La famiglia smarrita
e il frutto proibito

Madeline Cash

Pecorelle smarrite
Traduzione di Marco Rossari
Gramma Feltrinelli, Milano, 2026

pp. 336, € 19,00

Madeline Cash

Pecorelle smarrite
Traduzione di Marco Rossari
Gramma Feltrinelli, Milano, 2026

pp. 336, € 19,00


“Qualsiasi cosa rendesse quella famiglia tanto schifosa, la stava rendendo anche molto qualcosa… proprio molto qualcosa. Qualcosa dove qualcosa non avrebbe dovuto trovarsi. Come quando le persone che stanno per morire assiderate raccontano di avere provato calore. Ecco cos’era: calore”.

In poche righe, Madeline Cash dice cosa vuole fare con Pecorelle smarrite: prendere una famiglia disfunzionale che sembra irrecuperabile e trovare, nel punto più improbabile, un barlume di calore. Il romanzo d’esordio della scrittrice americana è già un caso editoriale internazionale, e sulla sua trasposizione cinematografica sta lavorando Lena Dunham, l’autrice di Girls (cfr. Catalano, 2026), la serie andata in onda su HBO per sei stagioni dal 2012 al 2017. Cash scrive una commedia nera in cui le giovani donne sembrano compiacersi della propria sconvenienza, con un’irriverenza che ricorda Fleabag, la serie televisiva in due stagioni (2016-2019) scritta da Phoebe Waller-Bridge. Ma sotto la satira c’è un libro sulla famiglia e sul matrimonio, e su cosa resta del modello tradizionale quando smette di essere una guida. I Flynn sono presentati sin dall’inizio come tutt’altro che normali: una coppia aperta e in crisi, Bud e Catherine, in cerca di una via di fuga dalla banale quotidianità e tre figlie problematiche, tre pecorelle smarrite: Abigail, Louise e Harper. Il padre vive in un minivan e tenta il suicidio:

“Bud Flynn buttò giù quattro Trizoletin sgraffignati in camera di sua figlia, si masturbò dentro uno strofinaccio e si preparò a buttarsi in mare al volante del minivan. Il sedile del passeggero era sommerso da un santuario globale di contenitori d’asporto […]”.

La madre è un ex artista insoddisfatta della propria vita e del ruolo da casalinga che si è cucita addosso. Una madre tutt’altro che perfetta: fuma erba in casa, e, delusa dal matrimonio, si prende una cotta per il vicino. Le figlie, intanto, tentano di capire chi sono senza un manuale da seguire. Tre “piccole donne” non più obbligate a trovare marito per sistemarsi, ma libere di scegliere il proprio futuro, ed è qui il problema: come capire il proprio posto nel mondo senza una guida? Come essere liberi senza perdere gli altri? Pecorelle smarrite è un campo di battaglia grottesco fatto di rituali di sangue, tecnomiliardari corrotti, campi di rieducazione per ragazze problematiche e ragazzi virtuali terroristi. La cittadina è sorvegliata dallo sguardo inquisitore di padre Andrew, guida morale della comunità e incarnazione dell’ipocrisia della chiesa. Si fa giudice delle azioni dei Flynn pur essendo il primo a compiere scelte tutt’altro che etiche. In un passaggio del libro, Cash ritrae quel bivio che ognuno di noi vive almeno una volta nella vita: di fronte alla corruzione e all’ingiustizia, accettare le cose come stanno, o cercare di cambiarle, consapevoli delle conseguenze? Una volta adulti, è ancora possibile avere ideali di giustizia? È possibile vivere in un sistema capitalistico che riduce l’individuo a un automa privo di coscienza propria? Bud Flynn si pone queste domande una volta visto con i propri occhi quanto sia marcia l’azienda per cui lavora da anni. Si pone il dubbio se cedere al male per quieto vivere della sua famiglia, o complicare le cose per vivere bene con sé stesso:

