Al tempo della pubblicazione di Pasto nudo azzardata dall’Olympia Press, William Burroughs sognò di trovarsi in un aeroporto per imbarcarsi, ma al check-in una donna “col volto freddo e cereo da burocrate intergalattica” sentenzia: “Lei non ha ancora ricevuto la sua educazione”. Il sogno risale alla prima metà del 1959 e da quella arcana comunicazione allo sportello è fiorito il titolo del suo ultimo libro, La mia educazione, pubblicato circa trentasei anni dopo, quando, ormai ottantunenne, decise di darlo alle stampe sebbene si trattasse sulle prime di un guazzabuglio composto da un mucchio di sogni annotati per decenni su ciò che gli capitava a tiro: foglietti volanti, pezzetti di carta, schede. Il tutto tenuto alla rinfusa e pazientemente ricomposto in maniera più o meno organica da James Grauerholz, Jim McCray e David Ohle, che hanno trascritto, e talora prima decifrato, l’intero materiale, mescolandolo con riflessioni collaterali del sognatore e qualche brano composto da Burroughs ricorrendo alla brevettata tecnica del cut-up, fino a ottenerne un collage da mandare in stampa.
Alfine pubblicato anche in Italia grazie ad Adelphi, La mia educazione è senz’alcun dubbio un titolo volutamente menzognero – il libro è tutt’altro che una sorta di Bildungsroman –, ma è provvisto di un sottotitolo eloquente, Un libro di sogni, perché di silloge onirica si tratta, e tanto basta per iscrivere anche formalmente Burroughs nella cerchia dei visionari con il vizietto di sognare tenendo sempre aperto un canale di comunicazione con il mondo della veglia.

Una compagnia oscura e inquietante che ha edificato le fondamenta dell’immaginario contemporaneo, a partire dal Frankenstein di Mary Shelley a Lo strano caso del dottor Jeckyll e Mr Hyde, di Robert Louis Stevenson, ma soprattutto, a quanto pare, gli incubi più oscuri, maledetti e allucinanti della letteratura novecentesca altro non sono che sogni migrati sulla carta, o almeno un buon numero di essi ha un’origine onirica accertata. Howard Philipp Lovecraft sognava e trascriveva a volte in diretta, durante la stessa notte e diverse sue storie altro non sono che dei riadattamenti spesso calchi fedeli delle vicende e dei luoghi sognati (cfr. Lovecraft, 2024). Stephen King non ha mai fatto mistero riguardo all’origine di alcune tra le sue storie più celeberrime (basti pensare a Misery non deve morire). A fine Novecento, Thomas Ligotti ha attinto di frequente da sogni e incubi (cfr. Ligotti, 2019). Burroughs non è stato da meno: ricavando dal lavorio onirico “le ambientazioni e i personaggi migliori” dai suoi sogni, come si legge proprio in La mia educazione. La scrittura, l’invenzione, la mitologia, l’intero universo dell’uomo invisibile affonda le radici nel mondo del sogno. Parola dello stesso Burroughs, che lo ha dichiarato a ripetizione, in uno sciame di interviste. A Conrad Knickerbocker nel 1965, per esempio, disse:
“Alcuni dei miei personaggi mi appaiono in sogno, come Papà Gambalunga. Una volta, in clinica, ho fatto un sogno. Ho visto un uomo in questa clinica cadente e il suo nome, nel sogno, era Papà Gambalunga. Molti personaggi mi sono apparsi così, in sogno, e li ho poi sviluppati a partire da lì. Annoto sempre i sogni che faccio. Ecco perché tengo quel taccuino accanto al letto”
(Burroughs, 2018).
A volte ne quantificò il contributo, sostenendo che il 50% delle idee provenissero da sogni. “I sogni mi sono utilissimi a livello professionale. Circa la metà delle mie ambientazioni e dei miei personaggi provengono dai sogni” (Burroughs, 2024). In altre occasioni modificò la percentuale elevandola addirittura al 70% (cfr. Burroughs, 2018) e ribadì l’importanza di quella materia prima anche in altri contesti, a partire da The Retreat Diaries (1976), un libricino tuttora inedito in italiano nel quale annotò il frutto di due settimane di ritiro in una comunità buddista con meditazione acclusa, sottolineando l’importanza di annotare i propri sogni perché molto spesso risultavano addirittura un prolungamento della sua attività letteraria diurna.
