Un’occasione per riparlare
di civiltà e barbarie


Juan José Saer
L’occasione
Traduzione di Gina Maneri

La Nuova Frontiera, Roma, 2021
pp. 208, € 16,90


Juan José Saer
L’occasione
Traduzione di Gina Maneri

La Nuova Frontiera, Roma, 2021
pp. 208, € 16,90


Nel 1956 l’argentino Antonio Di Benedetto (1922-1986) dà alle stampe Zama, romanzo in cui ci vengono narrate in prima persona le vicende allucinate, grottesche e feroci di Don Diego de Zama, un oscuro funzionario della corona spagnola dagli uffici assai incerti di stanza ad Asunción, nello sconfinato e vacillante vicereame del Río de la Plata, qualche anno prima che quest’ultimo definitivamente si dissolvesse, nel 1810, seguendo la scia dell’ormai morente impero spagnolo, messo sotto pressione dall’espansione francese in Europa. Un funzionario che nell’esercizio del suo residuo potere, perduto ogni compito ufficiale, si spende in azioni violente nel tentativo manieristico di affermare il proprio ruolo, ormai orfano della madrepatria, lontano dalla famiglia, in fuga da un nemico oscuro quanto lui, e immerso in una natura ostile e selvaggia che di fatto si pone come ostacolo a qualsiasi suo intendimento di affermazione del sé, relegandolo in un’attesa sospesa e senza soluzione.
Si tratta di vicende romanzesche che per la prima volta, nella storia letteraria argentina, intendono fare i conti in maniera programmatica, senza il favore dell’elegia e delle facili celebrazioni della civilizzazione, con il lungo periodo di quattro secoli che dalla Conquista, passando per la Colonia, il declino del vicereame, e infine il processo costituente nazionale, portò poco a poco a definire i confini messi a separare l’Argentina dagli altri Stati che oggi riconosciamo sulla cartina del Sud America, e con essi la sua stessa identità nazionale.

Juan José Saer in un murales realizzato da Cobro a Serondino dove lo scrittore nacque nel 1937.

Fino alla pubblicazione di Zama quel lungo passato, di fatto la storia originaria dell’Argentina in quanto tale, era stato infatti rappresentato, a partire dalla letteratura ma non solo in essa, mediante l’incedere celebrativo vergato nel 1845 da Domingo Faustino Sarmiento (1811-1888) nella contrapposizione tra civiltà e barbarie resa paradigmatica dal suo Facundo (pubblicato nel 1845), contrapposizione per la quale, nel processo di definizione della nazione e dell’identità argentine, “la città americana che rappresenta la migliore tradizione europea, liberale e borghese [elemento prediletto e propugnato da Sarmiento], lotta contro la natura selvaggia e gli uomini che la incarnano” (Blengino, 2000). Perché è proprio la selvatichezza della natura, e in particolar modo l’estensione degli spazi pianeggianti della pampa, della selva e del deserto, con le loro vaste e taciturne solitudini, ad aver dato sprone, secondo Sarmiento, all’insorgere della barbarie e alla successiva resistenza verso la formazione di una nazione moderna, in un determinismo ambientale di marca profondamente ottocentesca che, a detta dell’autore, pare inappellabile:

“Il male che affligge la Repubblica Argentina è la sua estensione: il deserto la circonda da ogni parte e le si insinua nelle viscere; la solitudine, la terra spopolata, senza l’ombra di un insediamento umano, sono, in linea di massima, i confini indiscutibili tra una provincia e l’altra. Laggiù tutto è immensità: immensa è la pianura, immensi sono i boschi e i fiumi, sempre incerto è l’orizzonte che si confonde con la terra, tra nubi e tenui foschie che in lontananza non permettono di distinguere il punto in cui termina il mondo e inizia il cielo”
(Sarmiento, 2015).

Sarebbe stato dunque proprio tale irreprimibile aspetto geografico, tale immensità spaziale foriera di solitudine e sospetto, ad aver determinato negli abitanti selvaggi della pianura, siano essi indios, peones o gauchos, il consolidarsi della barbarie e, con essa, di una sostanziale inoperosità, di costumi primitivi, del familismo più estremo, della resistenza nei confronti di qualsiasi forma di governo (ancor più se proveniente dalla cultura industriale e urbana) e dell’indifferenza con cui da quelle parti “si dà e si riceve la morte” (ibidem); ma anche, unica influenza parzialmente positiva sull’animo umano concessa all’immensità della pianura, dell’abitudine alla poesia, che, scrive sempre Sarmiento

“per risvegliarsi ha bisogno dello spettacolo del bello, della potenza straordinaria, dell’immensità, dell’estensione, del vago, dell’incomprensibile: perché solo dove terminano il tangibile e l’ordinario hanno inizio le menzogne dell’immaginazione e del mondo ideale”, che fanno “sprofondare nella contemplazione e nel dubbio”
(ibidem).

