Autofictiografia
d’artista, Sincera

Michele Mari non può più sottrarsi. I demoni che popolano la sua casa lo convocano, esigono l’ennesimo romanzo, anzi il romanzo, “la mia ultimativa menzogna: «isshgioman’zo con chui ti chonshgedi»”(Mari, Torino, 2017), nella dizione distorta di Quello che Biascica (concedi o congedi?). E non solo loro: anche i Ciechi della Cantina hanno avanzato la medesima pretesa. 
Sono i mostri a chiederlo. I mostri dell’infanzia, i babau, coloro che si annidano nei recessi della casa. Locus narrativo per eccellenza in quasi tutti i libri di Mari, la casa è il teatro, reale, ma ancora di più mnemonico, psichico, di questa ricostruzione, persino feticcio al centro di un recente libro fotografico dello scrittore (Asterusher, a sua volta feticcio per i lettori e i fanatici di Mari). Per Michelino, protagonista di Verderame, “una casa è come una testa, con le sue ambagi e le sue oscure circonvoluzioni, le sue ambiguità e le sue ossessioni” (Mari, 2007).
 Mari ha già raccontato molto di sé nei suoi libri. Questa volta, però, concede di più, ma non tanto di sé stesso, quanto della sua famiglia, svelando il macabro backstage delle sue pagine cesellate e dallo stile inconfondibile. “Nacqui d’inverno” (Mari, Torino, 2017): un incipit reiterato più volte, perché Mari prova a resistere con tutte le sue forze agli sproni di Colui che Gorgoglia, di Quella con le Orbite Vuote, di Quelli di Sotto e di Quelli di Sopra, e di tutti i mostri che lo assillano. Scrive in Leggenda privata:

“Credo non ne possano più di avere a che fare con un soggetto, quale magistralmente son stato e permango, e che mi pretendano ora come oggetto”.

Gli altri romanzi erano tutt’al più “autografie”: “cristallizzandomi, mi sono falsificato: e vivendo e scrivendo, e scrivendo della mia vita e vivendo della mia scrittura” (ibidem). Ora si pretende l’«auto-BIO-grafia», ma l’autore ammette di potersi (volersi) spingere al massimo alla “autofictiografia”: la via per rivelarsi non può che essere estetica e manierista, “spassarsela nella fictio ma senza perdere il bio”, perché il reale, l’“innominabile guazzo” (ibidem), può essere raccontato solo nella distanza imposta dalla forma. Falsificare per mostrare il vero, un vero turpe e che fa orrore, lo stesso orrore, tuttavia, di cui lo scrittore si alimenta con avidità per produrre, alchemicamente, il bello. 
Nei Demoni e la pasta sfoglia, quando scrive di Carlo Emilio Gadda, Mari sembra parlare di sé:

“In realtà l’esibita inattualità e il programmatico rancidume […] sono una forma di pudore, e ci dicono tutta la vocazione dello scrittore a distanziare la propria materia, tanto più artificiandola quanto più la sentiva cruda e scabrosa”.

E cosa c’è di più crudo e scabroso dell’“amplesso abominevole” (Mari, Torino, 2017) da cui sarebbe nato Michele, o dei tanti episodi più o meno sottilmente violenti, delle vicissitudini personali (persino fisiologiche, imbarazzanti a dir poco) di cui è costellata la Leggenda privata? Come se l’unico modo per rendere sopportabile la materia sia scriverne per allontanarsene, e allontanarsene scrivendone, con gli strumenti del grottesco, dell’eccessivo, del vertiginoso, cui Mari ci ha abituato fin da Io venìa pien d’angoscia a rimirarti (2012) e Di bestia in bestia (2013).
 L’autobiografia di Mari comincia dalla sua nascita, anzi no, “da prima che nascessi: perché quell’angoscia era già nei miei genitori” (ibidem), che generarono Michele in un amplesso definito prima “abominevole”, poi “fatale” (ibidem).
La sua storia personale appare come un episodio, riassumibile nella triade “solitudine, palpitazioni, nevrosi” (ibidem), in una genìa predestinata al dolore a cui la sua famiglia non può sottrarsi, tutta condensata in un’escalation punitiva dal sapore deuteronomico, che dagli “sculaccioni” del padre risale alle “cinghiate” del nonno fino alle cinghiate “dalla parte della fibbia” del bisnonno. È il fantasma della colpa che aleggia sempre e comunque, nel bacino della buonanotte della madre, “nel senso di colpa basico per essere al mondo” (ibidem). Eppure, riflette Mari, “è strano come la catena del valore e della bellezza sia inscindibile dalla catena della colpa e della violenza” (ibidem).

Un girotondo di confessioni e omissioni
In ogni episodio Mari è generosissimo nei dettagli, ma omette almeno altrettanto. Il testo, ci si accorge fin dalle primissime pagine, è costellato di omissis, ed è inquietante immaginare a quali episodi, sogni, catastrofi personali alluda con quei tre puntini racchiusi fra parentesi quadre. Anzi, forse è proprio dietro quei tre puntini, dietro quella sospensione, quella ritrosia, che si nasconde il vero che fa più male.
 Paradosso per paradosso, Mari organizza la propria autobiografia celandosi, per trovare una spiegazione di sé, dietro le figure familiari, in particolare dei genitori. Enzo, padre padrone burbero, severissimo, “Mangiafuoco” (ibidem), ma altrettanto creativo; la madre, Gabriela, emblema di solitudine e tristezza irrimediabili, “nata sbagliata” (ibidem), “una grazia che molto tempo fa fu persona” […] “solo talento e intelligenza, ma talmente autodistruttiva da diventare l’ultracorpo di sé stessa, una perfetta macchina di dolore” (ibidem). Per trovare una spiegazione di sé, si diceva, e Mari lo fa autocitandosi: “«Sai perché sei cosí?» […] «Perché ti vuoi fare del male. E sai perché? Perché sei figlio di tua madre»” (ibidem). 
Ma si potrebbe procedere molto a lungo in questo rintracciare richiami, filoni, tendenze.