“Quando questo avveniva, ottenevo un nuovo episodio per il libro che stavo scrivendo e risolvevo un problema di costruzione in un sogno registrato su quei diari”
(Burroughs in Lemaire, 1983).
Maggiori chiarimenti li fornì in una prima versione del breve saggio Appartiene ai cetrioli, dove precisò i rifornimenti provenienti dai propri sogni:
“Qualche volta soltanto una frase, una voce, uno sguardo. E qualche volta un’intera storia o un passaggio; tutto quello che devo fare è sedermi e trascrivere il sogno”
(Burroughs, 1996).
Insomma, Burroughs annotava i propri sogni “molto prima di diventare scrittore” (Burroughs, 2024) e sul finire della sua vita ne raccolse un bel mucchio, ma chi li abitava e quali scenari presentavano? È qui che arriva in soccorso La mia educazione, pur non presentando la consueta girandola di allucinazioni, di scenari che si sfaldano, mandando in scena mutanti, polizia transtemporale, figure spettrali, personaggi che trasmigrano uno nell’altro e tutto il resto del repertorio burroughsiano. L’attesa sarà in parte delusa e non a caso qualcuno ha sbrigativamente (ed erroneamente) bollato queste pagine come noiose.
Assai più ordinariamente, Burroughs sognava i suoi amici (morti), gli amati gatti (morti), prime colazioni agognate e inafferrabili, alberghi più o meno reali e frequentati, nonché sé stesso in volo mediante levitazione. Sogni, appunto, “scialbi quando vengono raccontati” come sapeva perfettamente Burroughs che ne comprese il motivo dopo averci pensato per anni: perché “manca il contesto” (corsivo dell’autore). Forse per questo cercò di trovare una via d’uscita ambientando gran parte della sua produzione onirica nella Terra dei Morti, che in un precedente libello, Il gatto in noi, aveva dipinto con le sue inimitabili pennellate così simili a rasoiate:
“La Terra dei Morti… Olezzi di scoli fumanti, di gas e plastica che brucia… chiazze d’olio… montagne russe e ruote panoramiche ricoperte d’erbe selvagge e rampicanti”
(Burroughs, 1994).
Terra dei Morti dove Burroughs ci aveva già indirizzati in Terre occidentali (1987), il romanzo del trittico avviato con Le città della notte rossa (1981) e proseguita da Strade morte (1983). In Terre occidentali sono i personaggi dello scrittore William Seward Hall, a sua volta alter ego dell’autore, a esplorare quella zona. Quindi estensioni di sé stesso al quadrato, gente come Joe il Morto, Kim Carsons, il pistolero già in azione nel precedente Strade morte, Neferti (uno scriba egiziano), Hassan i Sabbah (questo poi è un eterno ritorno negli scritti burroughsiani) e lo scenario non è poi così diverso da quello sognato:
“strade di pietra striate di chiazze d’olio… una foschia verde di una palpabile minaccia e perfidia… un verde da tornado. Ma questo è un tornado stitico, un pesante vuoto che risucchia”
(Burroughs, 2009).
