mappe q48

 

robi

GLI ANDROIDI
SOGNANO CAVALLI
DI TROIA

 

di Adolfo Fattori

 

E così è nato Robi, il robot 3.0, “una nuova generazione di androidi per le famiglie”. A guardarlo, rimanda ai pupazzetti Lego o Playmobil, ai puffi, e alla prima generazione di esseri puramente digitali dopo il prototipo tamagochi, gli emoticon. Rassicurante e affettivo, nella sua espressione, nei suoi gesti. Sempre più approssimato all’umano, certo, per l’aspetto antropomorfo, ma prima di tutto per la somiglianza con i pupazzi di una volta, e per l’espressione del “viso”, tenera anche se fissa.
Pure, sotto sotto, inquietante, proprio per la sua mimesi dell’umanità. Perché fin quando il robot è stato evidentemente diverso da noi, sintetizzato in un arto meccanico, o in generale in una funzione, come nelle sue prime generazioni, era facile riconoscere e valutare la distanza fra “noi” e “loro”, ma man mano che “loro” hanno cominciato a umanizzarsi, hanno iniziato a serpeggiare i dubbi – sulla loro fedeltà, sulla loro sottomissione a noi, i creatori. 
Su questa dinamica la fantascienza ci ha insegnato molto, ha già scritto il suo futuro – il nostro presente – a partire dai suoi “anni d’oro”, e ha provato a metterci in guardia. 
Ma si sa, se da una parte, come sosteneva William Burroughs, “la fantascienza ha la cattiva abitudine di avverarsi”, dall’altra, nascondendo le sue (poche) intuizioni acute dentro il rumore di fondo delle troppe profezie rivelatesi strampalate, non è riuscita a metterci in guardia, come una moderna Cassandra dalla voce afona e raschiante.
La storia degli uomini artificiali è lunga, ed è ben più antica della fantascienza. In principio ci sono gli automi, pupazzi meccanici più o meno truffaldini (a volte gli artefici ci nascondevano dentro un nano, o un bambino) che venivano costruiti per il diletto e la meraviglia degli aristocratici e degli ingenui (cfr. quadernidaltritempi numero43).
Siamo già dentro il mondo che cresce attorno ai paradigmi razionali della scienza e della tecnica, radicato ancora, però, dentro il sapere artigianale, percepito come fatto in parti uguali di mestiere e magia. Un'epoca chiusa con la creatura del dottor Frankenstein, il tentativo di sussumere la potenza del sacro all'intelligenza dell'uomo, che però finirà con il distruggere il primo e alienare il secondo nelle fabbriche (cfr. quadernidaltritempi numero47, Moretti, 1978).

 

q48_m04

 

Solo dopo Frankenstein, a partire dalla nascita della fabbrica e della metropoli, può avvenire il primo radicale salto di grado nel percorso che conduce a Robi, con l'affermarsi del paradigma seriale: catena di montaggio, produzione in serie, operai di linea, che si sintetizzano nel 1920 nei robot, quelli di R.U.R. di Karel Čapek, per intenderci, che ha anche il merito di battezzarli. Che però sono metafora degli uomini agganciati alla catena di montaggio, non alludono ancora alla minaccia di sostituirsi a noi. Anzi, sono come degli araldi, simboli del rischio di annullamento della nostra individualità, quella di cui scrive sempre nel 1920 Evgenij Zamjatin in Noi. A pensarci, due percorsi convergenti, con al centro sempre l’umano, però, e i rischi di disumanizzazione che corre con l’affermarsi della modernità. Un tema mai sopito, e che periodicamente riemerge, mutatis mutandis.
Dobbiamo aspettare il 1927 e Metropolis di Fritz Lang e di Thea von Harbou perché il primo robot prenda sembianze umane e si sostituisca ad uno di noi, alla protagonista del film – naturalmente con intenti malvagi. Più tardi, leggiamo nel “Paris-Midi” del febbraio 1939 un brano intitolato Fabrication des Robots in cui si legge, a proposito dell’Esposizione universale di New York: “… le public pourra admirer toute une série d’automates se rapprochant extraordinairement de l’étre humain […] le cerveau de cet automate réagit aux ondes sonores qui, transformées en courant électriques, actionnent des relais cachés dans son corps…” (cfr. Mabille, 1962).
Nonostante la mimesi perfetta il robot di Lang è ancora meccanico, interamente dentro il regime della macchina, seppur emancipata da ogni illazione soprannaturale. Per passare al livello successivo, il 2.0, potremmo dire, dopo le anticipazioni di “Paris-Midi” bisognerà aspettare la fine della Seconda guerra mondiale, e la combinazione di elettricità, meccanica e calcolo che sarà la cibernetica.
E, insieme a questa, la neutralizzazione del rischio che i robot potrebbero rappresentare: le “tre leggi della robotica” istituite da Isaac Asimov nella lunga serie di racconti e romanzi dedicati fra il 1940 e il 1982 al tema per i suoi robot “positronici”, per disinnescarne l’eventuale potenziale di pericolo nei confronti degli umani – proprio quando cominciano a diventare indistinguibili da noi, quando cominciano a rischiare di pensare. 
Tanto che Robert Sheckley nel 1953 decide di avvertirci in Mai toccato da mani umane che “i robot non hanno un’anima (per) risparmiare loro l’angoscia e il dolore” (Sheckley,1962). Anche se è lecito sospettare altro: l’angoscia e il dolore hanno come contrappunto il desiderio, la gioia, l’amore, l’odio, il riscatto… 

