Anno 1924. Douarnenez, porto francese della Bretagna occidentale. Un territorio di “teste di sardina” come venivano chiamati gli abitanti e le abitanti, la maggior parte donne, impiegate nella pulizia e nell’inscatolamento delle sardine.
“A Douarnenez sono più di duemila le donne che lavorano il pescato raccolto da quasi quattromila pescatori”.
Sono loro le protagoniste dello sciopero raccontato nel reportage di Lucie Colliard Une belle grève de femmes che la casa editrice intransito decide di riproporre al pubblico nella nuova traduzione a cura di Luca Sanfilippo in Le Sardiniere. Un grande sciopero di donne. “Peam real a vo” è lo slogan in lingua bretone che le operaie ripetono a gran voce: “vogliamo 25 soldi”.
Un soldo equivale a 5 centesimi di franco e il guadagno del lavoro delle operaie è pari a 80 centesimi di franco all’ora, dunque una giornata di lavoro viene pagata 6 franchi e 40 centesimi, a fronte dello stipendio maschile pari a 1 franco e 75 centesimi all’ora. Come testimoniato nella nota al testo, a quei tempi un chilo di zucchero costava 3 franchi e 40 centesimi, un chilo di burro 15 franchi, un chilo di caffè 17 franchi, 6 franchi e 50 centesimi per 12 uova (Martin, 1994). Un’intera giornata di lavoro per 12 uova! Non viene rispettata la legge sulla giornata di otto ore introdotta in Francia nel 1919, né quella della maggiorazione dello stipendio per lo straordinario o la legge che vieta il lavoro notturno alle donne. Il lavoro delle sardine è definito “lavoro a chiamata “, poiché soggetto all’arrivo delle barche che portano il pesce, il quale necessita di essere lavorato immediatamente. Gli occhi di Lucie Collard ne restituiscono la fatica:
“Bisogna aver visitato uno di questi conservifici per rendersi conto della fatica che fanno queste donne, alcune delle quali dovrebbero starsene a casa a riposo già da vent’anni. Per lavorare le operaie devono stare in piedi, sempre in piedi. Le sardine vengono scaricate sui tavoli; le donne le dispongono con la testa verso il basso dentro a panieri di filo di ferro che verranno poi immersi nell’olio bollente. Poi le sardine verranno sistemate in fila, ben strette, in scatole di latta e a seguire queste ultime verranno rabboccate con l’olio e sigillate con una macchina saldatrice. Il pavimento è di terra battuta. Poiché a Douarnenez piove molto, ben presto gli zoccoli bagnati delle donne inzuppano il pavimento e così si crea uno spesso strato di fango che bisogna raschiar via in continuazione. […] E da quel pantano calpestato e da quell’olio bollente si diffonde un odore intenso che vi stomaca”.
Venerdì 21 novembre 1924, due operaie della fabbrica Carnaud chiedono un aumento per arrivare a 1 franco all’ora. L’aumento viene rifiutato e la reazione delle donne è quella di raggiungere tutte le 23 fabbriche della zona invitando le altre lavoratrici allo sciopero. Uno a uno, tutti i conservifici della Bretagna si fermano. Dalla sede centrale della CGTU, la Confédération Général du Travail Unitaire, decidono di mandare due persone per supportare le donne a organizzare la protesta. Una di queste è proprio Lucie Colliard, militante comunista e femminista, che avrà un ruolo importante non solo nell’indirizzare le scioperanti a forme organizzate di protesta, ma nel restituire ai posteri un reportage di immensa potenza poiché ampio spazio è dato alla testimonianza diretta delle protagoniste, delle quali ci pare di poterne sentir la voce:
“[…] terremo duro fin quando i padroni si dovranno piegare. E quando altri lavoratori lotteranno contro i loro padroni, noi li aiuteremo anche con i nostri soldi”.
In supporto alla lotta vengono istituite mense popolari grazie al supporto di tutti i lavoratori e le lavoratrici francesi e al Soccorso Rosso Internazionale. Varrebbe la pena leggere queste pagine anche solo per apprendere la politica della solidarietà grazie alla quale tanti diritti sono stati conquistati, oggi completamente dimenticata, se non all’interno di piccole nicchie militanti. Solidarietà, assemblee, formazione e autoformazione politica. E resistenza. Alla fame, propria e delle proprie famiglie perché, come ricorda Sanfilippo nella postfazione, “mariti, figli e padri erano i pescatori che fornivano il pesce ai conservifici”. Resistenza alla stanchezza, alla pioggia, alle cariche della gendarmeria. “Stasera a Douarnenez facciamo la rivoluzione!”. In sottofondo, canti di lotta, come La jeune guard scritto da Gaston Monthéus nel 1920: ” C’est la lutte finale qui commence / C’est la revanche de tous les meurt de faim / C’est la révolution qui s’avance “.
