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    Mercier e Camier, due cognomi a zonzo di Erika Dagnino
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    Lungo questa direzione, per così dire obbligata, la disarmonia con gli oggetti diventa anche una sorta di sfiducia nella possibilità di operare su e verso una realtà, nella sua stessa accezione pratica e pertanto di spostamento. Il duo sembra avere un rapporto antagonistico con le cose, mentre gli oggetti assumono una specifica funzione memoriale e non pratica come patrimonio di ricordi che perdono così il loro valore d’uso per diventare valore di memoria. Infatti, se da un lato ogni singolo oggetto si perde nel vago proprio perché manca del suo valore d’uso, dall’altro questo elenco privo di funzionalità concreta assume una visibilità maggiore poiché possiede un suo spessore, funzionale al personaggio proprio nel momento in cui sparisce il suo valore strumentale.

    Oggetti talmente inutili da volersene liberare, È come soffiarsi il naso, disse tra sé. (C’est comme si je me curais le nez, se dit-il. Beckett, Paris, 1970, pag.89) – rispetto all’originale “pulirsi il naso” si è optato per una traduzione che appare più consona anche se meno letterale), da abbandonare dopo averli ammucchiati e ricordati e dimenticati in una soffitta; e sono le tasche di un indumento a diventare e ad essere la soffitta in cui si raccoglie e si evoca una vita intera. 

    – Non abbiamo lasciato niente nelle tasche, almeno? – disse Mercier.

    – Biglietti forati di ogni tipo, – disse Camier – fiammiferi usati, su dei pezzetti di margine di giornale tracce obliterate di appuntamenti irrevocabili, il classico mozzicone di matita spuntato, qualche foglio sporco di carta igienica, qualche preservativo di dubbia impermeabilità, cioè della polvere. Tutta una vita insomma. (Beckett, 1971, pag.86).

    Ma attraverso questa enumerazione, elenco anche compilativo di oggetti che sembrano concreti ma rimangono soltanto l’enunciazione di se stessi – con funzione di ricordo, appunto – si manifestano, quasi sotto gli occhi, tutte le azioni, i verbi sottintesi, addirittura comportamenti a matrice sessuale. Ma qui si verifica uno scatto, per così dire, in avanti: i personaggi hanno una memoria – gli oggetti mancano di una funzione di uso al presente ma, accidentati e ormai inservibili, in qualche modo sono stati fruiti attraverso una funzione proiettata verso il passato dell’oggettistica stessa e di conseguenza del personaggio stesso – e ciò sembra ricollocarli nella definizione del tempo in cui vivono. 
    Insieme di rottami di realtà, dunque, di personaggi, persone, forse di romanzi. Ipotesi di un’allusione, seppure archeologica, a tutto quello che è il romanzo tradizionale attraverso le sue stesse vestigia fisicamente messe a nudo.

       [1] [2] (3) [4]
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