Messa in tal senso, la vita in quegli spazi sconfinati che erano e che sono la nazione argentina non è altro che una “lotta tra l’uomo isolato e la natura selvaggia, tra il razionale e il bruto” (ivi). Una lotta che lo stesso Don Diego de Zama, nelle pagine del romanzo di Di Benedetto con cui abbiamo cominciato, sembra incarnare fin dagli esordi delle proprie vicende, allorquando dichiara:

“Benché fosse tanto mite, stavo in guardia contro la natura di quella terra, perché è infantile e ha la virtù d’incantarmi e nella mollezza del dormiveglia mi suggeriva repentini pensieri insidiosi, di quelli che non permettono la rassegnazione né, a volte, la quiete. Faceva sì che mi ritrovassi in cose esteriori, nelle quali, se mi ci rassegnavo, potevo riconoscermi”
(Di Benedetto, 2014).

Ed è così, con Zama e con altri romanzi coevi, che si formalizza definitivamente una nuova esigenza nelle lettere argentine (e in genere latinoamericane), inaugurando a metà Novecento una narrativa di taglio storico, che durerà con particolare intensità per tutta la seconda parte del secolo, impegnata “nell’avventura di rileggere la storia, cimentandosi con gioia nella riscrittura smitizzante del passato”. Una “riscrittura anacronistica, ironica o parodistica, se non addirittura irriverente e grottesca” (Ainsa, 2000). Inutile dire che in questa nuova narrativa, a partire da Zama, il paradigma civiltà contro barbarie s’inverte, ponendo quest’ultima come cifra reale della costituzione della nazione, non più come fastidioso ostacolo alla sua civilizzazione. L’opposizione classica di Sarmiento, insomma, dimostra ormai la sua inconsistenza e vuole essere riformulata con accenti nuovi: l’America (e in essa l’Argentina e le altre singole nazioni) pretende il rispetto delle proprie radici americane.
La barbarie prende allora il posto della civiltà, e viceversa:

“Riducendo il conflitto ai suoi termini elementari, si può dire che il polo positivo, che Sarmiento definisce come ‘civiltà’, è il progresso di matrice europea, la vita urbana concepita come raffinatezza dei costumi, in ultima istanza l’imposizione dell’uomo sulla natura. ‘Barbarie’ è quindi tutto ciò che appare legato alla natura: la campagna, la vita contadina, la tradizione. Questa codificazione di valori, innalzata a mito dell’identità, affiora, in maggiore o minor misura, in tutta la letteratura latinoamericana che dalle prime decadi del novecento pone il problema del rapporto uomo/natura. Addirittura, diventa il substrato che ancora oggi fonda l’impostazione della critica, non fosse che per scardinare questi valori, rovesciarli, e rivelare il segno positivo della barbarie, intesa come condizione americana da rivendicare”
(Campra, 2013).

Come Di Benedetto, in letteratura molti altri autori argentini contribuiranno nella seconda metà del Novecento a tratteggiare tale riproblematizzazione del passato nazionale, tale ridefinizione dei confini messi a separare la civiltà dalla barbarie e del loro ruolo nella definizione dell’identità nazionale. Tra questi sembra lecito annoverare anche Juan José Saer (1937-2005), oggi considerato da molti il più grande autore del Novecento argentino dopo Borges, che nel suo L’occasione, romanzo del 1988 recentemente tradotto da Gina Maneri per La Nuova Frontiera, ripropone in maniera del tutto nuova la questione, forzando il modello e presentando un singolare rovesciamento dell’opposizione civiltà contro barbarie. Rovesciamento che ha lungo, prima di tutto, nella figura del suo protagonista. Ma andiamo con ordine.

