L’Art Ensemble Of Chicago
e ciò che resta del futuro

Art Ensemble of Chicago
People In Sorrow
Play Loud! Productions, 2026
Formazione:
Lester Bowie (tromba, flicorno, percussioni);
Joseph Jarman (sassofono soprano., sassofono tenore,
clarinetto, oboe, fagotto, percussioni);
Roscoe Mitchell (sassofono soprano,
sassofono contralto,
sassofono baritono,
sassofono basso, flauto, percussioni);
Malachi Favors Maghostut (contrabbasso,
percussioni, voce).

Art Ensemble of Chicago
People In Sorrow
Play Loud! Productions, 2026
Formazione:
Lester Bowie (tromba, flicorno, percussioni);
Joseph Jarman (sassofono soprano., sassofono tenore,
clarinetto, oboe, fagotto, percussioni);
Roscoe Mitchell (sassofono soprano,
sassofono contralto,
sassofono baritono,
sassofono basso, flauto, percussioni);
Malachi Favors Maghostut (contrabbasso,
percussioni, voce).


Parigi, 1969. Cinque uomini del South Side di Chicago registrano un disco pubblicato dall’etichetta Pathé Marconi della EMI, che non chiede di essere capito. Si intitola People In Sorrow. Non è un album, è un tempo sospeso. Un solo brano, una sola traccia, quaranta minuti che non cercano l’applauso ma il raccoglimento. Come in chiesa. Il suono emerge dal silenzio come un rito che sta per cominciare: percussioni minime, respiri, fiati trattenuti, nessun tema dichiarato, nessuna forma rassicurante. Una costruzione lenta, disciplinata, collettiva. L’ombra dell’Association For The Advancement Of Creative Musicians (AACM) è ovunque: composizione e improvvisazione fuse, gerarchie abolite, responsabilità condivisa. A metà del percorso la musica si addensa. I fiati sembrano evocare un canto che però non arriva. È solo memoria diasporica, concentrazione. E poi il suono si ritira, senza climax, senza alcuna forma di liberazione. Solo un ritorno al silenzio. Per chiudere il cerchio. C’era Lester Bowie alla tromba, al flicorno e alle percussioni, Roscoe Mitchel ai sassofoni (soprano, contralto e baritono/basso), ai clarinetti, al flauto e alle percussioni, Joseph Jarman ai sassofoni, ai clarinetti, al flauto, all’oboe, al fagotto e alle percussioni, Malachi Favors al contrabbasso, alle percussioni e alla voce. Quest’ultimo era il centro gravitazionale del gruppo: il suo contrabbasso non aveva quasi mai una funzione tradizionalmente ritmica, piuttosto diventava un drone, un richiamo ancestrale. In molti momenti del disco era lui a tenere insieme la musica mentre tutto il resto sembrava dissolversi nel silenzio. E poi c’era il vero “quinto membro” dell’ensemble, una serie di piccoli strumenti: campanelli, fischietti, gong, sonagli, tamburi africani, oggetti di scarto, giocattoli, conchiglie, strumenti etnici di vario tipo.

Malachi Favors: frame da Les Stances à Sophie, lungometraggio di Moshé Mizrahi del 1971 per il quale l’Art Ensemble of Chicago compose la colonna sonora partecipando anche nel film.

Il palco sembrava un museo sonoro. Mancava un batterista tradizionale – Don Moye incontrato durante una session presso l’American Center Of Students and Artists doveva ancora arrivare – per cui il ritmo veniva distribuito tra tutti i componenti del gruppo. Ed è questa una delle ragioni per cui il disco suona ancora oggi così sospeso e misterioso. È in quegli anni che l’Art Ensemble of Chicago, questo il nome di quel collettivo, comincia a pronunciare una formula: “Great Black Music – Ancient To The Future”. Non era uno slogan promozionale, ma una cosmologia. Significa che la musica nera non è un genere ma un continuum: spiritual, blues, marce, bebop, avanguardia, Africa simbolica, modernità urbana. Tutto coesiste nello stesso asso temporale. In People In Sorrow questa idea è già compiuta: il tempo è circolare, la forma è dissolta e la comunità viene prima dell’ego. Due anni prima era morto John Coltrane, l’uomo che aveva verticalizzato il jazz trasformandolo in preghiera: dalla confessione ardente di A Love Supreme (1965) alla furia cosmica dell’ultimo periodo, la sua musica era un’ascensione. L’Art Ensemble prese quella tensione spirituale e la distese orizzontalmente.

 

Se Coltrane guardava al cielo, loro guardavano al villaggio. La trascendenza diventò comunità e il suono non fu più solo un grido individuale ma un organismo collettivo. In parallelo Sun Ra costruiva il suo mito spaziale: Saturno, l’esilio cosmico, la riscrittura della storia nera attraverso la fantascienza anticipando l’afrofuturismo. Come del resto fece l’Art Ensemble Of Chicago solo che, al contrario di Sun Ra, la musica del collettivo non fuggiva nello spazio. Semplicemente curvava il tempo. È un afrofuturismo terrestre, rituale, fatto di memoria attiva più che di galassie simboliche.
Nel 1969 “Great Black Music” nacque come un gesto politico e filosofico, un’affermazione di autonomia culturale in piena epoca Black Power. Era una contro-narrazione all’industria bianca prevaricatrice. Allora significava: rifiuto delle categorie commerciali, centralità della comunità rispetto al singolo, memoria africana, disciplina sperimentale, spiritualità ma non confessione. E tempo lungo, il consumo era bandito, radiato, e se proprio si doveva consumare non bisognava farlo rapidamente. Il diktat era assimilazione, un’idea radicale, quasi ascetica. Qualcuno potrebbe trovare delle assonanze con BAM, l’acronimo che sta per Black American Music, con il quale molti, soprattutto giovani, musicisti afroamericani vogliono oggi prendere le distanze dal termine jazz. Ma quando si parla di BAM il contesto è diverso perché l’acronimo in questione mira a ridefinire l’intera tradizione afroamericana in chiave identitaria e sistemica, includendo jazz, hip-hop, soul, r&b, gospel, elettronica e chi più ne ha più ne metta. Se allora la “Great Black Music” era sottrazione e ritualità, oggi BAM è anche visibilità, piattaforma e ridefinizione istituzionale. Nel 1969 il futuro era cosmico, oggi il futuro passa anche dall’algoritmo. Non dobbiamo prenderla come una degenerazione, ma come una mutazione storica.

