Ci eravamo tanto a(r)mati
tra paura e patriottismo

“E liberaci dal male, Bang.”
Potrebbe essere incisa su ogni arma che viene venduta: Desert Eagle calibro 50 e liberaci dal male, bang; Mitragliatore IMI Uzi e liberaci dal male, bang; Colt M1911 e liberaci dal male. Bang.
Il culto delle armi è qualcosa di recondito nell’animo umano: da bambini si spara con le dita a L, con pistole di plastica, a pallini, con fucili intagliati in legno, poi si cresce e si incontrano i videogiochi e allora le armi diventano una combinazione virtuale di dita abili e veloci, qualcuno poi cresce ancora e continua a provare piacere nell’imbracciare un fucile o sentire il freddo di una pistola e quindi si dedica alla caccia o al tiro al piattello o va al poligono, si arruola nell’esercito, in polizia, nelle forze speciali, o semplicemente pensa di essere più sicuro contro ladri, drogati, assassini e altri pericoli sociali e allora la pistola la tiene sotto il cuscino e tanto basta.
Ciò che inizia come gioco sembra finire poi in paura: uccidere o venire uccisi, che in fin dei conti è lo stato piscologico in cui ha vissuto l’umanità fin dagli albori. Se un bambino “uccide” con una freccia a ventosa o con una pistola laser un suo compagno di giochi, o se un ragazzino giapponese fa saltare le cervella virtuali di uno studente italiano in un gioco online lo fa soprattutto per non venire eliminato dal gioco, così come un uomo, nel pieno del suo diritto costituzionale, può ammazzare un uomo che ha attentato alla sua sicurezza nel tentativo di far fuori lui dal grande gioco della vita.
Questo lo dice la Costituzione Americana e questo fa gli Stati Uniti d’America la nazione con il più alto numero di omicidi da arma da fuoco.



Fare l’America di nuovo grande attraverso la paura
In un paese dove si può aprire un conto in banca e ricevere un fucile in regalo, dove circolano una cifra come 357 milioni di armi da fuoco, dove si potevano comprare a 17 centesimi delle pallottole al supermercato, là, nel paese delle libertà e delle opportunità, si comprende la portata enorme e roboante del potere dei media.
Stragi, massacri, furti, alluvioni, pesti, api-killer, tsunami, Kim Jong-un, talebani prima ISIS poi, neri e messicani, serial killer, pazzi, tossici e chi più ne ha più ne metta. Come viene espertamente mostrato nel documentario vincitore del premio Oscar Bowling a Columbine (2002) di Michael Moore: i media statunitensi trasmettono solo paura. Una paura che alimenta odio, disprezzo, rabbia, che fomenta il razzismo, il bigottismo e l’ignoranza, una paura che arricchisce corporazioni e industrie ma destabilizza e minaccia la società civile e l’individuo. “Un pubblico che ha perso il controllo per la paura, non dovrebbe disporre di tante armi” afferma Moore.
Ma il problema è il pubblico che assorbe queste informazioni o chi fa il pubblico? Sono gli americani che vogliono vedere in televisione quello che vedono e quindi i media danno in pasto solo quello che gli affamati chiedono? Oppure sono loro ad amministrare una dieta grassa di violenza per rendere indifferenti i consumatori ad altre problematiche?
In quest’ottica critica e senza risposte bisognerebbe vedere il prodotto Netflix che in troppi aspettavano da tanto, tantissimo tempo e che, uscita a novembre scorso, ha avuto un grosso successo di pubblico e di critica: Marvel’s Punisher.

Frank Castle non è più un veterano del Vietnam, il cui ciclone emotivo e produttivo ha oramai esaurito la sua forza di protesta e soprattutto non è più così lucido nella mente dei nuovi fruitori, ma diventa un marine arruolato nella seconda guerra in Afghanistan. Il suo ritorno, nonostante l’apparente eliminazione del responsabile della morte della sua famiglia nella seconda stagione di Daredevil, apre ovviamente nuovi spunti narrativi per il franchise Marvel Universe, ma permette anche di riflettere su due dei principali sassolini nelle scarpe di una Nazione che ha fatto della democrazia e della libertà un motto.
Punisher mostra un’America ferita, lacerata e combattuta con i suoi lembi di pelle, reduci di guerra dalla rabbia repressa e dagli attacchi di panico post-trauma, disabili fisici e/o mentali, uomini e donne dimenticati e seduti in cerchio in stanze fumose in cui servono caffè caldo e ciambelle glassate assieme ad abbracci e terapie di gruppo. I reduci delle moderne guerre non sono poi tanto diversi da quelli che tornavano dalla Corea o dal Vietnam: persone abituate a combattere e a uccidere vengono riportate in una realtà diversa, dove il loro talento non viene più richiesto perché il civile può benissimo combattere e uccidere da sé, loro sono soltanto il lato vergognoso delle vittorie e delle sconfitte statunitensi che nessuno vuole vedere.
Tutti vogliono make America great again, nessuno vuole vedere la polvere che le bombe alzano, né i monchi o i pazzi. Tutti vogliono urlare la loro rabbia e la loro frustrazione verso quello che gli hanno insegnato a odiare e disprezzare poiché così diverso da loro, loro così bianchi, loro così giusti e loro così puri, ma non vogliono vedere la loro democrazia nelle cicatrici dei soldati che fanno ritorno.
È qua che Netflix sbaraglia le carte e crea una serie sì, che si pompa di muscoli sangue e cervella ma che, allo stesso tempo, presenta la questione delle armi come una spada di Damocle che pende sul capo di ogni singolo cittadino statunitense. Libertà o pericolo? Si parla veramente di uccidere o essere uccisi? La spada oscilla continuamente in uno scontro tra Repubblicani e Democratici, tra lobby e associazioni, tra esponenti della NRA e genitori di ragazzi uccisi per errore o per stragi scolastiche.