Oltre alle conquiste ottenute, direttamente connesse al mondo del lavoro, le donne di Douarnenez apprendono l’importanza della coesione e della realizzazione di una comunanza nei compiti di cura: viene infatti mantenuta una baracca dove si realizza un ristorante popolare e alcune sardiniere vengono elette all’interno dei consigli comunali, nonostante la legge vieti alle donne di ricoprirne il ruolo. Quella delle donne è sempre stata una lotta intersezionale, poiché unisce la questione di classe, di razza e di genere, intreccio da cui deriva la fragilità del proprio posizionamento ma che le donne in lotta sanno trasformare in punto di forza. La storia è costellata di episodi simili. In Italia, e ancor più specificatamente nelle regioni del Sud, la situazione era anche peggiore: a quei tempi, infatti, vigeva il contratto di mezzadria, che resterà ampiamente diffuso fino alla legge n.203 del 1982 con la quale ne venne imposta la progressiva trasformazione in contratti d’affitto; le lotte contadine riguardavano quindi non l’aumento del salario quanto la quota di prodotti da tenere per sé. Anche in questo contesto le donne assunsero spesso ruoli di leadership: si vuole, per esempio, ricordare la figura di Rita Pisano, classe 1926, originaria di Serra Pedace in provincia di Cosenza, che nel 1948 organizzò la protesta delle donne impiegate nella raccolta delle castagne. La jeune fille de Calabria, immortalata niente meno che da Pablo Picasso; al pari di Lucie Colliard ebbe una storia conflittuale con il Partito comunista a cui entrambe aderirono per poi esserne espulse: segno che alcune donne sotto padrone proprio non sanno stare, anche se questi indossa una camicia rossa!
Un omaggio in forma di collana editoriale
Le lotte delle donne nel mondo contadino e operaio non ricevono grande spazio nei libri di storia, sarà perché la storia è scritta dai padroni e i padroni sono principalmente uomini? Per tale ragione operazioni editoriali come quella di intransito meritano attenzione e visibilità. Nota di pregio di questa pubblicazione sono le stampe derivate dalle xilografie di Frans Masereel, a cui è intitolata la collana di cui Le sardiniere fa parte. Masereel era un intagliatore del legno che realizzò durante la prima guerra mondiale delle vignette satiriche contro il conflitto per i giornali pacifisti di Ginevra. La collana Masereel comprende libri che lui volle illustrare e libri che “a nostro avviso, se avesse conosciuto, avrebbe voluto fare, come è il caso del libro Sardiniere”, dichiara lo stesso San Filippo in un’intervista a Il posto delle parole (Partiti, 2026). Dunque illustrazioni e traduzioni per oltrepassare le barriere linguistiche e temporali, recuperando voci e immagini, per avere la capacità di guardare oltre, oltre il tempo presente e oltre i luoghi a noi noti, oltre il Mediterraneo, dove le donne del Maghreb e di molti paesi dell’Asia si ritrovano, oggi, ad affrontare le stesse degradanti e precarie condizioni lavorative.
Il celebre dipinto La révolte des sardinières realizzato nel 19126 dal militante e pittore amatoriale Charles Tillon.
Nel 2011 esce nelle sale il film Sur la planche per la regia di Leïla Kilani: protagoniste quattro giovani donne marocchine impiegate nelle fabbriche dei gamberetti a Tangeri. Corrono queste donne, corrono verso il proprio futuro, lo inseguono a perdifiato, combattono la quotidianeità a suon di acqua, limone e menta per lavar via l’odore di gamberetti che, dopo una giornata di lavoro, resta attaccato alla pelle. La delocalizzazione di molte attività produttive degli ultimi decenni, in paesi dove la manodopera costa meno e la tutela dei diritti è più fragile, ha allontanato dal nostro sguardo una realtà appartenuta all’Europa e dalla quale sono scaturite le lotte che hanno fondato il nostro stato di diritto. Sarebbe bene ricordarle, queste lotte, se non altro per avere la capacità critica di osservare l’evolversi della storia.
Solidarietà senza tempo per nuove lotte
Il 13 dicembre 2013, nella città di Tangeri, le operaie della fabbrica tessile Manufacturing Textile, iniziano la loro protesta contro la chiusura dello stabile dovuta alla dismissione delle attività industriali della vecchia zona franca portuale. Il porto di Tangeri deve infatti divenire la nuova vetrina per attrarre gli investimenti europei e non vi è più spazio per i lavori delle operaie, licenziate senza preavviso né ammortizzatori sociali. Il lavoro delle donne, lo dimostra la vicenda di Douarnenez, è sempre stato considerato un surplus, da poter attivare e disattivare al bisogno e i campi del tessile e dell’alimentare sono bacini di lavoro considerato non specializzato che risponde a una domanda instabile. Le operaie del porto di Tangeri, una mattina si presentano sul luogo del lavoro e semplicemente trovano la fabbrica chiusa. La loro reazione? Costruiscono una casa di cartone, la riempiono dei loro oggetti quotidiani, letti, pentole, coperte, sedie. E da lì inizia la loro lotta (cfr. Turco, 2021). Non è più il tempo e mai lo è stato, di un noi al di qua del mare e un loro al di là. È una storia che si ripete. Una storia collettiva. Rieccone l’eco nel film di Kilani:
“Je vole pas, je me rembourse
Je cambriole pas, je récupère
Je trafique pas, je commerce
Je me prostitue pas, je m’invite
Je mens pas, je suis déjà ce que je dis
Je suis juste en avance sur ma propre vérité”.
- Livio Partiti, “Le sardiniere” Lucie Colliard, Intervista a Luca Sanfilippo, Il posto delle parole, 24 aprile, 2026.
- Anne-Denes Martin, Les ouvrières de la mer, histoire des sardinières du littoral breton, Editions L’Harmattan, Parigi, Francia,1994.
- Lucia Turco, La casa nelle narrazioni in lotta. Il situarsi delle donne dei quartieri popolari di Tangeri, in (a cura di Renata Pepicelli and Azzurra Sarnataro) Special Dossier: the Politization of urban Space and Environment in North Africa. Visible and Invisible Practices of Resistance, Studi Magrebini, vol. 19, n. 1, giugno 2021.
- Leïla Kilani, Sur la planche, Epicentre Films, 2013 (home video).