 

Tornato negli Stati Uniti nei primi anni Settanta l’Art Ensemble Of Chicago non si addolcì. Si espanse. Dischi come il live Bap-Tizum (1972) o Fanfare For The Warriors (1973) ampliarono la loro tavolozza di colori: ironia, blues scomposto, frammenti di swing che emergevano e si dissolvevano. E la teatralità cresceva con pitture facciali, costumi, centinaia di strumenti – i più disparati – sul palco. Il loro concerto divenne esperienza totale. Nei decenni successivi – gli Ottanta e i Novanta del secolo scorso – il gruppo continuò a incidere e a portare la propria estetica in contesti sempre diversi, dialogando con orchestre, esplorando scritture più strutturate senza però perdere la loro dimensione rituale. Nel 1978 arriva l’ingaggio da parte dell’ECM di Manfred Eicher, una svolta fondamentale nella loro carriera. Lo sottolinea bene Paul Steinbeck, professore di musica alla Washington University di St. Louis, autore di una preziosa ricostruzione di tutta la loro vicenda nel volume Grande Musica Nera. Storia dell’Art Ensemble of Chicago (ma il titolo originale riprende quello di un loro album di fine anni Sessanta: Message To Our Folks. The Art Ensemble Of Chicago). Scrive Steinbeck:

“Tra la fine degli anni Settanta e i primi Novanta la popolarità dell’Art Ensemble conobbe il suo picco. Le incisioni del gruppo per l’Ecm aumentarono le richieste, provenienti dal mondo intero, di concerti dell’Art Ensemble”
(Steinbeck, 2019).

Le morti di Lester Bowie (1999), di Malachi Favors (2004) e di Joseph Jarman (2019) hanno segnato fratture profonde. Eppure l’ensemble non si è spento. Roscoe Mitchell e Don Moye tengono viva la sigla, affiancando nuove generazioni di musicisti e oggi l’Art Ensemble Of Chicago è diventata, in un certo senso, un’istituzione mobile. Non è più il gruppo del 1969 ma un’eredità in movimento. E forse si è perso qualcosa. E proprio per questo la ristampa della berlinese Play Loud! Productions di People In Sorrow, dotata di un’accurata rimasterizzazione, assume un significato particolare perchè la domanda è: sono ancora così influenti? La risposta non è lineare. I superstiti del collettivo non sono influenti nel senso del mainstream ovviamente, non riempiono playlist algoritmiche e non sono citati nei premi televisivi. La loro impronta, però, rimane sotterranea e decisiva. Innanzitutto nell’idea di ensemble inteso come comunità e non come star system. Poi nella centralità rituale delle scene jazz contemporanee (afrofuturismo et similia). Infine nella libertà di attraversare i generi, per non parlare – ma va sottolineato – del recupero del tempo lungo in un’epoca dominata dalla frenesia digitale. Molti movimenti odierni – dal cosiddetto jazz britannico afro-diasporico alle ibridazioni tra elettronica e spiritual jazz (per esempio Flying Lotus, al secolo Steven Ellison) – devono qualcosa alla loro lezione in termini di lentezza, di spazio e di memoria attiva. Certo, non sempre li citano. Però li respirano.

Una lezione dal futuro antico
People In Sorrow resta il nucleo di quella che una volta era la mission. Perché in quel disco c’è già tutto: la comunità, la spiritualità post-coltraniana, l’ombra cosmica di Sun Ra, l’anticipazione afrofuturista, la Great Black Music come filosofia. In un certo senso, People In Sorrow rappresenta l’ultimo grande manifesto dell’Art Ensemble “pre-Moye”: più cameristico, più rarefatto e più vicino alla ricerca timbrica dell’AACM. In seguito, con l’arrivo di Don Moye e con la realizzazione di album come i succitati Message To Our Folks (1969) e, soprattutto Fanfare For The Warriors, il gruppo acquisterà una dimensione più apertamente africana, rituale e percussiva, avvicinandosi sempre di più a quella formula di “Great Black Music – Ancient To The Future” che lo renderà leggendario. Oggi l’Art Ensemble Of Chicago non è più il collettivo incendiario della Parigi sessantottina. È una genealogia, un archivio vivente, un’idea che ha superato i suoi stessi fondatori, gli ultimi due rimasti. E forse la loro grandezza sta proprio qui: non sono nuovi ma hanno modificato il modo in cui pensiamo il suono nero. Antico. Futuro. E ancora capace di insegnare come si abita il silenzio.

Ascolti
  • Art Ensemble of Chicago, Bap-Tizum, Atlantic/Rhino Records, 2013.
  • Art Ensemble of Chicago, Fanfare For The Warriors, Atlantic/Rhino Records, 2013.
  • Art Ensemble of Chicago, Message To Our Folks, BYG/Charlie Records, 2024.
Letture
  • Paul Steinbeck, Grande Musica Nera. Storia dell’Art Ensemble of Chicago, Quodlibet, Macerata, 2019.