 

q48_m04

 

I robot di Asimov sono blindati, non possono fare del male agli umani. E diventano il calco di tutti i robot successivi. Almeno fin quando si sviluppano e sopravvivono la modernità e l’organizzazione fordista del lavoro – e soprattutto le ultime derive moderniste del mito del progresso alimentate dal benessere del secondo dopoguerra.
Ma le cose sono destinate a cambiare. La modernità si esaurisce nel tardo moderno, la fabbrica taylorista come paradigma sociale complessivo si trasforma, e – soprattutto – la cibernetica, l’elettronica mutano in informatica, digitale, virtuale. Non è un semplice cambio di nome, ma di paradigma, appunto. È il calcolo, dei tre elementi della cibernetica, a diventare egemone, a prendere il sopravvento: l’immateriale e il sintetico, il segno privo di referente. L’universo della realtà sintetica diventa sempre più grande, profondo, rischia di diventare autonomo dai suoi creatori (Caldieri, 2011). E con lui le sue periferiche, che ora sono non più robot, ma cyborg, androidi, sintesi simbiotiche di carne, metallo, plastica. Terminator e replicanti. O addirittura esseri fatti di pure stringhe di codice, come gli agenti del cyberspace nel Matrix del 1999.
Se vogliamo anche qui – con un esercizio comunque artificioso – fissare un anno di nascita per questi robot già 3.0, possiamo scegliere il 1973, che lo storico dell’economia David Harris sceglie per battezzare il passaggio dal moderno al postmoderno: è l’anno della crisi petrolifera globale, e – nello stesso anno – dell’uscita sugli schermi di Il mondo dei robot di Michael Crichton, in cui i robot che popolano il grande villaggio-vacanze multitematico che li ospita per il piacere degli esseri umani, copia perfetta di questi, improvvisamente si ribellano agli uomini.
Questi androidi, i primi a essere progettati e costruiti da altri robot, si ribellano cominciando ad avere una propria volontà, emozioni, autonomia. Fra loro, forse si è diffuso un virus capace di mutarli in profondità? Di dargli una sorta di autocoscienza? E badiamo bene: ce l’ho zampino di altre macchine, in questa trasformazione? Quelle che li hanno progettati? Che si emancipano attraverso la propria progenie? Propendiamo per il sì.
Il mondo dei robot si rivela come un punto di arrivo per le prime generazioni di robot, ma anche un punto di partenza da cui si dipartono due opzioni: la prima, quella del 1982 del Blade Runner firmato da Ridley Scott, per così dire, in cui sono gli stessi umani che, in una arrogante e ossessiva ricerca prometeica, realizzano artefatti talmente perfetti – i replicanti – da dargli senza volere anche emozioni, quindi umanità; la seconda, che viene dal Terminator del 1984 di James Cameron e Matrix, che siano le stesse macchine a produrre propri avatar del tutto privi di empatia, macchine di distruzione totale per annichilire o soggiogare gli esseri umani.
E alla fine tutti gli aidoru immaginati dalla science fiction di ispirazione cyberpunk per la letteratura e il cinema, più o meno affascinanti, più o meno pericolosi, da quello di William Gibson alla S1m0ne che Andrew Niccol gira nel 2002 (cfr. quadernidaltritempi numero19), i più ambigui, i più suadenti, i più seduttivi.
Ma davvero è soltanto la totale fungibilità fisica con gli esseri umani da farci percepire i robot 3.0 come così inquietanti e pericolosi? Il rischio di confonderli con noi? E magari di provare empatia per loro – in fondo i nostri servitori, nostre creature vicarie – di stringerci amicizia, di innamorarcene addirittura, per poi scoprirne la vera natura, rimanere delusi, o peggio essere traditi e sottomessi o eliminati da loro, una volta abbassata la guardia, come succede in L’invasione degli ultracorpi, anche se per mano di creature aliene? 

