Un remake al passo coi tempi,
quelli della guerra


Jonathan Demme
The Manchurian Candidate
Cast principale:
Denzel Washington, Meryl Streep,
Liev Schreiber, Jon Voight,
Kimberly Elise,
Vera Farmiga, Jeffrey Wright,
Bruno Ganz, Miguel Ferrer.
Produzione: Paramount Home Entertainment, 2018.
Distribuzione (home video):
Universal Pictures, 2018.


Jonathan Demme
The Manchurian Candidate
Cast principale:
Denzel Washington, Meryl Streep,
Liev Schreiber, Jon Voight,
Kimberly Elise,
Vera Farmiga, Jeffrey Wright,
Bruno Ganz, Miguel Ferrer.
Produzione: Paramount Home Entertainment, 2018.
Distribuzione (home video):
Universal Pictures, 2018.


“Agente, i nordcoreani usano prigionieri di guerra americani per esperimenti sul lavaggio del cervello. Trasformarono dei soldati in traditori ed è quello che stanno facendo qui: stanno creando dei fantasmi che vadano in giro per il mondo a fare cose che uomini sani di mente non farebbero mai”.

In queste parole rivolte al protagonista di Shutter Island di Martin Scorsese, tratto da L’isola della paura di Dennis Lehane, c’è la cifra di un vecchio film di John Frankenheimer, Va’ e uccidi. La pellicola è ispirata alle pagine di Richard Condon, autore molto amato da Hollywood, che nel 1959 scrisse appunto The Manchurian candidate. Con lo stesso titolo venne distribuita, in patria, l’opera di Frankenheimer e, nelle sale italiane in tempi più recenti, il remake di Jonathan Demme, accolto favorevolmente da pubblico e critica.
Si tratta di una rilettura secondo i cambiamenti geopolitici di inizio millennio, offerta da un regista a suo modo atipico che, stando alle parole di un suo biografo italiano, fu capace di realizzare nel corso degli anni un “film con poche o nulle costanti in quanto a genere o a tipo di storia, [con] una militanza nella Roger Corman Factory per i primi tre film e, poi, di tutto: dagli Studios al film politico, dalla difesa degli oppressi al sospetto di razzismo strisciante verso gli omosessuali, dalla megaproduzione al film no-budget, magari a distanza di pochi mesi” (Falaschi, 1997).

L’uomo venuto dalla Manciuria
Va’ e uccidi esce nelle sale nel 1962, l’anno che gli Stati Uniti e il mondo ricorderanno per il braccio di ferro con Fidel Castro sulla questione delle basi missilistiche sull’isola caraibica, e ha il suo incipit in un episodio immaginario avvenuto nel 1952 durante la Guerra di Corea, che, come la stessa crisi cubana, rappresenta uno dei capitoli più significativi della Guerra fredda.
Tutti in patria, a partire dagli uomini della sua stessa pattuglia, credono il sergente Raymond Shaw (che nel film di Frankenheimer ha il volto di Laurence Harvey) un eroe di guerra, capace di salvare sé stesso e gli altri da un agguato e annientare un’intera compagnia di fanteria cinese.

A mettere in dubbio la veridicità dell’impresa, per la quale è conferita al sergente la medaglia d’oro del Congresso, è il protagonista della storia, il maggiore Bennet Marco (Frank Sinatra), uno dei commilitoni salvati dallo stesso Show: elaborando i propri incubi, Marco fa luce su un complotto internazionale comunista basato sulla conversione della mente di soldati rapiti e trasportati segretamente a Tonghua, in Manciuria, dove, penetrando nel loro subcosciente, i nemici tenteranno di porre l’eroe al servizio di un piano di conquista della Casa Bianca. Tale proposito s’incrocia con quelli dell’ingombrante madre di Show (Angela Lansbury), sposa in seconde nozze di un governatore dai toni maccartisti e che indirizza i suoi sforzi in un epilogo che incredibilmente pare anticipare di pochissimo la tragedia kennediana di Dallas.
Washington ha sempre guardato con particolare interesse a quanto accade a nord del 38° parallelo, soprattutto negli ultimi tempi, con l’ascesa al potere di Kim Jong-un, prima, e Donald Trump, poi, intenzionati a dare una svolta, per ora più chiassosa che credibile, ai difficili rapporti diplomatici fra i due Paesi.
Va ricordato, tuttavia, che in Va’ e uccidi, anziché dai nordcoreani, la minaccia giunge in realtà dai russi e dai cinesi, all’epoca potenti alleati di Kim Il-sung, e che, pur considerando titoli quali Corea in fiamme (1951) di Sam Fuller e M*A*S*H (1970) di Robert Altman, la stessa cinematografia statunitense ha dedicato un numero esiguo di pellicole con protagoniste le truppe agli ordini del generale Douglas MacArthur nella penisola coreana, rispetto alle numerose rappresentazioni dell’intervento USA in Europa e nel Pacifico durante la Seconda guerra mondiale e a quello in Vietnam.