Da una parte considerare Leggenda privata l’autobiografia, punto e basta, di Mari sminuirebbe il suo valore come romanzo; dall’altra, il romanzo stesso fornisce l’ennesima e più chiara indicazione che tutta l’opera dello scrittore è un lungo, estenuante e inesauribile racconto di sé. Forse l’opera di Michele Mari andrebbe letta (e riletta) come un unico corpus fitto di rimandi, citazioni e autocitazioni, in un gioco lancinante di specchi: Jorge Luis Borges, come sempre, ma anche il Vladimir Nabokov di Fuoco pallido, il misterioso romanzo/poema/commentario che non si regge su una trama vera e propria, ma sull’autoreferenzialità e l’allusione. È il “metalibro” cui accenna lo stesso Mari nella Prefazione ad Asterusher (Mari, 2015), fatto di pagine scritte, immagini, oggetti, spazi. Leggenda privata, Asterusher, Tu, sanguinosa infanzia, Fantasmagonia, I demoni e la pasta sfoglia, sono solo alcune tessere di uno smisurato puzzle (non a caso altra ossessione dell’autore, si legga Certi verdini) in cui l’autore si sforza di incasellare, un romanzo dopo l’altro, una vita troppo complessa, perché troppo dolorosa e quindi inspiegabile, per essere semplicemente descritta. Uno sforzo destinato a fallire, che quindi costringe Mari, malgrado i suoi mostri, anzi no, grazie ai suoi mostri, a non fermarsi.

Il rovescio intellettuale dell’autobiografia
Uno scrittore può raccontarsi non solo tramite i propri romanzi, ma anche attraverso la mediazione critica di altri autori. I demoni e la pasta sfoglia, costituisce una vera e propria autobiografia intellettuale dell’autore, una rassegna amplissima di nomi noti e notissimi della letteratura mondiale, su cui Mari ritrova, e al tempo stesso proietta, le proprie pulsioni affabulatorie: “Molti dei nostri scrittori prediletti sono degli ossessi […] Scrittori al servizio della propria nevrosi, pronti ad assecondarla e a celebrarla […] è proprio scrivendo che essi finiscono di consegnarsi inermi agli artigli dei demoni che li signoreggiano, finché, posseduti, essi diventano quegli stessi demoni” (Mari, Milano, 2017).
Se poi lo “scrittore-ossesso” è un maestro dell’orrore del calibro di Stephen King, Mari non può che cogliervi specularmente la funzione catartica di un testo come Leggenda privata, sorta di horror autobiografico: “Se scrivere storie d’orrore […] ha una funzione liberatoria, giacché solo portate alle estreme conseguenze e attraversate fino in fondo le angosce infantili possono essere esorcizzate, ebbene si può dire che a lungo andare l’esercizio salvifico della scrittura abbia assunto per King una tale importanza e una tale sacralità da divenire esso stesso, paradossalmente, fonte di angoscia” (ibidem). Catarsi, ma anche attrazione pericolosa e irresistibile.Leggenda privata è forse l’opera migliore di Mari, proprio perché l’autore ha svelato le proprie carte, mettendo a nudo il proprio meccanismo narrativo privilegiato. Mentre nella Filologia dell’anfibio o in Tu, sanguinosa infanzia l’ispirazione autobiografica, seppur evidente, restava mediata dal racconto e quindi dall’autografia, Leggenda privata tenta la strada del cortocircuito autobiografico: il tema diventa l’esposizione stessa del sé nell’artificio letterario.
Al tempo stesso, Leggenda privata è, appunto, una “leggenda”, un racconto dai tratti fortemente fantastici, e nello specifico orrorifici: la realtà, quella più vera e più intima, si svela solo se mascherata, filtrata dalle immagini, dall’impalcatura narrativa, dalla distorsione e dall’accumularsi ossessivo degli espedienti linguistici, che Mari sa padroneggiare con estrema naturalezza. Il filtro narrativo riguarda anche il carattere fortemente selettivo della ricostruzione di sé: al centro è sempre quel “laggiù” che dà il titolo al racconto conclusivo di Tu, sanguinosa infanzia, un laggiù che è temporale e insieme spaziale (le cantine di Verderame e di Asterusher, lo scantinato di Syd Barrett in Rosso Floyd (2010), i recessi della nave in La stiva e l’abisso). Luoghi dell’orrore, dello spavento, del babau, mentali o reali che siano poco importa, ma per i quali l’autore/protagonista prova un’attrazione fortissima, quasi misterica. Il sotto è osceno, oscuro, ma anche rassicurante, persino protettivo. “Non c’è stato molt’altro nella vita. No, è quasi tutto laggiù” (Mari, 2009).

letture
  • Michele Mari, Verderame, Einaudi, Torino, 2007.

  • Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, Torino, 2009.

  • Michele Mari, Rosso Floyd, Einaudi Torino, 2010.
  • Michele Mari, Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, Cavallo di Ferro, Roma, 2012.
  • Michele Mari, Di bestia in bestia, Einaudi, Torino, 2013.

  • Michele Mari, Francesco Pernigo, Asteruhser. Autobiografia per feticci, Corraini, Mantova, 2015.