dori Ghezzi sul set ha rinsaldato il senso di responsabilità dell’intero cast: ed è stato un bene per la resa del film.”

Questo Principe libero ha nella scrittura il suo pregio più grande. E la scrittura, prima ancora che parola fissa su un foglio, è pensiero. Il pensiero di due raffinati autori come Serafini e Meacci, è un pensiero libero, sia quando dà vita ai personaggi immaginari come quelli di Non essere cattivo di Claudio Caligari, sia nell’affrontare un carattere straordinario come quello di Fabrizio De André.

“Cesare e Vittorio nascono dall’immaginazione di Claudio Caligari e dalle storie che abbiamo inventato per loro insieme. Fabrizio De André è una figura fondamentale e condivisa – questa forse la parola più significativa – da gran parte degli italiani. Chiunque ami Fabrizio De André ha un suo Fabrizio che l’ha accompagnato negli anni. Abbiamo capito da subito che il limite che dovevamo imporci era quello di non avere limiti nel raccontare il nostro Fabrizio: rendendolo vero per noi non avremmo rischiato un ecumenismo improponibile. Abbiamo pensato al personaggio di Principe libero come al Fabrizio di quell’altro universo cinematografico in cui, per esempio, è suo padre Giuseppe a regalargli la prima chitarra (e non la madre, com’è accaduto nella verità biografica). L’occasione di creare un universo diffratto e però emotivamente credibile è quello che ci ha affascinato. A seguire quell’intuizione siamo arrivati poi al film”.

Fabrizio De André – Principe libero è l’omaggio migliore che si potesse fare a chi ha amato Faber e lo ha disegnato con un proprio tratto sulle foto sgualcite di vacanze passate, sui biglietti per viaggi mai fatti, sulle lettere di addio, sui piatti rotti in cucina, sugli striscioni in piazza, sui sedili posteriori dell’auto di papà, a chi ha scelto di darsi delle regole prima che lo facciano gli altri, agli ultimi e ai miserabili, a chi non crede ai miracoli e poi li aspetta, ma anche a tutti gli altri, anzi soprattutto a loro.

Letture
Visioni
  • Claudio Caligari, Non essere cattivo, Kimerafilm, Taodue film, Rai Cinema, 2015.