Bang Bang (My Baby Shot Me Down)
Gli statunitensi hanno troppe armi, è quello il problema si pensa, ma come dimostra Moore (sebbene si parli di un film di quindici anni fa, i dati sembrano essere sempre gli stessi) anche i vicini canadesi hanno un grande arsenale. Tuttavia, i morti per omicidio da arma da fuoco sono decisamente più bassi nel territorio dei gentili canadesi, tanto da essere 5,1 per milione di abitanti (dati del 2012) contro un 29,7 dei meno gentili U.S.A. makers. Nasce quindi la domanda se è legittimo fornire la possibilità a un paese alienato dalla paura, con discrepanze enormi tra cultura, sanità, benessere pubblico e sociale, uno strumento che potrebbe aiutarla a mettere a tacere quella vocina così spaventata da suggerirgli di sparare a un afroamericano fermo in automobile o a un bambino in una scuola o a un ladro che entra in casa.
“Difendere la famiglia è un dovere americano” afferma un intervistato nel film di Moore, un dovere che a quanto pare Castle fallisce e a cui prova a porre rimedio con un utilizzo postumo delle armi, falciando e mitragliando il cattivo della situazione. Facendo ciò, però, il Punitore non punisce solamente ma diventa tribunale ambulante: giuria, giudice e boia, colui che si arma del sacrosanto diritto di detenere e portare armi per difendere la sicurezza di uno Stato Libero. Proprio come recita il II Emendamento della Costituzione Americana. Ci si può domandare, allora, se il Punitore è un’esaltazione del Secondo Emendamento, una figura da elevare a modello o di riferimento per la destra bianca e suprematista statunitense, se non per tutti, insomma una mossa azzardata di Netflix e una sua presa di posizione sull’argomento.

È d’altronde un anti-eroe, molto più umano e reale di tutte quelle “fighette in calzamaglia” che si ostinano a non uccidere i propri nemici permettendogli così di tornare, tornare e tornare ancora, continuando a fare danni e a mietere vittime, quando basterebbe un bel colpo piazzato in piena testa e si sarebbe risolto il problema. Il Punitore potrebbe essere l’uomo virile di razza caucasica che si ricuce da solo, che si becca un proiettile nella gamba ma si cauterizza la ferita con la polvere da sparo alla Rambo, che si taglia strisciando nelle condotte scalzo alla John McClane, che fa il saluto alla bandiera e gioca a football nel vialetto con il figlioletto.
E invece no, e non solo perché il suo figlioletto è morto e pertanto renderebbe difficoltoso il gioco nonché alquanto sinistro, ma perché in fin dei conti Frank Castle è semplicemente un uomo solo. Non un modello, non un elogio alla fierezza americana, all’inno kubrickiano “con lui ammazziamo e con questo chiaviam…” stringendosi il pacco, Frank Castle è un uomo che è stato sconfitto dalla vita e anche in maniera pesante. Un pugile lasciato al tappeto per KO con un destro che stenderebbe anche Dio in persona.
Famiglia, amicizia, futuro, nulla ha più valore per Castle perché non esistono più. È un uomo senza più un passato, senza lo straccio di un futuro e con un presente che non vuole vivere, ma, sfortuna per lui, troppo resistente per morire. È un uomo solo, un bruto che conosce solo la guerra e che solo in guerra può vivere.
C’è una frase che Mycroft Holmes rivolge a John Watson nella prima puntata della serie tv Sherlock: “Lei non è perseguitato dalla guerra, Dr. Watson. Le manca.”, ed è così anche per Frank Castle. La guerra gli ha tolto tutto e i suoi strascichi con le sue bassezze e i suoi peccati sono arrivati a perseguitarlo anche a casa, bruciandogliela, ma nonostante questo Frank Castle vi si immerge nuovamente, perché quello sa fare e gli viene anche bene.
Frank Castle è il Punitore di sé stesso e di un’intera nazione che confida troppo nelle armi e nel suo spirito patriottico, ma che rifiuta la debolezza e l’umanità rimanendo basita e sconvolta dalle stragi che si auto-infligge. Il problema non è avere o non avere armi, il problema è perché sentire il bisogno di possederle. Paura, principalmente, ma non ci hanno sempre insegnato che la paura rende gli uomini incapaci?
E cosa se ne fa un incapace di un’arma?

Letture
Visioni
  • Drew Goddard, Stan Lee, Bill Everett; Daredevil; Marvel Television; Netflix 2015.
  • Michael Moore, Bowling a Columbine, CG Entertainment, 2003 (home video).