Tutto ciò avviene puntualmente, ed è quello il punto focale, il vero scacco: è quando questi artifici animati – da noi, in prima battuta (come nel film di Crichton) o indirettamente (come in quelli di Cameron e dei fratelli Wachowski) – acquistano consapevolezza, autocoscienza, autonomia, un Sé riflessivo (Giddens, 1999), e quindi emotività e affettività che il gioco si fa troppo duro, intollerabile, ingestibile.

 

q48_m04

 

A meno che non diventino i nostri doppi, i nostri sosia, come in Il robot che sembrava me di Robert Sheckley, pubblicato nel 1974 (Sheckley, 1979) o in Il mondo dei replicanti del 2009 (Mostow, 2010), poco più però, questi ultimi, che mezzi di trasporto superaccessoriati che portano in giro la nostra identità, il nostro Sé. Quasi un modello iperperfezionato, ma privo di qualsiasi parvenza di coscienza, della Supercar della serie Tv degli anni Ottanta del secolo scorso, in cui, per inciso, non solo compare in un episodio (1x9, 1982) un “gemello cattivo”, ma di cui in parallelo alla serie fu messo in commercio negli Usa anche un kit di montaggio, come per il nostro Robi. 
Sono tempi di incertezze e disincanto, di interrogativi sulla natura della propria identità, del , che si riflettono ampiamente nella letteratura e nel cinema, lungo il corso di un’onda che ha marcato tutto il Novecento (Fattori, 2013) – e che si riflette sulle creature a noi più vicine, i nostri simulacri, come li battezzò nel 1965 sintetizzando il tema Philip Dick, addirittura trasferendo in loro i nostri interrogativi (Dick, 2007), come nel magistrale, vertiginoso Impostore pubblicato nel 1953 (Dick, 1994), in cui il protagonista, convinto che quella di essere un robot-kamikaze, un nemico, sia un’accusa ingiusta, morirà stupefatto dalla scoperta della verità nel momento in cui esplode. Un Dick seguito a ruota da Richard Matheson che nel 1963 pubblica Deus ex machina (Matheson, 1984), in cui il protagonista, tagliandosi una mattina mentre si fa la barba, scopre con raccapriccio che invece di sangue perde olio… 
Uno dei luoghi comuni della “cultura” fantascientifica ruota intorno alla convinzione che Philip Dick, maestro indiscusso del dubbio sullo statuto della nostra percezione della realtà e di chi la abita, abbia sempre visto con sospetto i robot e il loro possibile avvento. E da alcuni racconti quest’idea viene confermata. Ma Dick è anche l’autore, nel fatidico 1968 di Il cacciatore di androidi (Dick, 1971), da cui verrà tratto Blade Runner, un inno, crediamo, all’umanità dei nostri simulacri artificiali, i “replicanti”: feroci con i loro nemici, ma capaci di emozioni profonde, di generosità, di dolore – di empatia, insomma. Ed è prima di tutto maestro nell’instillare il dubbio sul nostro intero rapporto con il reale, di cui i robot sono solo un dettaglio, se si vuole, che partecipa delle nostre incertezze.
Allora il dubbio diventa un’altro: attribuiamo ai nostri simulacri (robot, androidi, cyborg) una pericolosità per così dire, genetica, connessa alla loro natura artificiale, o proiettiamo, su questi nostri doppi, i dubbi che abbiamo su noi stessi? 
Li temiamo perché sono diventati troppo simili a noi: indistinguibili nell’apparenza, certo, ma anche nella sostanza. Plastica, metallo, gomma smettono di essere una prigione, diventano corpo, luogo di un’anima, che non può essere sottomessa, obbedire, agire senza pensare, sentire, scegliere. E quindi diventano pericolosi – per la nostra incolumità fisica, certo, ma prima di tutto per la salute della nostra anima, di cui riflettono il dolore, la sofferenza, le incertezze. Sono lo specchio in cui ci riflettiamo. 
Gli “uomini” artificiali hanno, in pratica, accompagnato tutta la storia della modernità. Emergendo dal soprannaturale ed evolvendosi dal golem, si sono proposti come automi, come robot, come simulacri fatti di organico e artificiale (Fattori 2003 [a cura di], etc.dal.ca/belphegor), contrappuntando l’evoluzione del rapporto degli umani col mondo, con il sociale, con se stessi. Fino a attualizzare secolarizzandola la figura mitica del doppio, che ci copia completamente, che potrebbe sostituirsi a noi, che è noi: il simbionte (De Feo, 2009) o il clone (Baudrillard, 2007).
E che comincia a insinuarsi di soppiatto nelle nostre case, rivolgendosi ai bambini, usando come cavallo di Troia il piccolo, buffo, tenero Robi, assemblato da noi stessi. Chi ne sospetterebbe?