“Bud non voleva essere Dio. Durante il viaggio di ritorno in città, dietro il divisorio oscurato, cominciò mentalmente a scrivere il suo esercizio per le Pecorelle Smarrite. Nel suo mondo nessuno tradiva, nessuno mentiva, nessuno beveva latte prenatale o mangiava uova di quaglia crude. Paul Alabaster si sbagliava, pensò Bud. Il mondo fisico e quello digitale non erano le uniche frontiere conquistabili. C’era il mondo dentro ognuno di noi. Dove il giusto e lo sbagliato erano il giorno e la notte. Le onde si infrangevano contro le mura del mondo spirituale di Bud, Acque scure e spumeggianti di inquietudine”.

Il discorso che si può trarre dalla vicenda di Bud è universale e necessario: solo attraverso l’esperienza del male è possibile avere una coscienza propria. Massimo Bontempelli nel suo saggio, La conoscenza del bene e del male, riflette sulla questione a partire dal mito biblico del giardino di Eden, ricordando che all’inizio della Bibbia si parla della creazione di un giardino ricco di alberi pieni di frutti da mangiare, tra cui l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Dio pone l’uomo come custode del giardino insieme a sua moglie, e gli dà un unico comando:

“Saranno tuoi tutti i frutti del giardino, ma non dovrai mai mangiare quello dell’albero della conoscenza del bene e del male, perché quando lo mangiassi ne moriresti”
(Bontempelli, 1998).

Il serpente, animale astuto, rivela alla donna la verità sul frutto proibito: “Non morirete affatto! Al contrario, se lo mangiaste, i vostri occhi si aprirebbero, e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male” (ibidem). La donna decide di mangiarlo e lo passa al marito che fa lo stesso. A quel punto l’uomo scopre la vergogna per la sua nudità e Dio capisce che ha disubbidito al suo volere. Bontempelli interroga il mito biblico e si chiede: perché il mito presenta come colpa e disobbedienza a Dio il desiderio dell’uomo di distinguere il bene e il male? La risposta consueta vede in quel desiderio il rifiuto di valori precostituiti da Dio e la pretesa di farsi lui stesso creatore del proprio ordinamento morale. Al contrario, scrive Bontempelli:

“Nel mito originario la condizione umana prima della tentazione non è quella di un obbediente riconoscimento della distinzione tra il bene e il male voluta da Dio. È piuttosto uno stato anteriore ad ogni coscienza etica”
(ibidem).

Difatti, Dio si accorge che l’uomo è caduto in tentazione perché ha paura della sua nudità: segno che ora conosce l’ordine morale. In questo senso l’uomo diventa simile a Dio, perché da quel momento ha una coscienza propria. Bud non vuole essere divino. Scoprire il male compiuto da Alabaster significa vedere distrutti i propri scopi e gli ideali giovanili, e il suo istinto è rifugiarsi in un mondo immaginario e idilliaco, dove nessuno mente e nessuno tradisce. Ciò che prova è quello che Bontempelli chiama “dolore per la morte anticipata di parte del proprio sé” (ibidem).
Secondo il mito, condizione necessaria per capire la differenza tra bene e male, perché “fa avvertire le fragilità degli scopi di cui il vivere consiste, e ne impone la cura” (ibidem). È la cura la parola decisiva. Cura è riguardo, rispetto, attenzione all’altro, ed è ciò di cui il bene consiste. Dopo il tentativo di togliersi la vita con cui il romanzo lo introduce, Bud sembra salvarsi proprio così: non rifugiandosi nel suo mondo ideale, ma tornando verso la famiglia, e custodendo i suoi scopi nei legami con chi lo circonda. Con intelligenza e sensibilità Cash ritrae una famiglia che, per quanto problematica secondo le norme sociali, davanti al male si unisce e diventa bene. I Flynn, scrive Cash, hanno quel “Qualcosa”, che molte famiglie da Mulino Bianco non hanno mai avuto: “un calore assolutamente tropicale”.

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