L’uomo tornato dall’Iraq
Se Condon e Frankenheimer collocano la storia all’interno della guerra di Corea, la pellicola di Demme si caratterizza per un interessante ed efficace aggiornamento, poiché l’azione militare con cui inizia la vicenda dei protagonisti è inserita nel contesto di Desert Storm, l’operazione condotta dall’Occidente a seguito dell’inevaso ultimatum dell’Onu all’Iraq di Saddam Hussein. Questi aveva invaso il confinante Stato del Kuwait agli inizi dell’agosto 1990, “per dare una lezione a quel piccolo paese insolente che molti Iracheni considerano una provincia del loro paese, staccata dall’imperialismo britannico” (Corm, 2003).

La reazione è molto severa, dal momento che “la coalizione antiirachena, alla quale gli Stati Uniti forniscono l’apporto di gran lunga maggiore, schiera di fronte all’Iraq un’armata allucinante. Una macchina per schiacciare una pietra! In quarantadue giorni vengono rovesciate sull’Iraq ottantacinquemila tonnellate di bombe, ossia una potenza sette volte superiore a quella della bomba atomica di Hiroshima” (Pierre-Jean Luizard, 2003).
Nel 2004, quando nelle sale cinematografiche gli statunitensi vedono il film di Demme, non solo la Guerra fredda che fa da sfondo alle opere di Condon e Frankenheimer è terminata ormai da oltre un decennio, ma nel Golfo Persico è già in atto il secondo capitolo delle ostilità con l’impiego dei loro soldati, che vi ritornano, dopo l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, come conseguenza degli attentati dell’11 settembre di quell’anno. L’agenda della politica estera del loro Paese annota eventi di notevole clamore: per quanto riguarda l’Iraq, in quell’anno si registra lo scandalo degli abusi perpetrati sui detenuti iracheni rinchiusi nella prigione di Abu Ghraib e il passaggio di consegne della sovranità nazionale dalla coalizione, di cui gli USA erano indiscussi leader, nelle mani di un governo di transizione locale. Nella rilettura offerta da Demme, ai sovietici, ai cinesi e ai coreani comunisti si sostituiscono i membri della Manchurian Global, un titano della finanza senza scrupoli che non disdegna di sostenere piani strategici a dir poco discutibili, quali compromettere la mente dei soldati Show e Marco, la cui amnesia è una vera “porta chiusa su un abisso d’orrore”, come lamentava il protagonista dell’hitchcockiano Io ti salverò (1945).

Il cambiamento geopolitico non è, tuttavia, il solo adeguamento proposto nel remake del 2004: se i ruoli di Raymond Show e di sua madre sono affidati a Liev Schreiber e Meryl Streep, nella parte di Bennet Marco c’è Denzel Washington, il primo attore afroamericano a vincere l’Oscar come miglior protagonista. La scelta conferma la notevole trasformazione all’interno del Paese proprio in virtù di quei radicali cambiamenti che presero vita a partire dagli anni Sessanta e che, spesso a costo di un elevato prezzo, comportarono il riscatto di tutte le minoranze, compresa quella afroamericana che, a quattro anni dalla prima visione di The Manchurian candidate, vide eletto un suo figlio, Barack Obama, a Presidente federale.
Il 2004 è, del resto, lo stesso anno in cui, non solo Saddam Hussein comparve davanti ai giudici che elencarono i capi d’imputazione a suo carico, ma anche quello in cui George W. Bush è nuovamente eletto alla Casa Bianca con una campagna elettorale che puntava il dito anche sulla difesa del territorio dall’intrusione di elementi minacciosi nei confronti della sicurezza nazionale. Condon, Frankenheimer e Demme interpretano, d’altronde, ciascuno secondo le peculiarità del mezzo in sé, del proprio stile e delle proprie considerazione personali questa paura che sia le amministrazioni governative alternatesi in queste ultime tornate elettorali sia il popolo hanno conosciuto in tempi relativamente recenti: se si esclude l’attacco da parte dell’aviazione militare giapponese a Pearl Harbour del 1941, il suolo patrio statunitense non ha annoverato, fino agli attacchi dell’11 settembre 2001, eclatanti violazioni, se non quelle proposte dalla letteratura, prima, e dalla cinematografia, poi, passando, attraverso Orson Welles, per la radio e giungendo all’accattivante linguaggio delle serie televisive, come ad esempio Homeland – Caccia alla spia (20111) che, con il racconto del ritorno in patria dell’ambiguo marine Nicholas Brody, molto rammenta The Manchurian Candidate.

