Caro amico, ti scrivo,
ma non ti recensisco

Per quale insondabile ragione Sainte-Beuve, uno dei più fecondi scrittori francesi dell’Ottocento, accademico di Francia, e soprattutto critico/saggista ai suoi tempi di rinomanza europea, non si è mai degnato di scrivere un articolo, per esempio uno dei suoi famosi Lundis, sul poeta e amico Charles Baudelaire? Possibile che l’autore dei Fiori del Male abbia dovuto pregare nelle sue lettere l’influente amico per strappargli due righe di menzione su una rivista, due righe sul più grande poeta dell’Ottocento, come sottolinea Marcel Proust nell’incipit del suo Contro Sainte-Beuve? Proust centra subito il bersaglio già all’inizio del suo saggio anti-beuviano:

“Ora, se da un lato Sainte-Beuve – commosso dall’ammirazione, dalla deferenza, dalla gentilezza di Baudelaire, il quale a volte gli inviava dei versi, e a volte del panpepato, e gli scriveva le lettere più esaltate su Joseph Delorme, su Les Consolations, sui suoi Lundis – gli indirizzava lettere affettuose, dall’altro non ha mai risposto alle reiterate preghiere di Baudelaire di fare anche un solo articolo su di lui. Il più grande poeta del XIX secolo, e che inoltre era suo amico, non figura nei Lundis dove tanti conti di Daru, di Alton Shée e altri hanno il loro. Perlomeno, vi figura solo incidentalmente”.

Sainte-Beuve e Baudelaire di Marcel Proust uscì solo dopo la morte dell’autore. In Voi avete preso l’inferno, libro edito da Aragno, il testo è opportunamente riproposto per far da pendant con la non meno utile postfazione (Anatomia di un’incomprensione) di Massimo Carloni, curatore di questa edizione, il quale riprende e sintetizza brillantemente il tema critico proustiano rimodulandolo nell’incipit del suo saggio conclusivo:

“Il mancato Lundi Baudelaire pesa come un’onta indelebile sull’opera critica di Sainte-Beuve. Forse è proprio per questo clamoroso traviamento dell’intelligenza che, da oltre centocinquant’anni, l’amicizia letteraria tra Baudelaire e Sainte-Beuve non smette di affascinare i lettori, più o meno illustri, della loro corrispondenza, suscitando, da un lato, sentimenti contrastanti di sconcerto, ammirata indignazione e persino rabbia retrospettiva; dall’altro sollevando interrogativi sul ruolo e il senso della critica, sul rapporto tra l’uomo, l’artista e l’opera”.

Il titolo del libro edito da Aragno riprende il passaggio di una delle lettere più importanti di questo epistolario: quella scritta il 20 luglio 1857, l’anno di pubblicazione delle Fleurs du Mal; in tale missiva Sainte-Beuve commenta:

“Siete anche voi di quelli che cercano la poesia ovunque; e siccome, prima di voi, altri l’avevano cercata in zone totalmente incontaminate e diverse, siccome vi avevano lasciato poco spazio, essendo i campi terrestri e celesti pressoché tutti già mietuti e che, dopo oltre trent’anni, i Lirici, sotto ogni forma, sono all’opera – giunto così tardi e per ultimo, immagino vi siate detto: «Ebbene! Troverò ancora della poesia, e la troverò lì dove nessuno s’era azzardato a coglierla e ad esprimerla». E voi avete preso l’inferno, vi siete fatto diavolo”.

Affinità (quasi) elettive
Aveva Sainte-Beuve compreso veramente la poesia di Baudelaire? Probabilmente no; ma una cosa è certa, e la sottolinea lo stesso Massimo Carloni nel saggio conclusivo, Anatomia di un’incomprensione: “Per certi versi Sainte-Beuve era il critico ideale per comprendere e promuovere un giovane poeta chetif e maladif [gracile e malaticcio, ndr] come Baudelaire”. Con un’infanzia triste e infelice, un aspetto fisico non proprio di stampo eroico-atletico (Lamartine lo descrive come un “giovane pallido, biondo, gracile, sensibile sino alla malattia, poeta sino alle lacrime”; cit. in Baudelaire, Sainte-Beuve, 2017), anzi al limite dello sgradevole, anche nella maturità, se vogliamo credere all’impietoso ritratto verbale lasciatoci dai fratelli Goncourt (“È un uomo piccolo, piuttosto rotondo, un po’ pesante, con un portamento quasi da contadino, semplice e rustico nel vestire…” (Sainte-Beuve, 1996), Sainte-Beuve avrebbe potuto ritrovarsi poeticamente e affettivamente nelle atmosfere e negli ambienti della poesia di Baudelaire: il Delorme beuviano (Vie, poèsies et pensées de Joseph Delorme, 1829) si dichiara “il più infelice degli esseri”, parente stretto dei vari Werther, René, Obermann. Scrive Carloni nel suo saggio sopra citato:

“[Joseph Delorme è] un solitario sensuale, che sogna un’utopia domestica fatta di piaceri semplici, comuni, da cui tuttavia si sente irrimediabilmente escluso. Non gli rimane, quindi, che osservare morbosamente le gioie e le mestizie degli umili, che si aggirano «nel vasto cimitero che chiamiamo grande città». Cantando i diseredati dei faubourgs, elevati per la prima volta a dignità poetica, Sainte Beuve apre la strada ai poemi parigini, alle vecchiette, ai mendicanti, ai saltimbanchi, agli straccivendoli protagonisti dei Tableaux e dei poèmes en prose di Baudelaire”.

