Sparire non basta. Qualcosa rimane sempre acceso: un ricordo, una domanda, una cartella sul pc che possiamo riaprire quando vogliamo. In W. di Tiemen Hiemstra, tradotto per Adelphi da Dafne Paris, l’assenza di un amico diventa una presenza difficile da mettere a tacere. La sua vita continua a offrirsi alla lettura proprio mentre lui si sottrae. Ma conoscere le tracce di qualcuno significa davvero conoscere chi le ha prodotte? Olaf e W. si incontrano a scuola, a Groningen. Olaf attribuisce a sé stesso soprattutto la capacità di essere gentile; W. è irrequieto, intraprendente, capace di trasformare l’assurdo in un linguaggio condiviso. La loro amicizia apre uno spazio nel quale l’esistenza sembra diventare interessante. W. sperimenta, Olaf partecipa: stare insieme permette a entrambi di uscire dalla solitudine senza doverla prima spiegare. Il rapporto sopravvive agli spostamenti, agli studi di filosofia di Olaf ad Anversa, all’arrivo di Hilde, la sua ragazza. Poi W. scompare senza una parola. L’interruzione cambia il significato di ciò che è stato vissuto. Una battuta può diventare un avvertimento, una stranezza assumere il peso di un sintomo, un silenzio sembrare improvvisamente intenzionale.
“Un’ombra striscia sul muro. Il frigo smette di ronzare. […] Chiudo gli occhi e mi ritrovo in un grande spazio. Una cattedrale secolare. […] Fa freddo e da qualche parte in alto su una balaustra, c’è una statuetta che mi fissa, ma è così piccola che non riesco a vedere che cosa rappresenti”.
L’interesse della vicenda nasce anche da questo scarto: chi resta possiede molti ricordi e pochissime certezze. La familiarità, che rendeva naturale la presenza dell’amico, rende adesso quasi intollerabile la sua estraneità. La scomparsa introduce un’attesa, ma la tensione più profonda riguarda il rapporto tra i due. Un’amicizia può diventare il luogo in cui impariamo a riconoscerci, dove una parte di noi prende finalmente consistenza. Può anche abituarci a esistere attraverso il ruolo che l’altro ci assegna. Nel legame tra Olaf e W. si intravede questa ambivalenza: l’iniziativa dell’uno e la disponibilità dell’altro costruiscono una complicità che allarga il mondo, mentre rendono difficile immaginare come abitarlo separatamente. Per Olaf, cercare W. significa allora interrogare il punto dal quale la propria vita ha cominciato ad avere una forma. La narrazione procede attraverso frammenti e ritorni: il passato non resta ordinato dietro al presente, ma lo attraversa, riemerge, ne modifica la percezione. La forma suggerisce un’esperienza della memoria nella quale gli episodi non valgono una volta per tutte. Il lettore viene coinvolto in questo movimento: vorrebbe un’immagine coerente, ma deve confrontarsi con materiali che resistono alla composizione.
“Un sarcofago fluttua nello spazio. Una cassa di diamante scuro. Questo sarcofago è la mia stazione spaziale. Tra me e la cassa corre un filo d’argento. Quando rido così forte da farmela sotto il filo si tende. Cado nella cassa”.
Sul computer, W. lascia un file zip denominato “Il sarcofago dello spasso.docx” che raccoglie testi, immagini e meme pubblicati in rete. Questo archivio introduce una promessa allettante: forse esiste un accesso alla persona che i ricordi non possono garantire. Ma un documento può essere conservato perfettamente e restare indecifrabile e la precisione della traccia non coincide con la chiarezza del suo significato. Il file diventa quindi qualcosa di più inquieto di un semplice lascito: consente di continuare a incontrare l’amico, senza poterlo raggiungere. Aprire un archivio può assomigliare a un gesto di vicinanza; può anche diventare un modo di rimandare la separazione. Finché rimane qualcosa da interpretare, sembra prematuro accettare che non arriverà una spiegazione. La cultura digitale entra così nel romanzo come un problema di lettura. Ci lascia una quantità crescente di materiali attraverso cui tentare di conoscere gli altri, ma non elimina la distanza che ci separa da loro. W. permette di interrogare questo paradosso dentro un rapporto concreto, dove il desiderio di interpretare non nasce dalla curiosità astratta, bensì dalla paura di aver perso qualcuno. Anche il ricordo, però, seleziona e monta. Olaf ricompone l’amico attraverso episodi e impressioni, mentre il file offre un’altra raccolta di frammenti. Una persona eccede i contenuti che pubblica e l’immagine che gli altri hanno imparato ad amare. È in questa eccedenza che il mistero acquista spessore: ciò che sfugge può appartenere alla vita stessa del rapporto, senza nascondere necessariamente una chiave risolutiva.
“Collego lo scorpione al portatile. Subito una lucina blu comincia a lampeggiare entusiasta sul carapace. Lo scorpione inizia a ronzare. Nuovo disco rilevato. […] Apri disco E://Ilsarcofagodellospasso. Benvenuto nella folle cabina dello spasso di W.! Bentornato!”.
Il personaggio di Hilde apre ulteriormente questa configurazione. La presenza di una terza persona mette il rapporto in circolazione, lo espone ad altri equilibri e impedisce di pensarlo come un universo chiuso. Diventare adulti significa anche attraversare queste trasformazioni, accettare che gli affetti cambino posizione e che un incontro continui a contare senza dover conservare la sua forma iniziale. La scomparsa di W. rende dolorosamente brusco ciò che, nelle relazioni, spesso avviene senza che sappiamo dargli un nome. Il romanzo di formazione assume allora una direzione meno rassicurante. Crescere può voler dire rinunciare alla convinzione che ogni esperienza debba consegnarci un’identità più salda. Alcuni rapporti ci formano lasciandoci domande che non sappiamo chiudere. Il fascino di W. sta nella possibilità di seguire una ricerca che riguarda l’amico perduto e, insieme, le condizioni attraverso cui crediamo di poter conoscere un’altra persona. Sul computer c’è ancora qualcosa da leggere. È un’immagine minima, quotidiana, capace di trattenere un’inquietudine vasta: possiamo conservare quasi tutto e continuare a non capire ciò che conta. Tornare a quelle tracce significa custodire il rapporto oppure chiedergli di restituirci un’identità? W. invita a restare davanti a questa domanda abbastanza a lungo da sentirne il peso. Perché il fantasma più tenace, quando qualcuno scompare, potrebbe essere la persona che eravamo soltanto insieme a lui.

