mappe q48

 

robi

IL ROBOT
CHE (NON)
SEMBRAVA ME

 

di Roberto Paura

 

I protagonisti assoluti delle prime scene di Guerre stellari del 1977 sono due robot. Uno è alto, dorato, dinoccolato e parla come un essere umano; l’altro è basso, tozzo, senza alcun attributo umanoide e si esprime con cinguettii e cigolii. C-3PO e R2D2 rappresentano alla perfezione le due diverse facce della robotica. Quella dei robot “belli” che ha alimentato per decenni l’estetica fantascientifica e ispirato gli ingegneri nel realizzare automi quanto più simili agli umani, con tratti rassicuranti e affidabili, come nel caso di Robi (presentato appunto come un “androide”, ossia un robot dalle sembianze umane); e quella dei robot “brutti”, che generalmente non associamo al concetto stesso di robot e che, tuttavia, sono ovunque intorno a noi, come spiega anche Illah Reza Nourbakhsh, docente di robotica alla Carnegie Mellon University nel suo ultimo Robot fra noi (Nourbakhsh, 2014).
Nel settore della domotica, per esempio. Il termine, che sottintende una penetrazione della robotica nelle nostre case, indica un vasto insieme di innovazioni tecnologie per la gestione intelligente della casa che generalmente non associamo all’immaginario dei robot. Eppure, nei centri commerciali sono etichettati come “robot da cucina” le grosse apparecchiature che fungono da frullatori, spremiagrumi, tritatutto, sminuzzatori e grattugie. Più costosi e recenti sono i robot aspirapolvere a forma di disco: dotati di quel po’ di intelligenza necessaria a costruirsi una mappa mentale dell’abitazione, la ripuliscono a fondo in autonomia e, quando scaricano le batterie, tornano da soli alla base per ricaricarsi. A lungo annunciato, l’ingresso trionfale dei robot nelle case è ancora lontano, mentre per converso è da tempo che la robotica domina i luoghi per eccellenza della produzione: le fabbriche. I primi bracci automatici hanno fatto la loro comparsa nelle industrie automobilistiche negli anni Settanta del secolo scorso, e oggi si occupano di quasi tutti gli aspetti più complessi e delicati della costruzione di un’automobile lungo quella catena di montaggio che un tempo era rappresentata come la catena che legava l’operaio alla schiavitù del lavoro. Non è forse per questo, per liberare gli esseri umani dalle fatiche del lavoro, che sono nati i robot, come il loro termine ci ricorda? Per essere utili e versatili, non devono certo essere belli. E infatti non lo sono, né lo vogliono essere. Il rischio più grande, tuttavia, è che risultino anche antipatici. Lo sono per esempio in Abissi d’acciaio, il romanzo di Isaac Asimov che si apre con una sommossa popolare in un quartiere di New York contro il commesso robot di un negozio di scarpe. Anche se quelli di Asimov sono androidi che tentano in tutti i modi di assomigliare agli umani per risultare più gradevoli e simpatici, resta il fatto che i robot sono lì per toglierci il lavoro. E in un mondo sovraffollato – come quello di Abissi d’acciaio ma anche come il nostro mondo reale – perdere il lavoro per colpa di un robot non è per niente simpatico. Dopo la fase dell’outsourcing, ossia dell’esternalizzazione verso paesi dove il costo del lavoro è più basso, che ha portato all’aumento della disoccupazione nei paesi più industrializzati, stiamo ora entrando nell’epoca del robosourcing, come Al Gore l’ha definita recentemente (Gore, 2013).