D’altronde è lo stesso Baudelaire, in più occasioni, a dichiarare che il Delorme è uno dei suoi livres de chevet. Ma Sainte-Beuve si limita a brevi, per quanto eleganti, pennellate sulla poesia baudelairiana: “Petrarcheggiare sull’orribile” è espressione geniale, non importa se inappropriata o non condivisibile, che suona, almeno al nostro orecchio, un tantino ironica se non fortemente critica. Tant’è che nella stessa lettera, qualche riga più avanti, Sainte-Beuve esorta Baudelaire a riacquistare il senso della realtà, a non temere di essere normale:

“Lasciate che vi dia un consiglio che stupirebbe coloro che non vi conoscono: voi diffidate troppo della passione, ne fate una teoria. Concedete troppo allo spirito, alla combinazione. Lasciatevi andare, non temete di sentire come gli altri, non abbiate paura di essere troppo comune; avrete sempre abbastanza finezza espressiva per distinguervi”.

La Folie Baudelaire
In seguito, nel 1862, Sainte-Beuve scriverà un articolo sulle diverse candidature all’Accademia di Francia: Baudelaire era uno degli aspiranti. Sainte-Beuve parla brevemente in termini deliziosi e laconici delle Fleurs du Mal ricorrendo a due metafore divenute celebri per la loro ambigua perfidia (“Kamchatka letterario” e “Folie Baudelaire”), che non siamo sicuri se suonino più elogiative che ironiche: “Questo piccolo chiosco che il poeta si è costruito alla punta estrema del Kamchatka letterario, io lo chiamo la Folie Baudelaire” (cfr. Calasso, 2008). Il Kamchatka è la penisola alle estreme propaggini della Siberia, che divide il mare di Bering a nord e il mare di Ohotsk a sud. Per Sainte-Beuve Baudelaire sembra ridursi a un esteta del vizio, a un Petrarca del grottesco, a un elegante cesellatore di ghirigori nel deserto; eppure è un bravo ragazzo; non si direbbe, ma si presenta proprio bene:

“Ci guadagna a essere conosciuto, che là dove ci si aspettava di veder entrare un uomo bizzarro, eccentrico, ci si trova in presenza di un candidato garbato, rispettoso, esemplare, un ragazzo gentile, dal linguaggio fine e del tutto classico nei modi”.

Non si può non essere d’accordo con Proust quando sbotta: “Quante volte con Sainte-Beuve si è tentati di gridargli: «Che vecchio rimbambito!» oppure: «Che vecchia canaglia!»” (ibidem). Baudelaire si dichiara addirittura entusiasta dell’articolo – una cosa “spaventosa” (ibidem) per Proust – ma non dimentichiamo che per Baudelaire Sainte-Beuve era un vero e proprio «vizio» (ibidem); (in senso metaforico, of course, e cioè psico-affettivo) e aveva bisogno di lui come “Anteo di toccare la terra” (ibidem). Insomma, per Proust questa devozione al Santo Beuve aveva qualcosa di incomprensibile, per non dire assurdo. E seppure Sainte-Beuve ammise che Baudelaire è uno dei talenti più raffinati ed eminenti che si siano manifestati negli ultimi quindici anni, lo fece solo in una breve lettera di appoggio a una petizione rivolta al Ministero della pubblica istruzione per garantire al poeta, ormai malato, una pensione in grado di pagare le spese di degenza: che sforzo! Ma Baudelaire non è l’unica lacuna di Sainte-Beuve, che non aveva compreso o valorizzato scrittori come Stendhal, Gustave Flaubert e Gérard de Nerval.


Charles-Augustin de Sainte-Beuve (a sinistra) e Charles Baudelaire.

Condannare Sainte-Beuve solo per questi errori sarebbe limitativo: certo, come poeta – Vie, poèsies et pensées de Joseph Delorme (1829), Poesies completes (1863) – o narratore – il romanzo Volupté, che insieme al poema Rayon Jaunes (incluso  nel succitato Vie, poèsies et pensées de Joseph Delorme ) risultano da questo epistolario fra i testi più amati da Baudelaire – oggi è praticamente dimenticato o illeggibile; si salvano, se così possiamo dire, e a prescindere da qualunque giudizio si possa dare del suo metodo, del suo pensiero, gli articoli-saggi, testimonianza del suo lungo magistero di critico letterario (o sociologo/ritrattista della letteratura, come alcuni studiosi ritengono più giusto definirlo) esercitato per circa vent’anni dalla Restaurazione al 1848, dapprima nei Portraits (Portraits Littéraires, Portraits contemporains e  Portraits des femmes), poi per un altro ventennio, dal 1849 alla sua morte, nel 1869, nella causerie, “quella conversazione di tono quasi colloquiale adoperata con spirito più battagliero per combattere la propria guerra a difesa della personale idea di letteratura, nel celebre impegno settimanale del lunedì” (Carlo Carlino in Sainte-Beuve cit., 1996) dapprima su Constitutionel, poi sul Moniteur, di nuovo sul Constitutionel, e infine sul Moniteur e su Les Temps. Oltre alle Causeries du Lundi in 16 volumi (1851-1881), di Sainte-Beuve ricordiamo il monumentale Port Royal (1840-1859), da non pochi specialisti ritenuto fra i più bei libri che rievocano la cultura francese del XVI e del XVII secolo.

Letture
  • Calasso Roberto, La Folie Baudelaire, Milano, Adelphi, 2008.
  • Charles-Augustin de Sainte-Beuve Ritratto di Leopardi, Roma, Donzelli 1996.