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    Mercier e Camier, due cognomi a zonzo di Erika Dagnino
    beckettbeckett
     

    Guardando poi al campo d’azione si visualizzano mezzi di trasporto, luoghi e situazioni che presuppongono un mondo; i personaggi si trovano in un ambiente, vivono in un contesto collettivo, ma nonostante con questo si trovino ad interagire se ne distaccano ancora di più proprio attraverso la stessa interazione. Assoluta solitudine, persino dell’uno rispetto all’altro, quindi, in un mondo che nel frattempo va avanti da sé, avendo una sua esistenza, magari più incolore, nell’ulteriore sottolineatura della loro radicale estraneità.
    Al senso della differenza si affianca il senso della fuga: apparendo anche come un girare intorno a se stessi, o forse una serie di false partenze con false mete, il viaggio di Mercier e Camier è un vagare che comprende in se stesso, in un incessante, circolare conferma, anche i presupposti di allontanamento, di fuga, di distacco. Esiste un senso centrifugo rispetto alla base, da o verso un punto di partenza. Senza psicologizzare – i personaggi volutamente sono vagabondi a n dimensioni – individuando una motivazione generica, forse una diffusa insoddisfazione, o di non-contatto, essa si identifica come trampolino di lancio per un ipotetico tentativo di sganciamento, di abbandono. In ogni caso una partenza per sfuggire/distaccarsi da qualcosa, che in questo caso sembra identificarsi con il perimetro della città. Ma, al bando di ogni conforto, con un senso di espansione della stessa partenza il viaggio permane nella condizione interiore. Muoversi eventualmente sul posto poi, in realtà non è soltanto precisamente segnare il passo, ma anche una sorta di percorso, pellegrinaggio entro cui si sposta sempre il senso della meta: la meta sfugge continuamente. In tutt’altra realtà e fatte salve le ovvie, ciclopiche, differenze, avvertiamo il castello di Kafka come presenza incombente, mai raggiungibile: si va al di là di una meta che non appartiene nemmeno più alla consapevolezza di chi si sposta. Comportando sì una zona spaziale, ma che indica un partire senza mai (rag)giungere.
    In ogni caso – anche se l’ignoto potrebbe forse qui prefigurare quanto verrà visto pur mancando una dichiarata intenzione di ‘partire per’ o addirittura la partenza mancare del rapporto, non in termini naturalistici, di io/dove/perché/come – quello di Mercier e Camier è e rimane un viaggio sufficientemente lecito – dal punto di vista della liceità dell’assunto – e lecitamente contrapponibile a quello tradizionale, al viaggio ottocentesco che porta a una dimensione di un esperire ben definito. Non siamo di fronte a due giovani ricchi rampolli inglesi che intraprendono viaggi di impianto conoscitivo impostati sull’accrescimento dell’esperienza vitale e di quella culturale.

    Fu un viaggio di nessuna difficoltà materiale, senza mari o frontiere da superare, attraverso regioni poco accidentate anche se deserte per collocazione geografica. Restarono a casa loro Mercier e Camier, ebbero questa inestimabile occasione. Non dovettero cimentarsi, con maggiore o minor fortuna, con modi di vita stranieri, con una lingua, un codice, un clima e una cucina bizzarri, in ambienti che avessero, dal punto di vista della somiglianza, un sia pur minimo rapporto con quello a cui l’infanzia prima e l’età matura poi li avevano abituati. (ibidem, pag.7). 

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