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    Mercier e Camier, due cognomi a zonzo di Erika Dagnino
    beckettbeckett
     

    Intanto, l’ideale riflettore puntato su Mercier e Camier, primo piano in senso strutturale piuttosto che narrativo, sorta di dettaglio ideale e ideale di un dettaglio, sembra sottolineare il fatto che la realtà è decostruita e non costruita; che la realtà sembra decostruire piuttosto che costruire. Permane sempre una sensazione molto sottile, difficile da descrivere, dove si danno per scontate le nozioni realistiche e le azioni quotidiane attraverso la cui riconoscibilità scatta facilmente l’identificazione. È sempre come se, in una a-storia in cui succede tutto ma non succede niente, ci fosse uno sfuggente ma chiaramente percettibile effetto totale, straniato-straniante, composto di nulla ma anche di materiali spiccatamente particolareggiati e realistici, ancora una volta tutt’altro che irriconoscibili. Citazioni ironiche, frasi di buon senso, quasi proverbiali – 1. La mancanza di denaro è un male. Ma può diventare un bene. 2. Ciò che è perduto è perduto. 3. La bicicletta è un gran bene. Ma utilizzata male può diventare molto pericolosa. (ibidem, pag.93) – si surrealizzano verso un costante lievitare in una dimensione altra – quella di quest’opera – che, seppur non ben definita, li ingloba derealizzandoli. Compreso quel formalismo dialogico – …le presento le mie scuse… lei non deve prenderlo nel senso sbagliato…Le rinnovo le mie scuse…e le dico addio. (ibidem, pag.83) – che fa da contraltare alla pseudoarroganza, presente a volte tra loro:

    – Un attimo – disse Camier.

    – Che rottura – disse Mercier.

    – Dove andiamo –  disse Camier.

    – Non riuscirò mai a liberarmi di te? – disse Mercier. (ibidem, pag.118).

    beckettNon precisamente personaggi che si muovono nel vuoto o in un’ambientazione falsa, quindi, ma una sorta di mondo, esserci-non-esserci, collisione, luogo-non luogo in cui si verifica una sorta di urto, si inciampa, si prendono testate, circondati e immersi in una cornice che per sua natura ha una sorta di pseudo solidità sempre in bilico di tramutarsi in ostilità. È un mondo che mostra una certa forma di durezza in senso fisico, estranea a chi vi si muove nell’immobilità, scenografia e ambiente, per un verso, ma sempre qualcosa che si presenta sotto le specie di potenziale pericolosità o conflitto.
    Eppure, nonostante tutto, nell’opera non viene mai negata, seppure fantasmaticamente, una sorta di presenza della soggettività, nel senso di identificazione, non certamente come azione e ancor meno come azione finalizzata, ma come individualità che continua a esistere. Infatti Mercier e Camier, contrariamente ad altre personae beckettiane, non sono vittime di uno scardinamento assoluto in termini di definizione, ma, considerati nel loro effettivo ruolo di motori della narrazione, emergono dal fondale come personaggi aventi sufficiente forza da essere protagonisti delle vicende. Protagonisti e vicende che si inseriscono anche nella ricapitolazione: ogni due capitoli il Riassunto dei due capitoli precedenti, in una pseudo matematicità data, stabilita, razionalizzazione-riassunto di qualcosa che per sua natura non ha niente da riassumere. Operazione strettamente tecnica che non aggiungendo nulla di semantico – ogni parola della narrazione essendo autosufficiente – si rivela soltanto l’aggiunta di una pseudo sintesi o riepilogo, opposizione o trascrizione ironica di quei romanzi popolari ottocenteschi, o ancora precedenti, in cui il riassunto precede e annuncia lo sviluppo dei capitoli.


    immagini: interventi su un murales di Alex Martinez
    [1] [2] [3] (4)

    l
    — Beckett S.,
    Mercier e Camier,
    traduzione di Luigi Buffarini,
    Sugar Editore, Milano, 1971
    — Beckett S.,
    Mercier et Camier,
    Les Éditions de Minuit,
    Paris, 1970
     
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