 

q48_m03

 

Il robosourcing è la strategia che grandi corporation mettono in campo per abbattere il costo del lavoro, sostituendo i lavoratori umani con le macchine. Sembra uno scenario da distopia fantascientifica, ma è già realtà, anche se non ce ne accorgiamo, dato che finora nessuno è stato messo alla porta da un androide assunto per il suo curriculum migliore. Il robosourcing avviene in maniera molto più silenziosa, così come nel silenzio si sta svolgendo da decenni la grande rivoluzione della robotica. Lo spiega bene Nicola Nosengo nel suo libro I robot ci guardano, nel quale sottolinea come i “robot brutti, ma utili” stiano compiendo una rivoluzione identica a quella informatica dei decenni passati: “È la stessa cosa che si poteva dire dei computer fino ai primi anni Settanta del secolo scorso: esistevano eccome, erano già fondamentali in molti settori, ed erano molto utilizzati in particolare dagli scienziati e dai militari (due categorie che sono quasi sempre le prime a sperimentare le nuove tecnologie […]). Ma la maggior parte della gente non aveva mai visto da vicino un computer, al massimo ne leggeva sui giornali. Il che non vuol dire che i computer non influenzassero già in molti modi la vita delle persone” (Nosengo, 2013).
Non ce ne rendiamo conto, ma i robot sono già intorno a noi. Così come la rivoluzione informatica ha stravolto il mondo dell’occupazione, cancellando interi settori professionali e facendone nascere di nuovi, così la rivoluzione della robotica sta cambiando il mondo del lavoro. I bracci robotici nelle fabbriche tolgono posti agli operai umani, ma i bracci robotici nelle sale operatorie non tolgono di mezzo i chirurghi. Ciò in quanto il robosourcing, così come in precedenza quello che potremmo definire il computersourcing, impatta sulle categorie occupazionali meno specialistiche e più facilmente rimpiazzabili: la manovalanza, per dirla in una parola. Esattamente come, nel XVIII secolo, i nuovi telai meccanici toglievano il lavoro a tutto un sottobosco di maestranze che si guadagnava da vivere con la tessitura nei mesi morti della campagna, prima del periodo della raccolta. Ora anche nei paesi dove da anni le grandi multinazionali hanno spostato le loro fabbriche, per usufruire dei costi del lavoro più bassi, il robousourcing minaccia di tagliare milioni di posti di lavoro. È il caso, per esempio, della Foxconn, la potentissima compagnia taiwanese che si occupa, tra le altre cose, della produzione degli iPhone e di tutte le altre meraviglie più innovative dell’industria elettronica. Costretta negli ultimi anni ad aumentare gli stipendi per adeguarli alle richieste dei sindacati, la Foxconn sta lavorando per raggiungere il milione di unità robotiche impiegate nelle sue catene di montaggio, sostituendo gradualmente il personale umano. A tal proposito pochi mesi fa ha stretto un accordo con Google, che si è di recente gettata nell’affare della robotica, probabilmente con l’obiettivo di dar vita a tutta una nuova generazione di robot di massa da impiegare nelle linee di produzione industriali.
Anche in questo caso non bisogna aspettarsi automi dalle fattezze umane e magari con un’intelligenza artificiale come quella che Asimov immaginava con i suoi “robot positronici”. 

Per Google, che ha assunto a capo del suo nuovo dipartimento di ricerca e sviluppo sulla robotica il futurologo e inventore Ray Kurzweil, gli androidi hanno poco a che fare con C-3PO e molto più con i sistemi operativi Android che girano sugli smartphone Samsung e su un numero crescente di tablet. Il logo di Android è, come la parola lascia immaginare, un simpatico robottino verde, con un design più vicino a quello di Robi che agli attuali robot industriali. Però sostanzialmente non è altro che una sofisticata architettura software, immateriale e pervasiva. Il salto di qualità nel lavoro di Google con i robot sembra scontato dato il coinvolgimento di un guru come Kurzweil nel top management del colosso della Silicon Valley. Convinto assertore della singolarità tecnologica che entro il 2029 dovrebbe portare l’intelligenza artificiale a superare quella umana, sostenitore di metodi per raggiungere l’immortalità, si dice che Kurzweil prenda 150 pillole al giorno e settimanalmente si faccia iniettare in vena un cocktail di vitamine, integratori alimentari e coenzima Q10. Ha diciannove dottorati e uomini di tutto rispetto come Bill Gates sostengono che sia un genio: un personaggio, insomma, che sembra uscito da un romanzo di fantascienza di Robert Heinlein o da un tecnothriller di Michael Crichton.

