Arrivato all’apice di un successo pressoché planetario non è più possibile fare marcia indietro; ti ritrovi con una pressione addosso devastante, mentre la paura di commettere errori è enorme e l’ispirazione potrebbe venire a mancare da un momento all’altro. Il problema è che bisogna andare avanti, il pubblico attende, spera con ansia l’uscita di una nuova opera e deluderlo sarebbe un po’ come il tradimento di Ulisse verso i suoi compagni…
Un momento: Ulisse, Itaca, Omero… Trovato, anzi “Eὕρηκα!”: realizzare un adattamento dell’Odissea, il mitico viaggio di Odisseo attraverso il mar Mediterraneo per sfamare la sua brama di conoscenza. Che problema ci potrà mai essere a farne un film? Pochi, pochissimi, se a realizzarlo fosse un regista qualsiasi: set ricostruiti in studio, computer grafica per realizzare i mostri descritti dall’aedo greco, macchine da presa digitali per ridurre al minimo i costi… A farlo però è stato niente di meno che Christopher Nolan, acclamatissimo regista inglese famoso per le sue storie contorte, che costringono lo spettatore a ricostruire la narrazione per capire la giusta cronologia degli eventi. Dopo il grande successo di Oppenheimer (2023), vincitore di ben sette premi Oscar di cui due assegnati al regista stesso, Nolan decide di fare qualcosa che non aveva mai fatto: parlare di un passato ormai decisamente remoto. È bene ricordare che i suoi film hanno spesso guardato indietro nel tempo, si ricordi The Prestige (2006), ambientato alla fine del 1800 con Hugh Jackman e Christian Bale, o Dunkirk (2017), che racconta del salvataggio delle truppe inglesi da Dunkerque durante la Seconda guerra mondiale. Quello dell’Odissea è però un passato mitico, seppure con protagonisti appartenenti a popolazioni realmente esistite che vivono in un mondo condiviso con creature e luoghi surreali, basati chiaramente sulla religione e sulle credenze dell’antica Grecia.

È in questo contesto che Ulisse (interpretato da Matt Damon), vittorioso superstite della guerra di Troia e sovrano di Itaca, intraprende un viaggio alla scoperta del suo mondo. Con lui ci sono i suoi compagni, che lo accompagnano nell’avventura costretti ad affrontare pericoli inimmaginabili. Quello di Ulisse è un viaggio lungo; il sovrano di Itaca resta lontano da casa per circa dieci anni, e in questo periodo la situazione nella sua dimora non è delle migliori: la moglie Penelope (magnificamente incarnata da Anne Hataway) e il figlio Telemaco (Tom Holland) devono vedersela con i pretendenti della mano della regina, i celeberrimi e deprecabili proci, capeggiati dal perfido Antinoo (un viscido e clamoroso Robert Pattinson). Nolan deve aver avuto un tuffo al cuore quando ha realizzato che Omero per raccontare i viaggi di Ulisse ha usufruito della tecnica del flashback, strumento narrativo che ha come protagonista un personaggio che ricorda un avvenimento passato. Il leggendario greco ha fondamentalmente fornito la pappa pronta al cineasta britannico, che nei suoi film ha sempre preferito usufruire di una struttura narrativa non lineare, come si è detto, in modo da poter giocare al meglio col tempo della storia e sfruttare il più possibile l’effetto sorpresa.
Escursioni temporali
Esemplificando: il recente Oppenheimer inizia con lo scienziato protagonista da giovane quando era studente, poi gli eventi saltano improvvisamente al tempo del processo giuridico del finale per poi tornare indietro e raccontarne la vita lavorativa. Le storie di Ulisse prendono vita grazie al racconto di esse, a volte da parte di Ulisse stesso e altre volte da parte di altri personaggi; nella Telemachia, sezione iniziale dell’Odissea in cui Telemaco cerca di capire che persona fosse il padre. Qui appare Menelao (Jon Bernthal), marito di Elena e re di Sparta, che racconta a Telemaco del geniale inganno del cavallo a discapito dei troiani e della conclusione della guerra di Troia. Le storie di Ulisse note agli altri personaggi, purtroppo si fermano lì, e il resto del viaggio lo dovrà raccontare lui poco prima di tornare finalmente a casa. Questo assai in breve, ma gli eventi del poema sono noti a tutti.