L’uomo tradito in Vietnam
I tempi sono cambiati, all’insegna del timore della radicalizzazione islamica e dell’altrettanto pericolosa risposta da parte di vari estremismi di segno opposto, e nel mezzo, da sempre, dubbi, non sempre leciti, sulla condotta dei propri governanti, un sospetto molto appetibile per la cinematografia statunitense. Con Va’ e uccidi e The Manchurian candidate si è già visto che la minaccia è costituita, rispettivamente, dal comunismo del blocco orientale, inteso qui nelle sue estreme propaggini geografiche, e da una vorace corporation, ossia da realtà sovrannazionali che indirizzano attacchi agli Stati Uniti attraverso una sofferenza crudelmente indotta ai cittadini statunitensi in divisa mediante la sperimentazione scientifica.

Va, tuttavia, annoverato anche il caso dell’impiego della scienza da parte del governo di Washington nei riguardi dei suoi soldati e le major non hanno mancato quest’appuntamento tra i loro soggetti da realizzare. Basti ricordare che nel 1990, l’anno stesso dell’invasione del Kuwait da parte delle truppe del Ra’īs, esce nelle sale Allucinazione perversa di Adrian Lyne. Un titolo in Italia imposto dalla distribuzione per trarre profitto dal successo dell’opera precedente del regista (Attrazione fatale), ma che sacrificava il duplice richiamo esercitato negli USA da quello originale (Jacob’s Ladder), letteralmente La scala di Jacob: da un lato, il riferimento andava all’episodio biblico della Genesi, ossia al sogno del profeta Giacobbe di una scala posta fra la terra e il cielo adoperata dagli angeli; dall’altro, così era chiamata la sostanza capace di moltiplicare a dismisura la ferocia del combattente e della quale fa le spese il caporale Jacob Singer (Tim Robbins), calato da essa in un inferno di paure, al pari dei suoi commilitoni, tutti aggrediti, a differenza di Va’ e uccidi e The Manchurian Candidate, da altri soldati statunitensi.

Tale episodio chiave struttura una narrazione caratterizzata sia da una complessa alternanza tra presente e passato (e, forse, futuro), sia da un avvicendamento spinoso tra realtà, verosimile e immaginazione alterata dalle droghe e dagli incubi, richiamando tanto le pagine dell’antico maestro Ambrose Bierce, colui che inserì l’elemento orrifico nel racconto della guerra di secessione americana, quanto il Kurt Vonnegut di Mattatoio n. 5 (cfr. Molinari, 1991; Valerio, 1999). Allucinazione perversa giocò, per fini anche pubblicitari, sull’ambiguità delle fonti d’ispirazione, dal momento che l’eventualità dell’accadimento di una vicenda del genere incontrò l’imminente negazione da parte del Pentagono, ma è certo che questa pellicola ritagliò un’insolita veste al suo regista.
“Adrian Lyne”, scrisse, a suo tempo, un critico “sorprende (spiazza) quanti lo credevano solo uno yes man dell’industria hollywoodiana con un’opera dura, inquietante e, quel che più conta, a più piste (un po’ horror, un po’ war movie, a tratti persino dramma familiare e con un accenno […] addirittura al musical. Parte del merito va reso allo sceneggiatore Bruce Joel Rubin che ha creduto (ed insistito) in un suo soggetto di qualche anno fa, che non pare aver perso neppure un briciolo di attualità, anzi” (Molinari, 1991). Questa riconosciuta capacità colloca il regista di Peterborough in una posizione mediana fra Frankenheimer e Demme, così come, restando in tema di coinvolgimento armato di truppe statunitensi, la guerra contro Ho Chi Minh si pone tra il conflitto in Corea e quello in Iraq.