 

q48_m03

 

La mossa più importante finora compiuta da Google dopo l’assunzione di Kurzweil è stata l’acquisizione di alcune delle più importanti start-up americane che lavorano nella robotica, tra cui la Boston Dynamics che lavora con la Darpa per la costruzione di soldati-robot. Una mossa che potrebbe suonare come un campanello d’allarme per chi, abituato a film come Terminator, non può fare a meno di pensare che i robot siano destinati a sfuggirci di mano e trasformarsi in macchine di distruzione. Dopotutto, scenari del genere sono già di attualità. I droni che bombardano chirurgicamente – o almeno dovrebbero – i territori martoriati dell’Afghanistan e del Pakistan per uccidere terroristi islamici non sono altro che robot. Secondo il futurologo Richard Watson, nel 2020 un terzo dei veicoli militari umani farà a meno di guidatori umani ed entro il 2021 un quarto dell’esercito americano sarà costituito da robot (Watson, 2013). I droni sono solo l’avanguardia. Gli Stati Uniti si sono già dotati di prototipi di robot chiamati Eatr (Energetically Autonomous Tactical Robot) semoventi, dotati di motori a biomasse e di bracci robotici in grado di raccogliere dal terreno il materiale necessario per alimentarsi, distinguendo anche, grazie a un’intelligenza artificiale dedicata, cosa è adatto come combustibile e cosa no. Robot di questo tipo somigliano alle famose macchine di Von Neumann, immaginate negli anni Quaranta del secolo scorso dal matematico John Von Neumann: robot in grado di autoreplicarsi attingendo dalle risorse naturali a disposizione sul posto, che civiltà intelligenti potrebbero utilizzare per esplorare l’intera galassia nel giro di pochi milioni di anni. Ma che potrebbero anche sfuggire al controllo del creatore, come accade nell’episodio La sfida della serie classica di Star Trek, dove una sonda terrestre che non riconosce più i suoi costruttori minaccia la sopravvivenza dell’equipaggio dell’Enterprise.
A maggio di quest’anno le Nazioni Unite terranno un summit sul tema dell’uso militare dei robot per individuare i rischi connessi e suggerire possibili limitazioni al loro utilizzo. Sebbene oggi i robot da guerra non facciano altro che obbedire ai comandi degli esseri umani, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale punta a dotare queste macchine di una certa autonomia decisionale. Una cosa del genere, sul piano degli utilizzi civili, è già in fase avanzata di sviluppo alla Nasa, che conta di rendere i prossimi rover di esplorazione di Marte e degli altri corpi celesti quanto più autonomi possibile da Terra, in grado cioè di stabilire da soli i propri obiettivi di ricerca e le strategie migliori per raggiungerli. 
Ad ogni modo, difficilmente vedremo in giro robot come quelli di Terminator, per un motivo molto semplice: non ne abbiamo bisogno. Una macchina costruita per compiere il lavoro al posto di un essere umano è pensata per compierlo meglio; un paio di occhi, un naso e una bocca difficilmente possono servire a svolgere il compito previsto. Sono quindi pochi i motivi che spingono a costruire robot antropomorfi, oltre al gusto di esporli alle fiere. Il celebre ASIMO della Honda, superstar di livello internazionale, assomiglia a un astronauta ed è goffo esattamente come un astronauta sulla Luna. La sua utilità è limitatissima. L’Italia in questo campo è all’avanguardia con iCub, il piccolo robot dalle fattezze di un bambino che gli sviluppatori dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) sostengono sia in grado di imparare in modo simile a un bambino umano. Ora l’IIT sta lavorando a un nuovo androide, CoMan, pensato per affiancare gli esseri umani in ambienti di lavoro rischiosi o in situazioni di emergenza. Con un concorso aperto a tutti, l’IIT ha chiesto al grande pubblico di disegnare la faccia di CoMan. Non è un caso. Il problema principale con i robot “belli”, con quelli che somigliano a noi, è che spesso sono inquietanti. Se davvero si vuole costruire un robot antropomorfo con