Ci troviamo nell’Argentina già diventata nazione, anno 1855, circa mille chilometri a sud di Asunción, scenario di Zama. Stavolta Bianco, il protagonista delle vicende, non è un oscuro funzionario della corona spagnola, ma un occultista europeo con il dono della telepatia in grado di piegare il ferro grazie alle facoltà del pensiero, e convinto oppositore delle scienze positive. Dopo aver viaggiato e vissuto in lungo e in largo per il Vecchio Continente (Italia, Inghilterra, Malta, Prussia, Francia) dimostrando le sue doti, e dopo essere infine stato messo in ridicolo sulla pubblica piazza da un malfidato illusionista e da una conventicola di positivisti, suoi annosi oppositori, decide di emigrare oltreoceano portandosi al seguito vari contadini italiani in cerca di fortuna: lì, nelle terre deserte e ubertose che costeggiano l’immenso Río de la Plata, lo aspetta infatti un appezzamento di terreno su cui dar vita a un’impresa agricola, sfruttando la disponibilità di quegli spazi sconfinati e taciturni di cui abbiamo fin qui parlato. Dall’Europa moderna, civile e razionale, quindi, all’America barbara, rurale e selvaggia: un tragitto usuale in quegli anni di morbida colonizzazione economica, un tragitto che tale sarà anche per decenni a venire.
Ed ecco il rovesciamento sul tema civiltà contro barbarie che caratterizza a fondamento il romanzo: testimone – per provenienza – della cultura urbana moderna, Bianco rifiuta però – per scelta – la dimensione razionalista che questa prevede, facendosi al contrario promotore del primato dell’immateriale, convinto assertore della necessità di “liberare lo spirito dal suo residuo escrementizio, cioè dalla materia”. Ed è proprio a questo proposito che dedica la sua esistenza fino al trasferimento nella campestre Argentina: difendere il primato dello spirito in un’epoca in cui questo soccombe alla materia, come a dire che ciò che i detrattori della pampa chiamano illusione, dubbio, trova in Bianco, nato e cresciuto nella moderna e razionale Europa, un inatteso alleato.

Insomma: in Bianco, colto uomo europeo, la barbarie, la resistenza alla razionalità dei suoi tempi, è il maggior tratto connotativo: egli rifiuta la tirannia della materia e della scienza positiva, e si oppone con tutte le sue forze all’etica moderna della ragione e dello scientismo. Ed è proprio grazie a tale caratteristica del protagonista, fondante del romanzo per quanto priva al suo interno di concreti sviluppi narrativi (nel romanzo non leggiamo mai scene “fantastiche” legate alle pratiche occultiste, ma solo varie, gustosissime ed elaborate riflessioni sulla materia e la corruzione che questa determina), che oggi possiamo inserire L’occasione nel lungo novero di quei romanzi che hanno ragionato sul processo di costituzione nazionale argentino prendendo le mosse proprio dal rapporto tra gli esseri umani e la natura selvaggia. Perché, a ben vedere, è esattamente nella stessa natura selvaggia narrata da Di Benedetto che Bianco si trova a vivere la seconda parte della sua vita: una natura che, se sulle prime sembra accoglierlo in quanto “uomo di spirito”, non tarderà a imporgli il medesimo scotto imposto a chiunque la viva:

“superficie piatta della terra più antica del mondo, coperta dal sedimento di continenti e specie scomparse e frantumate dal tempo e dalle intemperie, […] spazio irreale e vuoto che i conquistadores evitavano con ogni cura ma che gli indios prima, i cavalli e i bovini poi, avventurieri, soldati e latifondisti poco dopo e più tardi i diseredati di ogni parte del mondo arrivati su navi stracariche si ostinavano ad attraversare, grigi e allucinati, lasciando tracce fugaci che gli elementi, quasi subito, cancellavano”.

In questo scenario, cedendo a poco a poco ai mormorii ingannevoli della natura selvaggia, Bianco arriverà infatti a dubitare di sé stesso e della sua giovane moglie, del suo unico amico argentino e di alcuni dei feroci gauchos che spadroneggiano nella pianura. Fin quando quella stessa natura, non più mormorando ma urlando, non più facendosi illusione ma concretizzandosi prepotentemente reale nelle vesti di un’improvvisa epidemia, lo costringerà alla fuga, lontano da tutti, come attirandolo a sé nei luoghi più remoti dove l’essere umano non è che un ricordo. Se, allora, di Saer si è soliti ricordare giustamente la distanza dal canone letterario argentino e latinoamericano (quello del cosiddetto “boom” riferibile a Julio Cortázar e Gabriel García Márquez, per intendersi), possiamo ora provare a imboccare un’altra strada e definire il nostro come autore pienamente integrato nel canone argentino, o quantomeno pienamente integrato, nell’occasione, nella lunga opera di ridefinizione di quel paradigma civiltà contro barbarie che, abbiamo visto, ha dato alla letteratura e all’identità argentine la possibilità continua di fondarsi e rifondarsi.

Letture
  • Fernando Ainsa, Tendenze e paradigmi della nuova narrativa latinoamericana, in Dario Puccini e Saúl Yurkievich (a cura di), Storia della civiltà letteraria ispanoamericana, Utet, Torino, 2000.
  • Vanni Blengino, Le soglie del romanticismo: il cambio di sensibilità, le prime opzioni romantiche, in Dario Puccini e Saúl Yurkievich (a cura di), Storia della civiltà letteraria ispanoamericana, Utet, Torino, 2000.
  • Rosalba Campra, America Latina: l’identità e la maschera, Arcoiris, Salerno, 2013.
  • Antonio Di Benedetto, Zama, Sur, Roma, 2014.
  • Domingo Faustino Sarmiento, Facundo. Civiltà e barbarie, Mimesis, Sesto San Giovanni, 2015.