Non manca qualche sprazzo dal medesimo tono in La mia educazione, per esempio l’ammirevole descrizione di un “lago di piscio” situato “da qualche parte in Africa” dove vi giunge “a bordo di un aereo di latta traballante”, ma al centro della scena qui c’è altro, a iniziare dai gatti e non mentiva ne Il gatto in noi confidando che “da quando ho adottato Ruski, i sogni coi gatti sono vividi e frequenti”. Ruski in particolare e i gatti in generale si avvicendano nei resoconti onirici a spazi di transito impersonali, come stazioni e alberghi, luoghi e affetti che hanno segnato la vita diurna di Burroughs. Gli amici, innanzitutto. Ian Sommerville su tutti, matematico inglese che contribuì alla Dreamachine e al procedimento poetico delle permutazioni di Brion Gysin. Morì in seguito a un incidente automobilistico nel 1976. Era il suo grande amore. Arriva a più riprese lo stesso Gysin, “l’unico uomo che io abbia mai rispettato” e ci sono tutti gli altri, Antony Balch, il cineasta inglese autore di tre cortometraggi con Burroughs, che progettò di girare un adattamento de Il pasto nudo su sceneggiatura di Gysin ma non se ne fece nulla, Michael Portman, ovvero Mikey che Burroughs trovò subito favolosamente attraente (cfr. Miles, 2016), Kells Elvins, il suo primo amico e il suo primo amore, ci sono mamma e papà e qualche umano vivente, Allen Ginsberg, Mick Jagger (quest’ultimo forse non a caso appare in Terre occidentali), ma anche alieni in quanto abitanti ordinari dei suoi paesaggi onirici al punto che li rammemora e li menziona al pari di un qualsiasi altro incontro, incrociandoli, avvistandoli senza particolare enfasi da incontro ravvicinato. Ecco un paio di esempi:
“Vicino a noi si sono accampati degli alieni in abiti di jeans – marziani, credo – e vado a trovarli. Sembrano abbastanza socievoli e un uomo si spoglia e c’è una colonna d’osso che gli scende dal collo e poi nient’altro tranne le ossa del bacino”.
“Ho incontrato degli alieni per strada e uno di loro mi ha regalato un paio di occhiali”.
A ben vedere, in realtà qui c’è tutto il repertorio di casa Burroughs, sebbene tutto sia sotto le righe, ridotto ai minimi termini, abbozzato e a tratti presente solo in tono dimesso, ma il catalogo è completo: non soltanto personaggi e figure che appaiono e scompaiono a piacimento, si mutano, cambiano aspetto, paiono intercambiabili, ma anche tecniche perché la non linearità, la composizione frammentaria, il riciclo creativo, la permutazione impregnano queste annotazioni, così come ritroviamo qui è là erezioni, dosi, corpi, deiezioni, sudiciume e situazioni grottesche. L’attesa è pertanto elusa più che delusa, la strategia letteraria di Burroughs possiede la rara virtù della sorpresa permanente e gioca di paradosso perché il fine lo persegue spesso giocando con la reiterazione ossessiva. Rimane un’ultima considerazione. Quando Burroughs diede alle stampe La mia educazione aveva ancora a disposizione meno di due anni di vita e quasi terminato le cartucce. Talora sparava a salve, ricorrendo a un sottile tono elegiaco mai impiegato prima. Lo sapeva, altrimenti non avrebbe concluso in questo modo Terre Occidentali:
“Il vecchio scrittore non poteva scrivere più perché era arrivato alla fine delle parole, alla fine di quello che può essere fatto con le parole. E poi?”
(Burroughs, 2009).
E poi ricominci daccapo. E poi riparti dai sogni, ciò che ne resta. Potrebbe bastare. O no?
- William Burroughs, Il gatto in noi, Adelphi, Milano, 1994.
- William Burroughs, La scrittura creativa, SugarCo, Milano, 1996.
- William Burroughs, Terre occidentali, Elliot, Roma, 2009.
- William Burroughs, Interviste (a cura di Sylvère Lotringer), il Saggiatore, Milano, 2018.
- William Burroughs, La calcolatrice meccanica, Adelphi, Milano, 2024.
- Gérard-Georges Lemaire, William Burroughs: una biografia, SugarCo, Milano, 1983.
- Thomas Ligotti, Nato nella paura. Letteratura, orrore, esistenza, il Saggiatore, Milano, 2019.
- Howard Phillips Lovecraft, Oniricon. Sogni, incubi & fantasticherie, Bietti, Milano, 2024.
- Barry Miles, Io sono Burroughs, il Saggiatore, Milano, 2016.