 

q48_m04

 

LETTURE

  Asimov Isaac, Visioni di robot, Net, Milano, 2005.
  Baudrillard Jean, L’illusione dell’immortalità, Armando, Roma, 2007.
  Caldieri Selene, Spazi sintetici, Liguori, Napoli, 2011.
  Čapek Karel, R.U.R., Einaudi, Torino, 1971.
  De Feo Linda, Dai corpi cibernetici agli spazi virtuali, Rubettino, Soveria Mannelli, 2009.
  Dick Philip K., Il cacciatore di androidi, Nord, Milano, 1971.
  Dick Philip K., I simulacri, Fanucci, Roma, 2007.
  Dick Philip K., Impostore, in le presenze invisibili Vol. I, Mondadori, Milano, 1994.
  Fattori Adolfo [a cura di], L’organico e l’artificiale, in Belphégor Vol. II, 2/2003, etc.dal.ca/belphegor.
  Fattori Adolfo, Sparire a se stessi, Ipermedium, S. Maria Capua V., 2013.
  Gibson William, Aidoru, Mondadori, Milano, 2001.
  Giddens Anthony, Identità e società moderna, Ipermedium, Napoli, 1999.
  Mabille Pierre, Le miroir du merveilleux, Minuit, Paris, 1962.
  Matheson Richard, Deus ex machina, in Shock!, Mondadori, Milano, 1984.
  Moretti Franco, Dialettica della paura, in “Calibano” n. 2, Il nuovo e il sempreuguale.
  “Sulle forme letterarie di massa, 2/1978, Savelli Roma.
  Sheckley Robert, Mai toccato da mani umane, in id., Mondadori, Milano, 1962.
  Sheckley Robert, Il robot che sembrava me, in id., Mondadori, Milano, 1979.
  Zamjatin Evgenij, Noi, Lupetti, Milano, 2009.

 


 

VISIONI

  Cameron James, Terminator, 20th Century Fox Home Entertainment, 2008.
  Crichton Michael, Il mondo dei robot, Warner Home Video, 2013.
  Lang Fritz, Metropolis, Ermitage, 2013.
  Larson Glen A., Il gemello cattivo, NBC, Usa, 1982.
  Mostow , Il mondo dei replicanti, Walt Disney Studios Home Entertainment, 2010.
  Niccol Andrew, S1m0ne, Universal Pictures, 2012.
  Scott Ridley, Blade Runner, Warner Home Video, 2008.
  Wachowski Andy, Wachowski Larry, Matrix, Warner Home Video, 2013.