cui lavorare quotidianamente, è necessario che abbia delle fattezze non inquietanti. “Dal punto di vista psicologico, questo è quel che accade: riconosciamo in alcuni robot un aspetto «naturalistico», che imita la natura umana, dopo di che ci accorgiamo di una serie di caratteristiche non umane che portano a un sentimento di disagio, alienazione o addirittura disgusto”, spiega Richard Watson (ibidem). “I personaggi dei fumetti, gli avatar «fumettosi» e i giocattoli da accudire, al contrario, non presentano lo stesso livello di minaccia perché non stanno cercando di ingannarci sulla loro umanità. Forse questi aspetti sono legati a un antico istinto di protezione e di conservazione della specie; oppure, forse, abbiamo visto troppi film di fantascienza con un tocco noir” (ibidem). Ecco spiegato perché Robi e iCub hanno le fattezze di un bambino.
Una delle frontiere più promettenti dello sviluppo della robotica domestica è quella dei robot “badanti”. Questo settore – che tra le altre cose minaccia di far scomparire un’intera categoria occupazionale, non a caso tra quelle meno specialistiche, quella degli assistenti familiari – è oggetto di ambiziosi programmi di ricerca e sviluppo. Le proiezioni rivelano infatti che nei prossimi decenni il numero di persone anziane e sole, bisognose di assistenza che le loro famiglie non sono in grado di sostenere, crescerà in modo esponenziale nell’Occidente avanzato. La soluzione di affiancare a queste persone dei robot badanti è anche una promessa di business. Il progetto Robot-Era, in fase di sperimentazione in affiancamento a persone anziane in Italia e Svezia, si compone di tre diverse figure robotiche: una per uso domestico, che assiste l’anziano nelle terapie e nelle faccende di casa; una per uso condominiale, con finalità di sorveglianza, ma anche di smistamento della posta e altri servizi; e una per uso esterno, che accompagna gli anziani a passeggio o va a gettare la spazzatura. I tre robot hanno fattezze umane e simpatiche, “fumettose” e infantili, rassicuranti. Ma non è detto che debbano per forza assomigliare agli esseri umani. Un altro progetto internazionale concorrente, “Guardian Angels”, fa a meno degli androidi e anzi punta a realizzare un intero esercito di nano-robot. Potranno essere messi in una tasca o addirittura impiantati sottopelle, per informarci costantemente sulle nostre condizioni di salute, per esempio, e inoltrare queste informazioni al medico curante; potranno guardare il mondo esterno al posto di persone cieche o con ridotte capacità visive, e guidarle per la strada; e potranno anche percepire le nostre emozioni, il nostro stress o depressione, e aiutarci a risolvere una serie di problemi non solo fisici, ma anche mentali. La battaglia è, insomma, tra il modello C-3PO e il modello R2-D2. Il primo è quello che associamo ai principali successi della robotica moderna, ma è il secondo che sta penetrando silenziosamente nelle nostre vite e ci farà presto entrare in un vero e proprio “mondo dei robot”.

 

q48_m03

 

LETTURE

  Asimov Isaac, Abissi d’acciaio, Mondadori, Milano, 1995.
  Cadwallader Carole, Are the robots about to rise? Google’s new director of engineering thinks so…,
  “The Guardian”, 22 febbraio 2014.
  Gore Al, Il mondo che viene, Rizzoli, Milano, 2013.
  Nosengo Nicola, I robot ci guardano, Zanichelli, Torino, 2013.
  Paura Roberto, Perché gli umani contano ancora più delle macchine, in “Futuri” anno I n. 1, gennaio 2014.
  Reza Nourbakhsh Illah, Robot fra noi. Le creature intelligenti che stiamo per costruire, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.
  Scott Cameron, Controversy brews over role of ‘killer robots’ in theater of war, “SingularityHub”, 9 marzo 2014,
  singularityhub.com.
  Watson Richard, 50 grandi idee. Futuro, Edizioni Dedalo, Bari, 2013.

 


 

VISIONI

  George Lucas, Star Wars Episodio IV. Una nuova speranza, 20th Century Fox Home Entertainment, 2013.
  Michael Crichton, Il mondo dei robot, Warner Home Video, 2013.