Tornando a Nolan, lui è un regista che riesce a portare persone in sala solo grazie al nome, caratteristica che si è guadagnato grazie alla qualità dei prodotti che ha saputo fornire al pubblico. Ma quando il progetto da portare in scena è così ambizioso da richiedere un budget di 250 milioni di dollari forse la fama del nome non basta più. Servirebbe qualcos’altro, qualcosa che possa far parlare del film ancora prima che questo esca. Trovato! E se l’attrice che interpreta Elena di Troia, che porta l’epiteto di bianche braccia, fosse di colore? Questo genererebbe indubbiamente delle discussioni in massa, portando anche a screditare la pellicola ed etichettarla come condiscendente al politicamente corretto. Qualche saggio però rilancerebbe dicendo che non esiste la cattiva pubblicità, o che non importa il come se ne parli purché se ne parli. Nolan porta quindi all’interno del cast Lupita Nyong’o, attrice già famosa per 12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen, grazie al quale si aggiudicò un meritato Oscar come miglior attrice non protagonista e Us (2019) di Jordan Peele, per il quale ha ottenuto diversi premi. Di polemiche del genere se ne sono sentite tante ultimamente: La Sirenetta (2023) di Rob Marshall, Biancaneve (2025) di Marc Webb, Ghost in the Shell (2017) di Rupert Sanders. Ora, se Nolan avesse deciso di portare in scena l’Iliade il discorso sarebbe stato molto sensato, specie per la maniacalità dell’autore nel riportare tutto con la maggiore fedeltà possibile, ma nell’Odissea il ruolo di Elena è estremamente ridotto, è un personaggio che già nei racconti di Omero è sullo sfondo, figuriamoci in un film che deve raccontare il leggendario viaggio di un uomo che arriva a sfidare persino gli dèi. La polemica si riduce quindi a geniale trovata pubblicitaria, che ha permesso di raggiungere quante più persone possibili nel panorama social.

La scelta di inserire Nyong’o nel cast non è l’unica discussione che si è sviluppata prima che il film arrivasse in sala; la popolazione greca odierna si è schierata contro il progetto, in quanto nel cast non figurano attori greci. Sicuramente un dibattito legittimo, ma c’è da chiedersi se gli italiani si sono lamentati dell’assenza di romani ne Il gladiatore (2000) di Ridley Scott, se gli stessi greci si sono lamentati dell’assenza di connazionali in 300 (2006) di Zack Snyder e in Troy (2004) di Wolfgang Petersen e potremmo andare avanti così per molto tempo. Forse Dino De Laurentiis fece la scelta giusta quando nel 1968 produsse l’eccellente miniserie televisiva sull’Odissea con la regia di Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava. Non perché il film di Nolan non funzioni, anzi, è estremamente godibile e tiene lo spettatore incollato allo schermo per quasi tre ore. Il problema è che neanche ci arriva a durare tre ore; la difficoltà nel trasporre un’opera del genere sul grande schermo sta proprio nel riuscire a condensare tutti e ventiquattro i libri di Omero. Una miniserie permette di prendersela leggermente più comoda su alcuni aspetti, sull’approfondimento dei personaggi secondari e sulla narrazione dettagliata delle vicende.
Dentro e fuori da una sintesi complessa
Molte parti dell’Odissea di Christopher Nolan sono obiettivamente frettolose e tagliano sezioni iconiche del testo noto a chiunque ha studiato alle superiori. È apprezzabile come vengano sfruttati vari generi cinematografici: dall’avventura si passa al romantico, e dall’azione si passa a delle sequenze horror incredibilmente funzionali, che per lo spettatore più impressionabile potrebbero addirittura risultare disturbanti. D’altronde il regista famoso per Interstellar (2014) ha sempre affermato di non voler rimanere ancorato a un unico genere, sebbene in questo caso sarebbe stato apprezzabile vedere anche un accenno di comicità. Se una delle caratteristiche dell’intelligenza è l’ironia, l’uomo dal multiforme ingegno non fa eccezione… nell’opera originale però. Per Nolan, invece, è un uomo traumatizzato dalla guerra, che combatte contro il rimorso delle sue colpe, in particolare quella di aver frodato i troiani e raso al suolo una civiltà. È totalmente assente lo spirito goliardico del protagonista, che è costantemente impegnato ad affrontare sé stesso e le sue scelte da condottiero.