Un nuovo Vietnam
La lezione appresa dalla guerra in Vietnam rafforzerà l’intento di evitare un eventuale tentativo di conquista di Baghdad ai tempi di Desert Storm, impedimento previsto dal mandato dell’ONU che autorizzava l’intervento armato per liberare il Kuwait, ma non di introdurre uomini della coalizione in territorio iracheno.
Il monito non sarà rispettato nel successivo coinvolgimento in Iraq, dal quale conseguì una lunga e logorante presenza USA, condizione che, sul grande schermo, trovò emblema in The Hurt Locker. Opera che valse a Kathryn Bigelow la vittoria del primo Oscar alla regia assegnato a una donna, ha per protagonista il sergente William James (Jeremy Renner) che svolge nella capitale conquistata il proprio prezioso lavoro di artificiere, disinnescando ordigni di vario potenziale letale. Soldati “impantanati”, si dirà per i militari statunitensi fra conflitto in Estremo e Medio Oriente, ma l’espressione ha efficacemente descritto un sentimento generazionale, che incluse lo stesso Demme: ricordando il periodo tra il 1968 e il 1969, nel quale il regista era solito viaggiare tra Londra e New York, affermò:

“C’era una società di produzione che realizzava pubblicità per la televisione, ma era intenzionata a entrare nel cinema, e dal momento che ero un pubblicitario alla United Artists pensarono che forse avrei potuto aiutarli a ottenere finanziamenti cinematografici in Inghilterra. […] Accettai il lavoro e mi trasferii a Londra […] Erano i giorni cupi della guerra del Vietnam. Ero proprio contento di non vivere in America, un paese che in quel momento ero arrivato a odiare sotto diversi punti di vista” (Thompson, Baron, 1994).

Del resto, la continuità fra i due conflitti sembra rievocata da Demme sin dalle prime immagini di The Manchurian Candidate, nelle quali i titoli di testa scorrono insieme alle sequenze iniziali sotto le note di una cover di Fortunate Son eseguita da Wyclef Jean: la canzone pacifista dei Creedence Clearwater Revival composta sul finire degli anni Sessanta è la stessa che accompagna l’arrivo di Forrest Gump e il suo commilitone Bubba in Vietnam, un Paese “molto diverso dagli Stati Uniti d’America. Tranne che per i barattoli di birra e la grigliata, era vero”.

Ascolti
  • Creedence Clearwater Revival, Willy and the Poor Boys, Concord, 2008.
  • Rachel Portman, The Manchurian Candidate (Music From The Motion Picture), Varèse Sarabande, 2004.
Letture
  • Richard Condon, L’eroe della Manciuria, Longanesi, Milano, 1961.
  • Georges Corm, L’Iraq da una guerra all’altra, in AA. VV., Iraq. Dalle antiche civiltà alle barbarie del mercato petrolifero, Jaca Book, Milano, 2003.
  • Francesco Falaschi, Jonathan Demme, Il Castoro, Milano, 1997.
  • Dennis Lehane, L’isola della paura, Piemme, Milano, 2015.
  • Pierre-Jean Luizard, La questione irachena, Feltrinelli, Milano, 2003.
  • Mario Molinari, Allucinazione perversa, Segnocinema, n. 49, maggio-giugno 1991.
  • David Thompson, Saskia Baron, Qualcosa di travolgente: dalla serie B all’Oscar con Jonathan Demme, in Manlio Benigni, Fabio Paracchini (a cura di), American Movies 90, Ubulibri, Milano, 1994.
  • Silvana Valerio, Reato di abduzione: televisione, altri racconti di cinema e Adrian Lyne, A.C. Barattolo, 1999.
  • Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli, Milano, 2018.
Visioni
  • Robert Altman, M*A*S*H, Warner Home Video, 2012 (home video).
  • Kathryn Bigelow, The Hurt Locker, Eagle Pictures, 2009 (home video).
  • John Frankenheimer, Va’ e uccidi, A & R Productions, 2018 (home video).
  • Sam Fuller, Corea in fiamme, Terminal Video, 2008 (home video).
  • Homeland. Stagione 1, Warner Home Video, 2012 (home video).
  • Alfred Hitchcock, Io ti salverò, A & R Productions, 2016 (home video).
  • Adrian Lyne, Allucinazione perversa, CG Entertainment, 2002 (home video).
  • Adrian Lyne, Attrazione fatale, Universal Pictures, 2011 (home video).
  • Martin Scorsese, Shutter Island, Warner Home Video, 2012 (home video).
  • Robert Zemeckis, Forrest Gump, Universal Pictures, 2011 (home video).