Altro punto su cui soffermarsi è l’aspetto tecnico. Dopo svariati anni di sperimentazione con le cineprese IMAX, particolari macchine da presa che offrono una risoluzione inimmaginabile grazie all’utilizzo di pellicola 70 millimetri, il regista inglese e il direttore della fotografia svedese Hoyte Van Hoytema per l’occasione hanno deciso di compiere il grande passo: girare l’intero film con camere IMAX! Sì, perché finora è sempre stato impossibile a causa del tremendo rumore prodotto dalla cinepresa stessa, che rendeva impossibile registrare l’audio dei dialoghi. Questa volta però la situazione è diversa: la IMAX ha finalmente sviluppato il blimp, gabbia enorme da centotrenta chilogrammi in cui riporre la camera per isolarla e rimuovere totalmente i problemi audio. Possiamo di conseguenza affermare che Odissea è una pellicola sperimentale e in quanto tale nasconde dei tremendi problemi tecnici. È evidente che l’area di messa a fuoco degli obiettivi montati sulle macchine fosse estremamente ridotta. Questo si traduce in una difficoltà enorme per il primo assistente di camera nel cercare precisamente il fuoco sul soggetto, che spesso con il minimo movimento esce e non è più visibile in maniera ottimale. Ciò avviene talmente tanto spesso durante la visione da risultare fastidioso. Chiaramente il problema è della scelta della macchina da presa, perché errori di questo tipo erano già presenti nel film Il cavaliere oscuro (2012), sempre diretto da Nolan appartenente alla trilogia di Batman. Erano però molto meno visibili di adesso, segno che il problema potrebbe essere anche legato all’utilizzo del blimp.
Alla ricerca della sala che non c’è
La pellicola 70 millimetri impone un formato video che non è reperibile in tutti i cinema. Il famoso cinemascope utilizzato nella stragrande maggioranza dei casi costringe a restringere l’inquadratura, e se lo spettatore dovesse vedere il film in 35 millimetri sarebbe privato di una parte dell’immagine. Come si fa a recuperarla? Semplice! Andando in un cinema che abbia una sala IMAX 70mm. E dov’è in Italia? Non c’è! Ce ne sono quarantuno in tutto il globo, e la più vicina al bel paese si trova a Praga, in Repubblica Ceca. Da noi, tutt’al più si può prenderne visione alla sala Energia dell’Arcadia di Melzo, in provincia di Milano che ci va molto vicino. Sembra quasi una costrizione nei confronti del pubblico; una necessità egoistica che alla fine cambia il film solo dal punto di vista di come è proiettata l’immagine sullo schermo.

Al di là del lato tecnico, Nolan è sempre Nolan, e la filosofia nei suoi lungometraggi non manca mai. Molti dei dialoghi tra Ulisse e Athena (Zendaya) sono profondissime riflessioni sulla vita umana e sulla religione. Qualunque sia la divinità venerata dall’uomo, è segnalato da Athena che essa si manifesterà tramite la natura. È quindi la Terra stessa la divinità che ogni uomo cerca, ed è un discorso valido all’epoca così come lo è oggi. Non è un caso se a dirlo sia stato anche Giordano Bruno, giurato nemico della chiesa tanto da meritare di essere bruciato vivo. Dio è in realtà l’universo infinito che ci ospita, che ci parla in modi che spesso l’uomo non può comprendere. Ogni popolazione ha le sue tradizioni per ciò che riguarda l’ospitalità; i greci si rifanno alla legge di Zeus. Non puoi sapere se lo straniero alla tua porta è un dio sotto mentite spoglie; quindi, accoglilo e onoralo come vorresti essere onorato tu. L’unico personaggio che sembra rispettare questa legge nell’Odissea è Penelope (e Menelao in un breve momento), la quale accoglie i proci e li fa banchettare per tre anni nella dimora reale. Ulisse viene trattato “a pesci in faccia” dalla maggior parte dei personaggi che incontra, a partire da Polifemo fino ad arrivare a Calipso (Charlize Theron). Questioni di tradizione? Sicuramente sì, ma tutto questo non sarebbe avvenuto se il protagonista non avesse avuto una brama di conoscenza tale da andare a visitare luoghi dove l’uomo non dovrebbe mai arrivare. La gravità sta nel fatto che conduce con sé i suoi fidati compagni, frodando tutti quelli che si imbattono nel suo cammino. Non a caso Dante Alighieri nella Divina Commedia lo colloca nell’ottavo cerchio dell’Inferno, tra i fraudolenti, condannato ad andare in giro all’interno di una alta fiamma per l’eternità.
Una pellicola che farà testo
In definitiva, con i suoi grandi pregi e i vari difetti sparsi qua e là, Odissea si rivela essere un lavoro degno del maestro partito da Following, nel 1998. Chiunque si approccerà un domani al crudele mondo del cinema si imbatterà per certo nello studio di quest’opera, e la nostra fortuna è quella di poterla vivere in sala in questo momento. La particolarità interessante di tutto ciò è notare come le forme narrative non siano mai cambiate; Nolan in fin dei conti si è limitato a raccontare ciò che era già stato detto da Omero, tagliando qua e là per rientrare nei tempi da film anche abbastanza lungo. Ma a quanto pare fabula, intreccio, archetipi e tematiche rimarranno per sempre la base solida di una grande storia, che, se tramandata bene, pare avviata a sopravvivere per l’eternità!

